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Storia sul cambiamento climatico 11/12 anni Lettura 12 min.

Martina e il piano dei tre bidoni: una piccola indagine per aiutare il clima

Martina e le sue amiche, guidate dalla professoressa, scoprono osservando il fiume e la scuola come piccoli gesti di riciclo e attenzione al clima possano fare la differenza.

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Ci sono tre bambine: Martina, 11 anni, trecce castane, giacca impermeabile gialla, accovacciata al bordo dell'acqua mentre mostra una bottiglia di plastica al sole; Alice, 11 anni, capelli rossi corti, maglietta verde e ginocchiere arancioni, sta in piedi a destra e schiaccia la stessa bottiglia con le mani; Samira, 11 anni, capelli neri lisci, felpa blu e guanti da giardinaggio verdi, è a sinistra e mette tappi e una lattina in un sacchetto di tela aperto, sorridendo. Luogo: riva di un piccolo fiume urbano in primavera, acqua chiara con riflessi blu e verdi, ciottoli lisci, canne dorate mosse dal vento, un vecchio ponte di pietra e qualche casa colorata sullo sfondo sotto un cielo luminoso. Situazione: le tre amiche raccolgono rifiuti durante una gita scolastica, gesti calmi e precisi, sacchi e guanti visibili, una piccola pila di bottiglie schiacciate e vasetti risciacquati accanto a loro, atmosfera attiva ed educativa, colori vivaci ed espressioni determinate ma benevole. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il gioco dei confronti

Martina aveva un'abitudine che faceva sorridere tutti: confrontava tutto. Le piaceva mettere due cose vicine e notare differenze e somiglianze, come se avesse una lente invisibile in tasca.

Quella mattina, mentre andava a scuola con le sue amiche, Alice e Samira, si fermò davanti a una pozzanghera rimasta dalla pioggia della notte.

— Guardate: questa pozzanghera è più piccola di quella di ieri — disse Martina, piegandosi sulle ginocchia. — Ieri pioveva più forte.

Alice fece una smorfia divertita. — Tu confronti anche le pozzanghere.

— Le pozzanghere dicono un sacco di cose — rispose Martina, seria come una scienziata. — Per esempio, se fa più caldo, si asciugano più in fretta.

Samira si aggiustò lo zaino sulle spalle. — Mia nonna dice che le stagioni “non sono più quelle di una volta”. Ma io non so come si fa a capirlo davvero.

Martina alzò un dito. — Si osserva e si confronta. Tipo: quante volte abbiamo avuto febbraio con la giacca leggera?

Alice rise. — Tre volte solo quest'anno!

Arrivate in classe, la professoressa Rinaldi scrisse alla lavagna: “CLIMA: osservare, capire, agire”.

— Niente panico e niente prediche — disse con un tono calmo. — Questa settimana facciamo una piccola indagine: come cambia il nostro quartiere quando il tempo cambia? E cosa possiamo fare noi, in modo concreto?

Martina sentì un brivido di entusiasmo: un'indagine vera. E, soprattutto, piena di confronti.

Capitolo 2 — Il cestino che confondeva tutti

Durante l'intervallo, Alice buttò la merendina nel cestino più vicino. Martina la fermò con un gesto.

— Aspetta. Quello è l'indifferenziata.

— E allora? — Alice guardò l'involucro. — È… plastica? Forse carta? È una via di mezzo.

Samira lo prese in mano e lo girò. — C'è scritto “accoppiato”. Che significa?

Martina strinse gli occhi, come se stesse facendo un confronto tra due mondi. — Significa che è fatto di materiali diversi, attaccati insieme. E allora non sempre va dove pensiamo.

La professoressa Rinaldi, che stava passando, si fermò. — Ottima domanda. Ragazze, oggi dopo le lezioni vi porto in aula tecnologia. Facciamo un mini-laboratorio sul riciclo, così impariamo a non andare a caso.

Nel pomeriggio, sul tavolo c'erano oggetti di tutti i giorni: una bottiglia, un barattolo di yogurt, una lattina, un vecchio quaderno, una buccia di banana (dentro un sacchetto, per fortuna).

— Regola numero uno — disse la prof, battendo leggermente una penna sul tavolo. — Leggere le indicazioni del comune. Non sono uguali ovunque.

— Quindi… confronto anche le regole? — bisbigliò Alice a Martina.

Martina trattenne una risata. — Sì, ma oggi impariamo le nostre.

La prof mostrò una bottiglia di plastica. — Plastica e metalli insieme, nel bidone giallo. Ma prima: schiacciate la bottiglia. Meno aria, più spazio, meno viaggi dei camion.

Samira annuì. — Quindi anche questo aiuta il clima?

— Aiuta a ridurre emissioni, sì — rispose la prof. — È piccolo, ma se lo fanno in tanti diventa grande.

Poi prese un barattolo di yogurt. — Sciacquato, senza residui. Il cibo sporca e rende più difficile il riciclo.

Alice fece una faccia teatrale. — Quindi devo lavare i rifiuti. Mia madre dirà “finalmente”.

Martina osservò l'etichetta. — E il tappo?

— Stesso bidone. E se potete, separate il coperchio di alluminio dal vasetto — spiegò la prof. — Più pulito è, più è utile.

Quando arrivarono all'involucro “accoppiato”, la prof sospirò. — Questo è il classico oggetto che confonde. Nel nostro comune va nella carta solo se è certificato e se è quello delle bevande tipo cartone del latte. Altrimenti indifferenziata. E la soluzione migliore… è ridurre: scegliere merende con meno imballaggi.

Martina si appuntò tutto sul quaderno. Le parole le sembravano piccoli strumenti, come cacciaviti per aggiustare abitudini.

Capitolo 3 — La passeggiata lungo il fiume

Il sabato la classe aveva in programma una camminata al fiume, con guanti e sacchi. Non una “missione eroica”, aveva detto la prof, ma un'uscita di osservazione.

L'aria profumava di erba bagnata. Il fiume scorreva con un rumore continuo, come una lunga frase detta sottovoce. Sulle rive c'erano canne alte e sassi lisci.

Martina camminava con gli occhi in movimento: confrontava l'acqua vicino alla riva, più lenta e torbida, con quella al centro, più brillante. Confrontava le ombre degli alberi con le zone dove il sole scaldava la terra.

Samira indicò un punto dove l'acqua aveva lasciato una linea di foglie secche più in alto. — Guardate quella traccia. È come una riga.

— Segna dove arrivava l'acqua quando c'era più piena — disse Martina. — La settimana scorsa ha piovuto tantissimo in un giorno solo.

Alice aggiunse: — E poi niente per due settimane. È strano.

La prof, che li ascoltava, annuì. — Piogge più intense e concentrate possono essere un segnale di cambiamenti. Non significa che ogni temporale “sia colpa del clima”, ma osservare questi schemi aiuta.

Il gruppo iniziò a raccogliere piccoli rifiuti: tappi, cartacce, un sacchetto incastrato tra i rami.

Alice sollevò un oggetto come se fosse un reperto. — Ho trovato una bottiglia!

Martina la prese e la guardò controluce. — È schiacciata male. Se la schiacci bene e metti il tappo, occupa meno spazio.

— La prossima volta farò l'origami dei rifiuti — disse Alice, e Samira scoppiò a ridere.

Vicino a una curva del fiume, trovarono una vecchia lattina mezzo sepolta nel fango.

— Metallo — disse Samira.

Martina fece un confronto al volo. — Metallo: si ricicla tante volte. Plastica: anche, ma dipende. Organico: torna alla terra. Indifferenziata: resta lì, e spesso finisce bruciata o in discarica.

— Quindi l'indifferenziata è come… la stanza dove si accumula tutto perché non sai dove metterlo — concluse Alice.

— Esatto — disse Martina. — E più è grande, più problemi crea.

Prima di andare via, la prof fece sedere tutti sull'erba.

— Guardate il fiume — disse piano. — Non serve immaginare disastri lontani. Basta vedere cosa succede qui quando lasciamo rifiuti o quando impermeabilizziamo troppo il terreno. Più cemento, meno acqua assorbita, più rischio di allagamenti. E quando fa più caldo, l'acqua evapora più in fretta. Il clima è come una grande bilancia: se sposti un peso, cambia l'equilibrio.

Martina fissò il fiume e pensò che l'acqua, in fondo, era una maestra di confronti: a volte tranquilla, a volte veloce, sempre in movimento.

Capitolo 4 — Il piano dei tre bidoni

Il lunedì, Martina arrivò a scuola con una proposta scritta su un foglio. Aveva disegnato tre bidoni con facce diverse: uno sorridente (riciclo), uno neutro (organico), uno un po' stanco (indifferenziata).

— Non è per prenderlo in giro — spiegò subito ad Alice. — È per ricordarci che l'indifferenziata deve diventare più piccola.

Samira lesse il foglio. — “Piano dei tre bidoni: controlla, pulisci, schiaccia.” Mi piace.

Alice puntò il dito. — Però aggiungiamo: “non indovinare”. Perché io indovino sempre male.

Martina annuì. — Perfetto. E anche “chiedi se non sai”.

Chiesero alla professoressa Rinaldi se potevano fare una piccola prova in classe: per una settimana, controllare i rifiuti della merenda e segnare quanti finivano in ogni bidone.

— Una specie di diario — disse Martina. — Così confrontiamo i numeri.

La prof sorrise. — È un'idea concreta e misurabile. Mi piace ancora di più.

Ogni giorno, dopo l'intervallo, le tre ragazze diventavano una mini-squadra. Non facevano i poliziotti, ma le “guide”.

— Questo è organico: la buccia di banana — diceva Samira.

— Questo è carta, ma senza la parte plastificata — aggiungeva Martina, indicando un sacchetto.

Alice, con tono teatrale, annunciava: — E questo, signore e signori, è l'indifferenziata. Momento di silenzio.

Poi tutti ridevano, e qualcuno cambiava bidone senza sentirsi rimproverato.

Martina notò una cosa: quando spiegavano il “perché”, i compagni ascoltavano di più. Quando invece dicevano solo “si fa così”, le facce diventavano stanche.

Allora iniziò a usare i confronti:

— Se schiacciamo cinque bottiglie, è come se facessimo entrare dieci nel sacco.

— Se lasciamo il cibo nel contenitore, è come sporcare un quaderno: poi è difficile usarlo.

Un giorno, un compagno chiese: — Ma davvero cambia qualcosa? È solo una bottiglia.

Martina pensò al fiume e alla linea di foglie secche. — Una bottiglia no. Cento bottiglie sì. E poi non c'è solo il rifiuto: c'è il viaggio, l'energia, la produzione. È come quando spegni una luce: una luce è poca, ma una scuola intera fa differenza.

Capitolo 5 — La discussione finale, piena di idee

Alla fine della settimana, la classe si mise in cerchio. La prof appoggiò sul banco un cartellone bianco.

— Oggi niente verifica — disse. — Oggi confronto e soluzioni.

Martina, Alice e Samira mostrarono il loro diario con i numeri: la quantità di rifiuti riciclati era aumentata, e l'indifferenziata si era ridotta.

— Non è magia — disse Samira. — È solo che ora sappiamo dove va cosa.

Alice alzò la mano. — E abbiamo smesso di “tirare a caso”. Io mi sento già più intelligente del cestino.

Qualcuno ridacchiò.

La prof scrisse sul cartellone: “COSA POSSIAMO FARE NOI?”.

Partirono le proposte, una dopo l'altra, come popcorn:

— Portare una borraccia — disse un compagno.

— Usare una merenda in contenitore riutilizzabile — aggiunse una ragazza.

— Fare un cartello chiaro sopra i bidoni — propose Martina. — Con esempi: “bottiglie schiacciate”, “vasetti sciacquati”.

— E mettere vicino ai bidoni una piccola guida con le cose dubbie — disse Samira. — Tipo gli “accoppiati”.

Alice, seria per un attimo, aggiunse: — E ricordarci che il clima non è una storia lontana. È il nostro fiume, la nostra scuola, l'aria che respiriamo quando andiamo a piedi invece che in macchina.

La prof completò la frase sul cartellone: “Osservare per capire. Capire per scegliere.”

Poi guardò Martina. — Tu che ami confrontare, cosa hai imparato?

Martina prese fiato. — Che confrontare non serve solo a dire “questo è diverso”. Serve a capire cosa funziona meglio. Prima buttavamo e basta. Ora guardiamo, leggiamo, puliamo, schiacciamo. E ci accorgiamo che il mondo risponde: meno rifiuti in giro, più ordine, meno spreco.

Alice le diede una gomitata gentile. — E più risate, che non guastano.

Samira annuì. — Possiamo continuare, anche senza fare gli eroi.

La campanella suonò, morbida come un invito a casa. Martina chiuse il quaderno. Si sentiva tranquilla: non perché tutto fosse risolto, ma perché aveva capito una cosa semplice e forte. Se osservi bene, trovi sempre un piccolo gesto concreto. E se lo fai insieme agli altri, quel gesto diventa un'abitudine, e l'abitudine diventa una strada più leggera per tutti.

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