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Racconto filosofico 5/6 anni Lettura 13 min.

Lina e la bilancia delle parole: il segreto di “sempre e “mai

Lina scopre un paese dove le parole hanno peso e impara, tra bilance e mercati di frasi, a rallentare e ascoltare prima di usare parole come “sempre” e “mai”.

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Una bambina di 6 anni, Lina, viso rotondo con lentiggini, capelli castano chiaro in due trecce, sguardo curioso e sereno, tiene delicatamente un piccolo punto interrogativo di carta dorata che posa su un piatto di una grande bilancia in ottone; accanto, un vecchio guardiano di circa 70 anni, pelle rugosa, capelli bianchi pettinati all'indietro e maglione di lana crema, spazza lievemente la superficie con un piccolo pennello guardando Lina con benevolenza a una decina di passi; un gatto tigrato grigio dormicchia sul bordo di pietra vicino ai piedi di Lina con la coda arrotolata; la piazza del villaggio è lastricata con case basse in legno ocra e blu e dolci colline sullo sfondo, al centro domina la bilancia in ottone patinato con pannelli di legno intagliati e qualche cassette di mercato con vasetti e punti esclamativi dipinti; scena al crepuscolo caldo, luce dorata, ombre lunghe, foglie che volteggiano, atmosfera calma, poetica e lievemente magica, focalizzata sul gesto preciso di Lina che posa il punto interrogativo sulla bilancia. segnalare un problema con questa immagine

Il paese della Bilancia delle Parole

Lina aveva cinque anni e due piedi veloci. Quando camminava, sembrava una rondine che ha fretta di tornare al nido. Anche i suoi pensieri correvano: uno davanti all'altro, come biglie su un pavimento liscio.

Una sera, mentre il cielo si metteva il pigiama blu, Lina seguì un sentiero che non aveva mai visto. Era un sentiero sottile, come un filo di lana. Portava a un paesino minuscolo, nascosto tra due colline morbide come guance.

All'ingresso c'era un cartello di legno. Non aveva disegni, solo parole: “Qui si pesano ‘sempre' e ‘mai'”.

Lina si fermò. Era raro. Di solito non si fermava nemmeno per salutare le farfalle.

Nel paese, le case erano piccole e dritte, come libri in una libreria. In mezzo, una piazza rotonda ospitava una grande bilancia di ottone. Non era una bilancia per mele o per farina. Era una bilancia per parole.

Accanto, un vecchio custode con gli occhi chiari come acqua di pozzo spolverava i piatti della bilancia con un pennello leggero. Ogni tanto, appoggiava una parola su un piatto e ascoltava il suono che faceva, come si ascolta una conchiglia.

Lina non parlò. Guardò. Nel suo petto, il cuore voleva correre, ma qualcosa lo prese per mano e lo invitò a camminare piano.

Sul tavolo del custode c'erano due sacchetti. Uno era ricamato con “SEMPRE”. L'altro con “MAI”. Sembravano sacchetti di zucchero, ma più seri.

Lina notò una cosa strana: il sacchetto di “sempre” era gonfio, come se contenesse pane caldo. Quello di “mai” invece era duro e stretto, come una pietra.

Il custode posò una parola sul piatto sinistro: “sempre”. La bilancia si abbassò, lenta e pesante, come un elefante che si siede.

Poi posò “mai” sul piatto destro. La bilancia si mosse appena. Come una piuma che finge di essere forte.

Lina si domandò, senza dirlo, perché una parola potesse pesare più di un'altra. Le parole non sono aria? Eppure lì avevano peso, come se portassero dentro storie intere.

Il custode prese un taccuino. Ogni pagina aveva una riga e una domanda. Lina lesse una domanda che sembrava guardarla: “Quando dici ‘sempre', cosa stai chiudendo? Quando dici ‘mai', cosa stai nascondendo?”

Lina sentì un piccolo brivido gentile. Non era paura. Era come quando una luce si accende in una stanza e ti accorgi che c'è anche un angolo che non avevi mai visto.

Nel paese della Bilancia delle Parole, la gente camminava piano. Persino i gatti sembravano ricordarsi di respirare. Nessuno correva. Eppure tutto funzionava.

Lina, che era rapida, aveva un obiettivo nuovo e strano: rallentare per sentire.

Soprattutto, per sentire il suono delle cose che non fanno rumore.

Il mercato dei “sempre” e dei “mai”

Il mattino dopo, Lina arrivò al mercato. Era un mercato silenzioso e colorato. Non vendevano caramelle né palloncini. Vendevano piccoli barattoli di frasi.

Su una bancarella c'erano “Io vinco sempre”, “Tu sbagli sempre”, “Io non piango mai”, “Tu non capisci mai”. I barattoli erano trasparenti, e dentro le frasi si muovevano come pesciolini inquieti.

Lina osservò un signore che ne comprava uno con scritto “Non ho mai tempo”. Lo infilò in tasca e, subito, le sue spalle si piegarono un poco, come se portassero un sacco di sassi.

Una bambina più grande prese “La mamma mi ascolta sempre”. Lo strinse al petto, ma poi la sua fronte si aggrottò, come se stesse contando qualcosa che non tornava.

Lina capì che “sempre” e “mai” erano come cappelli troppo stretti. Se li metti, ti stringono i pensieri. E quando i pensieri sono stretti, non riescono a guardare lontano.

Lina aveva una domanda che le saltava dentro come una rana: “E se non è sempre? E se non è mai?”

Per capire meglio, Lina decise di fare una prova. Prese un sassolino dal suolo. Era grigio, ma con un punto lucido, come un occhio.

Lo mise vicino all'orecchio. Non sentì nulla.

Poi si sedette. Fece un respiro. Ne fece un altro. Rallentò ancora, come una trottola che sta per fermarsi.

Allora sentì. Non il sassolino, ma ciò che stava intorno. Il fruscio delle foglie, il battito lontano di un picchio, un carro che cigolava come una vecchia risata. E persino il suo respiro, che andava e veniva come una piccola onda.

Capì che, quando correva, le sue orecchie diventavano porte chiuse. E le porte chiuse non fanno entrare i segreti gentili del mondo.

Continuò a camminare piano tra le bancarelle. Ogni volta che vedeva un barattolo con “sempre” o “mai”, lo guardava come si guarda un temporale da lontano: bello, ma da non tenere in tasca.

A un certo punto, in fondo al mercato, vide una bancarella diversa. Non aveva barattoli. Aveva un cestino pieno di virgole e punti interrogativi, fatti di carta dorata.

Il venditore era un signore basso con un cappello a cono. Sul cappello c'era scritto: “Domande fresche”.

Lina allungò la mano e prese un punto interrogativo. Era leggerissimo, come una piuma di pensiero.

Lo appoggiò sulla lingua, solo per un momento, come si assaggia una goccia di miele.

Il punto interrogativo non aveva sapore, eppure le fece venire voglia di guardare meglio.

Lina vide, proprio allora, una scena che le punse il cuore in modo dolce. Un bambino piccolo aveva rovesciato un sacchetto di semi. La madre, stanca, disse una frase pesante. Lina non capì tutte le parole, ma sentì quel “sempre” che cadeva come un secchio.

Il bambino abbassò gli occhi. I semi, invece, rotolavano felici tra le pietre.

Lina pensò: “Se le parole pesano, possono schiacciare. E se possono schiacciare, si può anche imparare a posarle piano”.

Non disse nulla. Ma prese un punto interrogativo in più. Lo mise in tasca, vicino al cuore.

La prova del vento: rallentare per sentire

Nel pomeriggio, Lina tornò alla Bilancia. Il custode era lì, immobile e paziente, come un albero che sa aspettare.

Quella volta, Lina fece un passo piccolo. Poi un altro. Non corse. Sentì sotto i piedi il suolo, come se il terreno avesse una voce bassa.

Il custode le porse un foglietto bianco. Sul foglietto c'era scritto: “Scrivi una parola che usi spesso.”

Lina pensò alle sue giornate. Pensò alle corse, alle cose che voleva fare da sola, alle volte in cui si arrabbiava quando qualcuno la fermava.

Scrisse: “Subito”.

Il custode posò “subito” sulla bilancia. La bilancia tremò, come se quella parola avesse spigoli.

Poi le porse un secondo foglietto: “Scrivi una parola che ti fa paura.”

Lina rimase ferma. La paura non era un mostro con i denti. Era più come una coperta che ti cade addosso quando non te l'aspetti.

Scrisse: “Mai”.

Il custode posò “mai” sull'altro piatto. La bilancia diventò rigida. Non scese, non salì. Era come un cancello chiuso.

Lina guardò quella rigidità e capì una cosa semplice: “mai” non lascia entrare la sorpresa.

Il custode allora indicò il cielo. Un vento leggero passò nella piazza. Portò una foglia gialla che girò in tondo, indecisa.

Lina seguì la foglia con gli occhi. La foglia non aveva fretta. Eppure arrivò dove doveva arrivare: si posò proprio vicino al suo piede.

Lina ebbe un mini-colpo di scena dentro. Pensava che per arrivare si dovesse correre. Invece la foglia arrivava senza spingere.

Il custode le diede un terzo foglietto: “Scrivi una parola che ti aiuta.”

Lina pensò a quando costruiva una torre di cubi. Se si muoveva troppo, la torre cadeva. Se faceva piano, la torre restava in piedi.

Scrisse: “Piano”.

Il custode posò “piano” sulla bilancia, accanto a “subito”. La bilancia si calmò. Era come se “piano” fosse una mano aperta che fa spazio.

Lina capì allora che alcune parole non vincono, ma accompagnano. Non spingono. Sostengono.

In quel paese strano e dolce, si imparava così: non con grandi discorsi, ma con piccoli pesi.

Lina guardò i sacchetti di “sempre” e “mai” e immaginò che fossero due serpenti addormentati. Se li tocchi troppo, si svegliano e ti stringono. Se li lasci stare, restano fermi.

Lei non voleva essere stretta. Voleva essere libera.

Per questo, decise una cosa nuova: quando le veniva voglia di dire “sempre” o “mai”, avrebbe prima ascoltato.

Ascoltare non era stare zitti per forza. Era come aprire una finestra nella testa.

E per ascoltare, doveva rallentare.

Rallentare era difficile per una bambina- rondine. Ma Lina scoprì che anche le rondini, ogni tanto, si posano.

La sera, mentre tornava verso casa, Lina si esercitò. Guardò una formica che portava una briciola enorme. Se Lina correva, la formica spariva. Se Lina andava piano, la formica diventava un piccolo miracolo.

Sentì anche il suono delle sue scarpe sull'erba. Era un suono morbido, come una carezza.

E, senza accorgersene, Lina iniziò a sentirsi più grande. Non perché fosse più alta, ma perché c'era più spazio dentro di lei.

Il piccolo nome del dubbio

Quando arrivò a casa, la sua stanza profumava di sapone e di sogni. Il peluche sul letto la guardava con occhi cuciti. Sembrava curioso.

Lina si mise il pigiama e pensò alle parole pesate, ai barattoli, alla foglia che era arrivata senza fretta.

Pensò a tutte le volte in cui aveva detto “sempre” per essere sicura, e “mai” per proteggersi. Quelle parole, in fondo, erano come muri disegnati con il gesso: sembravano forti, ma bastava un po' di pioggia per farli sparire.

Lina voleva qualcosa di diverso. Un modo per essere autonoma, senza chiudere il mondo.

Autonomia, per Lina, non significava fare tutto da sola come una macchinina. Significava scegliere i propri passi. E per scegliere, doveva vedere bene. E per vedere bene, doveva ascoltare.

La sera, mentre la casa diventava silenziosa, Lina ricordò il cestino dei punti interrogativi. Tirò fuori quello che aveva in tasca. Lo tenne tra le dita.

Era piccolo. Eppure sembrava una chiave.

Lina pensò: “Se non dico ‘sempre', posso lasciare spazio a domani. Se non dico ‘mai', posso lasciare una porta socchiusa.”

Poi sentì dentro di sé una domanda gentile, come una lucciola che si accende: “E se fosse diverso?”

Quella domanda aveva bisogno di un nome. Un nome piccolo, facile, che non facesse paura.

Lina scelse un nome buffo e tenero, come un gattino che starnutisce: “Forsebì”.

“Forsebì” non era “sempre”. Non era “mai”. Era un ponte. Era una barchetta.

Lina lo provò nella mente. “Forsebì posso farlo da sola.” “Forsebì posso chiedere aiuto.” “Forsebì oggi sono veloce, ma domani posso essere piano.”

Il dubbio, con quel nome, non sembrava più un buco nero. Sembrava una tasca dove mettere una domanda e portarla in giro senza fretta.

Quella notte, Lina si addormentò con “Forsebì” vicino al cuore, come un sassolino lucido.

E nel sonno vide la bilancia d'ottone. Questa volta, sui piatti non c'erano “sempre” e “mai”. C'era una cosa nuova: una piccola finestra aperta.

Da quella finestra entrava un vento lieve.

Non spingeva.

Invitava.

E Lina, la bambina dai piedi veloci, imparò che rallentare non significa perdere. Significa sentire. E quando senti, puoi scegliere da sola dove andare, passo dopo passo, con la calma luminosa di una foglia che sa arrivare.

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Sentiero
Una stradina piccola che porta da un posto all'altro, spesso nel bosco.
Cartello
Un pezzo di legno o carta con parole che danno informazioni o avvisi.
Sacchetti
Piccoli contenitori fatti di stoffa o carta per tenere cose dentro.
Ricamato
Decorato con fili infilati nel tessuto per fare disegni belli.
Ottone
Un metallo giallo brillante, usato per fare oggetti lucidi e resistenti.
Custode
La persona che cura e protegge un luogo o gli oggetti dentro.
Taccuino
Un libretto con pagine dove si scrivono appunti o disegni.
Virgole
Segni di punteggiatura (,) che fanno una piccola pausa nella frase.
Punti interrogativi
Segni di punteggiatura (?) che indicano una domanda.
Autonomia
La capacità di fare le cose da soli e decidere per sé.
Spigoli
Parti dure e appuntite di un oggetto, come gli angoli di un cubo.

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