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Storia divertente con un animale 7/8 anni Lettura 23 min.

Nerino e la lente delle risate gentili nel Bosco dei sussurri allegri

Nel Bosco dei Sussurri Allegri, il corvo Nerino usa una lente magica per trasformare piccoli problemi in risate gentili, accettando le sfide assurde di Tito e unendo gli animali con umorismo e bontà.

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Un corvo nero dal piumaggio lucido, occhi vivaci e un sorriso birichino, tiene con la zampa una piccola lente d'argento puntata su una pietruzza su una foglia; è in primo piano su un ramo basso. Una scoiattolina rossa con occhi ridacchianti, leggermente a sinistra e sullo sfondo, tiene una grande nocciola e ride; a destra del corvo, vicino al suolo, un piccolo coniglio bianco con un nastro verde sta in piedi su due zampe applaudendo eccitato. Un'ape minuscola con un pon pon giallo sul muso vola curiosa sopra la foglia vicino alla pietruzza. La scena si svolge in una radura soleggiata del "Bosco dei Sussurri" con erba verde, felci, funghi colorati e un grande masso sullo sfondo su cui si intravedono onde sonore stilizzate; atmosfera calda e giocosa, colori vivaci, linee morbide e contorni arrotondati in stile infantile. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il corvo e la lente che faceva ridere

Nel Bosco dei Sussurri Allegri non vivevano persone, solo animali che parlavano e discutevano di cose importantissime, tipo: “Meglio le bacche tonde o quelle un po' storte?” e “Quante briciole servono per chiamarlo pranzo?”

In cima a un pino storto, proprio accanto a una pigna che sembrava un cappello, stava un corvo di nome Nerino. Nerino era famoso per due cose: il suo “cra-cra” che sembrava sempre una battuta, e un oggetto misterioso che si portava dietro dentro una borsetta fatta con foglie intrecciate.

Era una lente. Ma non una lente normale.

Nerino la chiamava “la Loupe”, perché gli piacevano le parole che suonano come uno starnuto elegante. E poi era comica: se la puntavi su qualcosa… quella cosa diventava ridicola. Non più grande e basta: proprio buffa.

Quando Nerino puntò la Loupe sulla sua zampa, la zampa sembrò una salsiccia con le unghie. Lui la guardò, piegò la testa e disse: “Cra… ho un piede da pranzo domenicale.”

Sotto il pino passava una scoiattola con una ghianda enorme. Si chiamava Pina, e trascinava la ghianda come se fosse un carretto.

“Ehi, Nerino!” gridò. “Mi aiuti? Questa ghianda pesa come un pensiero triste.”

Nerino scese con un salto teatrale e una svolazzata che fece cadere tre aghi di pino in fila, come se stessero facendo la danza del tip-tap.

“Certo. Ma prima…” aprì la borsetta e tirò fuori la Loupe. La lente luccicò al sole e fece “pling!” come una goccia di rugiada che si crede campana.

Pina spalancò gli occhi. “Cos'è?”

“Una cosa misteriosa, disse Nerino, facendo finta di essere un grande mago. “E anche un po' sciocca. Guarda.”

Puntò la Loupe sulla ghianda. La ghianda non diventò solo grande: sembrò un pallone con la faccia sorpresa. La sua “punta” pareva un naso a patata. Pina scoppiò a ridere così forte che la coda le tremò come un pennello impazzito.

“Ma… sembra una ghianda che ha visto un fantasma!” disse.

“E senza spaventarsi, che educazione!” commentò Nerino. “Cra-cra. Io dico che ha visto un verme in pigiama.”

Mentre ridacchiavano, arrivò saltellando un coniglio bianco con un fiocco verde al collo. Il fiocco era talmente grande che pareva una foglia che si era iscritta a un concorso di eleganza. Il coniglio si chiamava Tito.

Tito non salutò. Non chiese permesso. Fece direttamente un inchino e dichiarò: “Sono Tito, il Lanciatore di Sfide Assurde!”

Pina si fermò. “Assurde quanto?”

Tito tirò fuori da una taschina un blocchetto di corteccia e una matita fatta con un rametto. “Molto. Ho un elenco. Oggi cerco un partecipante speciale.”

Nerino alzò un sopracciglio. “Io ho due sopraccigli. Uno vero e uno immaginario. Quale alzo?”

“Quello che fa più scena,” rispose Tito, serio come un giudice di gara di carote.

Tito fissò la Loupe. “Ecco! Tu! Corvo con lente luccicante! Ti sfido a…” fece una pausa lunghissima per aumentare il mistero, ma una coccinella gli passò sulla fronte e lui si distrasse. “Oh, ciao. Dicevo: ti sfido a fare la cosa più gentile e più ridicola del bosco. E subito.”

“Gentile e ridicola?” ripeté Nerino. “Di solito io riesco solo a essere ridicolo quando cerco di essere serio.”

“Perfetto!” esclamò Tito, applaudendo con le zampette. “Prima sfida: devi dire ‘buongiorno' a dieci animali… ma usando voci diverse. Una voce per ogni animale. E una deve essere la voce di una teiera.”

Pina scoppiò a ridere di nuovo. “La voce di una teiera? Le teiere parlano?”

“No,” disse Tito. “Ma le immagino. Questo è il bello delle sfide assurde: sono inutili, quindi fanno spazio alla gioia.”

Nerino strinse la Loupe e annuì. “Va bene. Ma niente prese in giro cattive. Solo risate gentili.”

“Giuramento da coniglio con fiocco,” disse Tito.

E così, nel bosco senza umani, cominciò una giornata che sembrava una marmellata: dolce, appiccicosa e piena di sorprese.

Capitolo 2: Dieci buongiorni, una teiera e una lente troppo onesta

Il primo animale fu una talpa che sbucò da un mucchietto di terra come un panino appena sfornato.

Nerino si schiarì la gola. “Buongiorno!” disse con una voce profondissima. Talmente profonda che la talpa guardò in giro per cercare una grotta che parlasse.

“Chi ha chiamato?” chiese la talpa.

“Io,” fece Nerino. “Sono un corvo. O forse un… tamburo.”

La talpa rise piano. “Buongiorno anche a te, Tamburo Nero.”

Secondo animale: una rana su una foglia. Nerino fece una vocina sottile: “Buongiornoooo!” come se fosse un fischietto felice.

La rana batté le mani. “Finalmente qualcuno che parla alla mia altezza!”

Terzo: un riccio che camminava con una mela infilata su un aculeo, come un cappello da festa. Nerino disse “Buongiorno” con la voce di un vecchio nonno che racconta storie.

“Ah,” fece il riccio, “questa voce mi fa venire voglia di una copertina.”

Quarto: un'oca che stava lucidando le penne. Nerino fece “Buongiorno!” con una voce che sembrava uno starnuto allegro. L'oca rispose: “Honk! Siamo parenti?”

Quinto: una lucertola che faceva flessioni su una pietra. Nerino provò la voce da allenatore: “Buongiorno! Uno, due, tre! Sorriso!”

La lucertola si fermò e sorrise davvero. “Mi sento più forte, grazie.”

Pina camminava accanto a lui, contava sulle dita e ogni tanto si piegava dal ridere. Tito prendeva appunti come se stesse misurando la quantità di buffaggine nell'aria.

“Sesto animale!” annunciò Tito.

Era un cervo che masticava erba con calma. Nerino fece una voce lenta e tranquilla: “Buuon… giooor… nooo…”

Il cervo annuì. “Che pace. Mi sembra di stare in una nuvola.”

Settimo: una famiglia di formiche in fila. Nerino si chinò e fece una voce piccolissima, come una briciola che canta: “Buongiorno, buongiorno!”

Le formiche risposero in coro: “Buongiorno! Buongiorno! Buongiorno!” Sembravano un coro minuscolo.

Ottavo: un gufo che dormiva. Nerino sussurrò: “Buongiorno…” con la voce di una piuma. Il gufo aprì un occhio. “È già sera?”

“Nono!” disse Tito.

Arrivò un castoro con un ramo. Nerino fece una voce che sembrava acqua che scorre: “Buongiornoooo…”

Il castoro guardò il ruscello e poi Nerino. “Mi hai confuso, ma mi piace.”

“E ora…” Tito si portò una zampa alla bocca, come se stesse per dire una cosa terribile. “Il decimo buongiorno… con la voce di una teiera!”

Pina si sedette per terra, pronta a ridere.

Nerino strinse la Loupe come se gli desse coraggio. “Va bene. Teiera.”

Inspirò. Poi fece: “BUON… GIORNO!” ma con un suono strano: “PSSSSSSHHH… PLOP!” come vapore che scappa e coperchio che balla.

Proprio in quel momento passò una donnola elegante con un fazzoletto al collo. Nerino le fece la voce-teiera direttamente in faccia: “PSSSHHH… BUONGIORNO… PLOP!”

La donnola rimase immobile. Poi disse: “Io… mi sono appena sentita servita a colazione.”

Pina rotolò dal ridere. Tito applaudì con entusiasmo. Persino il gufo, da lontano, fece “Oh-oh” come se avesse sentito una barzelletta in sogno.

Tito segnò una spunta sul blocchetto. “Sfida superata! Ma ora arriva la seconda. E qui entra in gioco la tua lente comica.”

Nerino inclinò la testa. “La Loupe?”

“Esatto!” Tito saltellò. “Seconda sfida: devi usare la Loupe per trovare il ‘Problema Più Piccolo del Bosco' e farlo diventare… il Problema Più Ridicolo, così tutti possono smettere di preoccuparsi.”

Pina smise di ridere e lo guardò. “Problema più piccolo? Tipo… una scarpa persa?”

“Non ci sono scarpe,” disse Nerino.

“Appunto,” fece Tito, fiero. “Problema minuscolo. Da niente. Ma a volte, anche una cosa da niente fa arricciare i musi. Tu devi sgonfiarla con una risata gentile.”

Camminarono tra felci e funghi color crema. Ascoltarono i sussurri degli animali.

Una lepre diceva: “Ho un seme incastrato tra i denti.” Una volpe diceva: “Mi si è spettinata la coda.” Un tasso borbottava: “Ho perso il posto perfetto per il pisolino.”

Nerino puntò la Loupe qua e là. Ogni cosa diventava buffa, ma lui cercava qualcosa di davvero piccolo, qualcosa che stava facendo imbronciare qualcuno.

Alla fine trovarono un'ape seduta su un petalo. Aveva una zampetta sulla fronte e sospirava.

“Che succede?” chiese Pina, dolce.

L'ape rispose: “Ho… un puntino di polline sul naso. Tutti mi dicono che non si vede. Ma io lo sento. Mi fa fare ‘etchì'… senza starnutire.”

Tito sussurrò: “Ecco! Minuscolo! Perfetto!”

Nerino si avvicinò piano. “Posso?”

L'ape annuì. Nerino puntò la Loupe sul naso dell'ape. Il puntino di polline… diventò una pallina gialla enorme, come un pompon da tifoseria, e sembrò fare l'occhiolino.

Pina rise, ma si tappò la bocca per non essere troppo rumorosa.

L'ape guardò la sua immagine riflessa in una goccia d'acqua. Vide il “pompon” e… invece di sentirsi peggio, scoppiò a ridere anche lei. “Sembro un fiore che ha deciso di diventare un naso!”

“Un naso gentile,” disse Nerino. “Un naso che fa il tifo per te.”

Tito saltò. “Problema sgonfiato! Risata gentile riuscita!”

L'ape si alzò. “Grazie. Ora se qualcuno mi guarda, gli dirò: ‘È il mio naso-da-festa!'”

Nerino rimise la Loupe nella borsa. “Okay, sfide assurde… non sono poi così male.”

Tito strizzò l'occhio. “Aspetta la terza.”

Pina fece: “Oh no.” Ma rideva già.

E il bosco, intanto, sembrava più luminoso. Come se le risate avessero spolverato le foglie.

Capitolo 3: La sfida dell'eco gentile

Tito li condusse in una radura dove c'era una grande roccia piatta. Su quella roccia, l'eco era famoso: ripeteva le parole con un ritardo un po'… capriccioso. A volte rispondeva subito, a volte dopo tre starnuti e mezzo.

Tito salì sulla roccia come un direttore d'orchestra. “Terza sfida! La più assurda! Nerino, devi fare un complimento a tutti quelli che arrivano… e l'eco deve ripeterlo. Ma se l'eco cambia le parole, tu devi aggiustarle con gentilezza. Niente bronci.”

Nerino guardò la roccia. “E se l'eco dice qualcosa di sciocco?”

“L'eco dice sempre qualcosa di sciocco,” rispose Pina. “È il suo hobby.”

Arrivarono i primi spettatori: la talpa, la rana, il riccio, l'oca, la lucertola, il cervo, le formiche, il gufo, il castoro e l'ape col naso-da-festa. Si sedettero in cerchio, come se stessero aspettando uno spettacolo.

Nerino prese fiato. “Okay. Complimenti gentili. Ce la faccio.”

Guardò la talpa. “Talpa, tu sei bravissima a trovare la strada anche al buio.”

L'eco ripeté: “Bravissima a… trovare… la marmellata!”

Tutti risero.

Nerino annuì. “Sì! Anche la marmellata, se c'è. Ma soprattutto la strada. E grazie per la tua pazienza.”

La talpa fece un inchino. “Accetto entrambi. Strada e marmellata.”

Nerino guardò la rana. “Rana, tu salti con eleganza.”

Eco: “Salti con… una melanzana!”

La rana scoppiò a ridere. “Io e una melanzana? Fantastico.”

Nerino disse: “Ecco, sì. Eleganza e melanzana: due cose splendide. Sei creativa.”

Poi al riccio: “Riccio, sei coraggioso e dolce.”

Eco: “Coraggioso e… croccante!”

Il riccio disse: “Croccante? Beh, in effetti, se mi arrabbio divento tutto punte.”

Nerino rispose: “Croccante di simpatia, allora.”

All'oca: “Oca, le tue piume brillano.”

Eco: “Le tue piume… grigliano!”

L'oca si mise a ridere. “Grigliate? Io? Oh, per fortuna no!”

Nerino fece: “Brillano e basta. E quando ridi, illumini anche gli altri.”

Alla lucertola: “Lucertola, sei forte e allegra.”

Eco: “Forte e… in marmellata!”

Pina quasi cadde all'indietro. Tito faceva segni sul suo blocchetto come se stesse scrivendo “Marmellata: sempre.”

Nerino continuò, uno per uno. Ogni complimento veniva trasformato dall'eco in qualcosa di assurdo: “gentile” diventava “pentola”, “veloce” diventava “peloce” e nessuno sapeva cosa volesse dire “peloce”, ma suonava bene.

E Nerino, invece di arrabbiarsi, aggiustava tutto con calma. “Sì, eco, hai ragione: anche pentola. Perché la gentilezza scalda.” Oppure: “Peloce è la tua parola nuova, eco. Mi piace. La userò quando corro e mi si spettinano i pensieri.”

Gli animali ridevano e si sentivano visti. Non presi in giro: presi sul serio, ma con una coperta di risate sopra.

Tito saltellava. “Funziona! Funziona!”

Poi l'eco, come se volesse partecipare di più, cominciò a ripetere anche cose che nessuno aveva detto.

Nerino disse all'ape: “Sei bravissima a lavorare in squadra.”

Eco: “Lavorare in squadra… e mangiare mostarda!”

“Mostarda?” fece l'ape. “Che cos'è?”

“Una cosa che non esiste nel bosco,” spiegò Pina. “E per fortuna!”

Eco aggiunse da solo: “Per fortuna… TURTURTUR!”

Tito spalancò gli occhi. “L'eco sta facendo il buffone!”

Nerino sussurrò alla roccia: “Eco, va bene scherzare. Però sii gentile.”

Eco rispose: “Sii gentile… con un coccodrillo!”

Nel cerchio calò un silenzio di un secondo. Un coccodrillo nel bosco non c'era, e la parola suonava strana. Ma subito il gufo disse: “Io conosco una storia su un coccodrillo che faceva il tè.”

Pina ridacchiò. “Ecco, vedi? Gentilezza con chiunque, anche se immaginario.”

Nerino annuì. “Giusto.” E disse forte: “Eco, grazie per le risate. Sei… una roccia con fantasia.”

Eco: “Una roccia con… le lasagne!”

Tutti esplosero in una risata che sembrava una pioggia leggera. Le formiche batterono le zampette come un applauso minuscolo. L'oca fece “honk-honk” come una trombetta.

Tito dichiarò: “Terza sfida superata! Ora l'ultima. La quarta. Quella del… gag finale.”

Pina lo guardò sospettosa. “Un gag finale?”

Tito sorrise come uno che ha nascosto una nocciola nel posto più ovvio. “Sì. Un gag che dura troppo a lungo.”

Nerino strinse la Loupe. “Troppo a lungo quanto?”

Tito rispose: “Abbastanza da far ridere… e poi ridere ancora… e poi dire ‘basta'… e poi ridere lo stesso.”

Gli animali si scambiarono occhiate. Era una promessa pericolosa, ma non spaventosa. Come una torta troppo grande: sai che non dovresti, ma l'idea è irresistibile.

Nerino sospirò. “Va bene. Facciamolo… con gentilezza.”

Capitolo 4: Il gag che non finiva più

Tito fece sistemare tutti intorno alla roccia. “Regole del gag finale!” annunciò. “Nerino userà la Loupe su una cosa normale. Quella cosa diventerà così buffa che nessuno riuscirà più a smettere. Ma attenzione: non si ride di qualcuno. Si ride insieme.”

“E su cosa la userà?” chiese il castoro.

Tito indicò… un semplice sassolino grigio, lì per terra. Un sassolino così normale che persino le formiche lo ignoravano.

“Un sassolino?” fece Pina. “Non è un po'… poco?”

“È perfetto,” disse Tito. “Le cose più piccole diventano le più grandi… risate.”

Nerino prese la Loupe. Si avvicinò al sassolino con la serietà di un artista. Puntò la lente.

“Pling!”

Il sassolino, visto attraverso la Loupe, divenne… un sassolone con una faccia buffissima. Aveva due “occhi” che sembravano chicchi di pepe e una “bocca” storta come una banana che ha perso la strada. Ma la cosa più ridicola era che, ogni volta che qualcuno lo guardava, sembrava cambiare espressione: prima sorpreso, poi offeso, poi fiero, poi confuso, come se stesse recitando senza sapere la parte.

La rana fece: “Sembra me quando cerco di contare fino a cento!”

Il riccio disse: “No, sembra me quando mi chiedono se voglio un abbraccio!”

L'oca gridò: “Sembra me quando vedo il mio riflesso e non mi riconosco!”

Tito batteva le zampette. “Ora! Parte due del gag: Nerino, devi fare parlare il sassolino con la voce di… una teiera.”

Pina cadde seduta. “Di nuovo la teiera!”

Nerino inspirò e fece: “PSSSHHH… io… sono… il Sassoteiera… PLOP!”

E il bello fu che l'eco, sulla roccia, decise di partecipare.

Eco: “Sassoteiera… PLOP… PLOP… PLOP!”

Nerino provò a continuare: “Buongiorno, sono un sassolino—”

Eco: “Sassolino-lasolino-masolino… PLOP!”

Tito rideva così tanto che il suo fiocco gli finì su un orecchio. Pina rideva e cercava di rimetterglielo a posto tra una risata e l'altra. “Tito, fermo! Il fiocco ti sta… scappando!”

“Non posso!” ansimò Tito. “È… parte del gag!”

E infatti anche il fiocco, mentre Tito rideva, sembrava avere vita propria: scivolava, risaliva, si girava come una bandierina al vento.

Nerino, sempre gentile, disse: “Fiocco, sei libero. Ma torna quando vuoi.”

Eco: “Torna quando vuoi… con le lasagne!”

“Le lasagne di nuovo!” urlò la lucertola. “Io voglio sapere cosa sono!”

L'ape rispose: “Non esistono! Eppure… ne ho fame!”

E così il gag cominciò a durare. Perché ogni frase ne tirava fuori un'altra.

Nerino disse al sassolino: “Sassoteiera, racconta una storia.”

E con la voce-teiera fece: “PSSSH… C'era una volta… PLOP… un coperchio che… PSSSH… non trovava… PLOP… la sua testa!”

Eco ripeté: “Non trovava la sua testa… testa… testa… e una melanzana!”

Pina si tenne la pancia. “Basta! Basta! Non riesco!”

La talpa rideva così tanto che rientrò nella sua buca senza volerlo, come un ascensore impazzito. Da sotto terra si sentì: “Sto bene! Però… PLOP!”

Il gufo cercò di fare il serio: “Io non rido facilmente.” Ma poi l'eco ripeté “Io non rido facilmente” con voce da pentola e il gufo fece “Oh-oh-oh!” e iniziò a singhiozzare dal ridere.

Il castoro provò a essere d'aiuto: “Forse dobbiamo fermare la Loupe.”

Nerino la abbassò. Ma il sassolino, ormai, era diventato famoso. Anche senza lente, gli animali lo guardavano e… vedevano ancora quella faccia buffa, perché se la ricordavano benissimo.

Pina disse: “È colpa della mia immaginazione! Non riesco più a vederlo normale!”

Tito, tra una risata e l'altra, annunciò: “Parte tre del gag: tutti devono salutare il sassolino come se fosse un re.”

Gli animali, ancora ridendo, si misero in fila.

La rana fece un inchino: “Maestà Sassoteiera, PLOP.”

L'oca sventolò un'ala: “Vostra… PSSSH… Altezza!”

Le formiche marciarono: “Sasso! Sasso! Sasso!” come un coro da stadio.

Nerino, vedendo che qualcuno cominciava a rimanere senza fiato dal ridere, alzò le ali e disse con dolcezza: “Piano, piano. Respiriamo. Ridiamo piano, così resta bello.”

Tutti inspirarono. Poi l'eco, malizioso, fece: “Ridiamo piano… PIANO… come un pianoforte!”

E ripeté “plin-plin-plin” con la voce di una teiera che imita un pianoforte.

Quello fu troppo.

Pina scoppiò di nuovo a ridere. “Una teiera pianoforte! Non esiste!”

“Eppure lo sento!” disse l'ape.

Tito rotolò sull'erba. Il fiocco finalmente gli tornò al collo, stanco anche lui.

Nerino, con gli occhi lucidi per le risate ma con il cuore calmo, raccolse il sassolino e lo mise su una foglia come su un trono. “Va bene, Maestà. Ora riposiamo.”

Eco: “Riposiamo… con la mostarda!”

“BASTA!” gridarono tutti insieme, ma era un “basta” felice, come quando giochi troppo e non vuoi smettere.

E proprio perché avevano detto “basta”, l'eco ripeté: “Basta… basta… BASTA…” sempre più piano, sempre più lontano, come se anche lui si stesse addormentando in una risata.

Gli animali si sedettero, ansimanti e contenti. Pina diede una pacca gentile a Nerino. “La tua lente è misteriosa… ma oggi è stata una coperta di risate.”

Tito si asciugò gli occhi. “Sfida finale completata! Gag troppo lungo riuscito!”

Nerino guardò il sassolino, poi gli amici. “La cosa più buffa,” disse, “è che un sassolino normale… ha fatto tutti più vicini.”

Eco, con l'ultima forza, sussurrò: “Più vicini… con le lasagne…”

E anche se erano stanchi, risero ancora una volta. Una risata piccola, morbida, che non faceva male a nessuno.

Poi il bosco tornò al suo fruscio allegro. Il sassolino restò lì, normale come sempre, ma con un segreto invisibile: ogni volta che qualcuno lo guardava, gli veniva voglia di essere un po' più gentile… e di dire, sottovoce:

“PSSSH… PLOP.”

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Pallina di fili usata per decorare, spesso su cappelli o feste.
Borbottava
Parlava piano e arrabbiato, come un rumore continuo e scontento.
Radura
Spazio aperto e senza alberi dentro il bosco.
Capriccioso
Che cambia idea o umore senza motivo preciso.
Appiccicosa
Che si attacca facilmente alle dita o ad altre cose.
Inchino
Movimento del corpo per salutare con rispetto o gentilezza.
Corteccia
Strato esterno e ruvido che copre il tronco degli alberi.
Sospirava
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