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Racconto di Natale 9/10 anni Lettura 14 min.

Nocciolo e la corona della lealtà

Nel Bosco delle Lanterne, Nocciolo lo scoiattolo promuove la creazione di una corona natalizia con l'aiuto dei suoi amici animali, ma lungo il cammino incontrano una topolina in difficoltà e devono decidere se proseguire o fermarsi ad aiutarla. La lealtà e l'amicizia si intrecciano in un'avventura che li porterà a scoprire il vero significato del Natale.

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Un piccolo scoiattolo rosso, Nocciolo, con un pelo splendente e una coda a pennacchio, scala con entusiasmo una scala di legno, il suo viso radioso di determinazione e gioia. Accanto a lui, una leprina dalle grandi orecchie, Brina, con occhi brillanti, lo incoraggia con un sorriso caloroso, mentre si trova sulla neve scintillante, pronta ad aiutarlo. Un riccio, Pungì, con il dorso coperto di spine e uno sguardo curioso, osserva dalla base della scala, con le piccole zampe affondate nella neve. Il contesto è un incantevole villaggio innevato, con case di legno dai tetti coperti di neve, un grande abete decorato con ghirlande luminose e una corona appesa a un arco di legno, illuminata da stelle scintillanti. La scena emana un'atmosfera festosa e calorosa, mentre Nocciolo si prepara ad appendere la corona di Natale, circondato dai suoi amici, tutti impazienti di festeggiare insieme. segnalare un problema con questa immagine

La promessa di Nocciolo

C'era una volta, nel Bosco delle Lanterne, un villaggio di animali dove l'inverno profumava di resina e di pane alle nocciole. La neve danzava lenta, lenta, come piccoli segreti sussurrati all'orecchio della notte. Le campane, nel loro campanile di rami, provavano un “din don” timido; il grande abete in piazza respirava piano, e le candele, nelle finestrelle delle tane, tremolavano serene.

Nocciolo, uno scoiattolo rosso con la coda come una piuma di fuoco, saltellava da un ramo all'altro salutando tutti. Era il più socievole del villaggio: conosceva ogni tana e ogni sasso, e sapeva ascoltare come chi sa tenere in tasca le storie degli altri. Quell'anno, la Notte delle Candele si avvicinava, e secondo la tradizione qualcuno avrebbe dovuto appendere la corona alla Porta dell'Arco, all'ingresso della piazza. La corona era un abbraccio tondo fatto di rami d'abete, bacche rosse e nastri lucenti: finché non brillava sull'arco, le campane non cantavano davvero, e il Natale non poteva iniziare.

“Quest'anno la appendo io!” disse Nocciolo, scendendo con un salto accanto al pozzo. “Lo prometto a tutti voi.”

“Sei sicuro?” gracchiò il gufo Tilio, aggiustandosi gli occhialini. “Non è un compito leggero, Nocciolo. La corona deve essere forte, bella e pronta prima del primo din don del tramonto.”

“Sono sicuro,” rispose lo scoiattolo, con il petto che faceva tum, tum, come un piccolo tamburo. “E non sarò solo. Gli amici mi aiuteranno. Perché insieme si è una foresta.”

La neve continuava a danzare lenta, lenta; le campane bisbigliavano “din don”; il grande abete profumava come una stella verde; e le candele facevano piccole lune nelle tane.

La corona dei cuori

Il giorno dopo, Nocciolo radunò gli amici nel Fienile delle Foglie, un vecchio capanno profumato di fieno e mele secche. C'erano Brina, la leprotta dalle orecchie lunghe come bandiere di vento; Pungì, il riccio dal sorriso timido; Rubino, un pettirosso con il petto rosso come un bacio; e naturalmente il gufo Tilio, serio e gentile.

“Intrecciamo forte, ma lasciamo spazio all'aria,” disse Tilio. “Una corona è come una promessa: deve respirare per restare viva.”

“Come una promessa che tiene calde le zampette,” ridacchiò Brina, portando un fascio di rami d'abete. Pungì arrivò con un cestino di bacche rosse, lucide come gocce di mattino. Rubino volava dentro e fuori con fili di ghiaccio sottile, che brillavano come fili d'argento.

Nocciolo annodava nastri e raccontava storie, per tenere allegri i cuori e agili le dita. “Una volta ho visto la neve disegnare un fiocco identico alla mappa del bosco,” disse. Tutti risero e intrecciarono, intrecciarono, finché la corona diventò grande, tonda, profumata: una luna verde tempestata di stelle rosse.

“Che bellezza!” esclamò Pungì. “Pare il bosco che si stringe in un abbraccio.”

“È la Corona della Lealtà, disse Nocciolo con dolcezza. “Perché ci ricorda che si mantiene la parola data, anche quando la neve prova a rubarti i passi.”

“Promesso,” disse Brina, mettendo la zampa sulla corona. “Noi restiamo con te fino alla Porta dell'Arco.”

“Promesso,” ripeté Tilio, e anche Rubino e Pungì fecero eco: “Promesso.”

La neve danzava lenta, lenta; le campane provavano un “din don” un po' più sicuro; il grande abete pareva ascoltare; e le candele, nella memoria del giorno, sognavano luce.

La neve e la scelta

Partirono nel pomeriggio, quando il cielo era una sciarpa rosa e grigia. Nocciolo e Brina portavano la corona su una slitta, Pungì teneva le bacche che erano avanzate, Tilio osservava la strada dall'alto di un palo, e Rubino faceva la spola, una scintilla nel freddo.

“Din don, din don,” provavano le campane lontane, come gattini di rame che si svegliano piano. La neve, ballerina paziente, cadeva a grandi fiocchi rotondi.

Arrivati al piccolo ponte di legno sul ruscello, udirono un pigolio sottile. “Aiuto… qualcuno?” gracchiò una voce quasi invisibile.

Nocciolo drizzò le orecchie. Sotto il ponte, una topolina grigia, Miva, tremava su un ciuffo di erba gelata. La neve le aveva coperto il sentiero, e l'acqua, pur quieta, le sembrava un mare.

“Fermiamo la slitta,” disse Nocciolo. “Prima di appendere la corona, salviamo Miva.”

Brina annuì. “Andrò io, sono leggera.” Pungì si arrotolò a metà per fare un gradino, e Rubino volò basso per indicare il punto più sicuro. Tilio, con voce profonda, diede consigli come una lanterna.

Fu necessario tempo e cura, perché non si bagnasse nessuno. Quando Miva si trovò al sicuro, con una coperta di foglie sulle spalle, gli occhi le brillavano come due semi di papavero.

“Vi devo la vita,” sussurrò. “Siete rimasti con me, anche se avevate fretta.”

“Le promesse sono come la neve buona: non scivolano,” rispose Nocciolo, sorridendo. “Venite con noi. Abbiamo una corona da appendere.”

Ma mentre riprendevano il cammino, un soffio di vento dispettoso prese il nastro rosso e lo strappò, facendolo svolazzare via come una coda di cometa. Si fermarono tutti.

“Il nastro!” gridò Brina. “Come lo legheremo all'arco?”

Nocciolo guardò il cielo che si scuriva. Le campane fecero “din…”, e parvero in attesa. La neve danzava ancora, lenta, lenta. Nocciolo respirò un attimo e disse piano: “Troveremo un nuovo nastro. Insieme.”

Il nastro e la scala

La topona Miva si fece avanti. “Il castoro Artù tiene nastri forti per legare i tronchi. Sono blu come il ruscello in inverno. Abita poco più in là, vicino alla diga.

“Andiamo!” decise Nocciolo. “Rubino, vieni con me. Brina, Pungì, Tilio: portate la corona verso la Porta dell'Arco, lentamente. Ci raggiungeremo.”

Il sentiero era una pagina bianca, e i passi lasciavano parole fresche. Artù, con i baffi lucidi e il grembiule di corteccia, ascoltò e sorrise grande. “Un nastro per la Corona della Lealtà? Ne ho uno che aspetta proprio un'occasione così.” Estrasse una fascia blu profonda, tinta di un riflesso d'argento, forte come una promessa mantenuta.

“Grazie, Artù,” disse Nocciolo, e il cuore gli parve un braciere. Tornarono di corsa, e legarono il nastro alla corona. L'arco appariva ormai vicino, disegnato nell'aria come un ponte verso una festa.

“Adesso serve una scala,” osservò Tilio, guardando l'altezza. “La porta dell'Arco è alta come tre orsi in fila.”

“Remigio!” gridò Pungì. “Il tasso Remigio ha la scala delle stelle!” Era una scala di legno liscio, fatta dal nonno del nonno di Remigio, capace di appoggiarsi senza tremare. Remigio arrivò, con un passo lento e sicuro, come una notte che non fa paura. “Per appendere la corona?” disse. “Prendetela, amici. E io terrò giù i piedi.”

Appoggiarono la scala. Il vento soffiava, ma non urlava: era un amico impaziente. La neve danzava lenta, lenta. Le campane mormoravano “din don, din don”, come se stessero ascoltando. Nocciolo prese il nastro blu tra le zampe. “Vado io,” disse. “È la mia promessa.”

“Non sei solo,” sussurrò Brina. “Noi restiamo qui. Ti teniamo.”

Salì un gradino, e poi un altro, e un altro ancora. La corona sembrava una luna tra le zampe dei suoi amici. A metà scala, una folata più forte gliela spinse contro la guancia. Rubino planò e afferrò un angolo del nastro con il becco. Miva, piccola e svelta, corse a fissare un capo del nastro a un chiodino antico. Pungì, sotto, si mise di schiena alla slitta come un masso buono. Tilio contò piano: “Uno… due… e tre…”

“Din…” fece una campana, come un respiro trattenuto.

Nocciolo prese l'ultimo gradino. Con un gesto rotondo, annodò il nastro al gancio dell'arco. “Tieni, corona,” mormorò. “Tienici tutti.”

E fu fatto. La corona pendeva perfetta, un sole d'inverno, un abbraccio tondo. La neve danzava lenta, lenta, come se battesse le mani. Le campane, finalmente, si dissero pronte.

“Din don! Din don! Din don!” cantarono, e il suono uscì caldo, morbido, profondo, come una coperta di musica.

Un villaggio in pace

Con il “din don” le tane si illuminarono. Il grande abete in piazza accese, una alla volta, le sue candeline tra gli aghi, piccole stelle terrestri. Rubino volò alto, lasciando una linea rossa nel cielo grigio; Brina ridacchiò e fece capriole nella neve; Pungì distribuì bacche sugli usci come minuscole mele del cuore. Tilio si schiarì la voce e recitò: “La corona è un cerchio, e il cerchio sa la strada per tornare a casa.”

Gli animali uscirono a guardare. Volpi con sciarpe a righe, cinghialetti con cappucci di lana, lepri con guanti di foglia. Nessun umano, solo zampette e code, e occhi gentili. La corona brillava sull'arco come un sigillo blu e verde, e il nastro di Artù luccicava come acqua in cui si specchia la luna. La neve danzava lenta, lenta; le campane facevano “din don”; il grande abete profumava di bosco sano; e le candele, alle finestre, tremolavano come sogni buoni.

Miva si avvicinò a Nocciolo. “Se non mi avessi aiutata, forse adesso non sarei qui a guardare,” disse. “La tua lealtà mi ha scaldato più di una sciarpa.”

Nocciolo abbassò le orecchie, un po' timido. “Una promessa non si lascia sola. E gli amici… gli amici si tengono strette le zampette.”

Artù il castoro batté la coda, soddisfatto. Remigio la pensò e non lo disse: “Le cose fatte insieme durano più dei tronchi.”

“È vero,” aggiunse Tilio, con la voce che faceva rime da sola. “La lealtà è come la fiamma di una candela: piccola, sì, ma capace di accendere altre candele, finché non c'è più buio.”

Allora, come succede nelle sere giuste, tuttə cantarono piano. Una canzone semplice, con parole che conoscevano da sempre: “Neve che danza, campane din don, abete che ride, candele che son. Cuori vicini, promesse nel vento, il bosco respira, è un dolce momento.” La ripeterono due volte, poi tre, finché la melodia diventò un sorriso.

La festa proseguì calma. Si spezzò il pane alle nocciole, si condivisero mele cotte e castagne. Nocciolo tagliò una fetta e la offrì a Brina, che la divise con Pungì, che la porse a Miva, che la portò a Rubino, che ne lasciò una briciola per Tilio. La briciola, cadendo, disegnò un cerchio minimo nella neve: un'altra corona, un altro piccolo abbraccio.

“Quest'anno la nostra corona è più bella,” disse Brina, socchiudendo gli occhi.

“Perché dentro ci siamo anche noi,” rispose Pungì.

“E perché non ha paura del tempo,” aggiunse Remigio, guardando il cielo. “È legata col nastro di chi si fida.”

“Din don,” fecero ancora le campane, più dolci, più lontane. La neve, instancabile ballerina, continuò a volteggiare a passi lenti, lenti. Il grande abete sembrò chinarsi a fare l'inchino; le candele oscillarono piano, come se salutassero gli sguardi.

Quando la notte venne davvero, non fece buio. Fece luce quieta, come un respiro che ascolta. Nocciolo, seduto sul bordo della slitta, guardò la corona sull'arco e pensò che a volte i sogni hanno forma tonda, perché devono tornare da dove partono: dagli amici.

“Grazie,” disse piano, senza alzarsi, a tutti e a ciascuno. “Perché siete rimasti.”

“Grazie a te,” risposero le voci, come fiocchi che parlano. E non c'era fretta, né rumore che spaventi, né passi perduti. Solo neve che danza lenta, lenta; campane che mormorano “din don”; un abete che profuma; e candele che fanno pace col buio.

Così, nel Bosco delle Lanterne, la Notte delle Candele posò il suo mantello su case e cuori. La corona rimase al suo posto, a dire a chi passava: qui abita la lealtà, qui ci si aspetta e ci si ritrova. E il villaggio si addormentò piano, con il sorriso che sapeva di resina e pane, e una serenità rotonda come una corona.

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Nocciolo
Il nome di uno scoiattolo rosso, protagonista della storia.
Corona della Lealtà
Un cerchio decorato che simboleggia l'amicizia e la lealtà tra gli amici.
Diga
Una struttura che trattiene l'acqua di un fiume o di un lago.
Campanile
Una torre dove si trovano le campane di una chiesa.
Slitta
Un mezzo di trasporto usato sulla neve, composto da una piattaforma e delle slitte.
Abete
Un albero sempreverde, tipico dei boschi, che viene spesso usato per decorare durante le feste.

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