Caricamento in corso...
Storia sulla guerra 11/12 anni Lettura 27 min.

Le parole che costruiscono ponti

Marta, una ragazza di undici anni, affronta le notizie difficili sulla guerra e scopre l'importanza di ascoltare, condividere e costruire ponti di solidarietà attraverso la creatività e la gentilezza nella sua vita quotidiana. Con l'aiuto dei suoi amici, impara a trasformare la paura in azioni positive e gesti di pace.

Scarica questa storia in PDF

Ideale per condividere o stampare questa storia!

Scarica l'e-book (.epub)

Legga questa storia sul suo e-reader.

Una ragazza di 12 anni, di nome Marta, si trova al centro dell'immagine, con capelli castani e ricci, un sorriso dolce ma preoccupato sul volto. Indossa una maglietta azzurro chiaro e dei jeans, tenendo un quaderno aperto nelle mani, dove si possono vedere disegni di colombe e arcobaleni. Accanto a lei, Lila, un'altra ragazza di 12 anni con capelli lunghi e neri, è chinata su una panchina, scrivendo regole di gioco su un piccolo quaderno, con un'espressione concentrata e determinata. Sullo sfondo, il campo da gioco della scuola è animato, con bambini che giocano a calcio su un prato verde, alberi con foglie di un verde brillante e un cielo blu punteggiato di nuvole bianche. La scena principale mostra Marta e Lila che propongono una pausa nel gioco del calcio, cercando di calmare una lite tra due ragazzi, illustrando così l'importanza della comunicazione e della pace. segnalare un problema con questa immagine

La mattina delle notizie e dei colori

La radio sussurra dalla cucina. L'aria profuma di pane tostato e di arancia. Marta, undici anni, tiene in mano una matita blu. Fa scorrere la punta sul margine del quaderno e nasce una colomba, poi un arcobaleno. Le linee sono leggere. Dentro i colori, le sue spalle si rilassano. Il gatto, Ruggine, salta sulla sedia e allunga una zampa verso il filo della radio.

“Vuoi che spenga la radio?” chiede la mamma, con il mestolo fermo a mezz'aria.

“No, voglio capire. Però piano, come quando spieghi una ricetta,” risponde Marta, appoggiando la matita.

Il papà scorre le notizie sul telefono. Parole come confine, trattative, missili, scorrono veloci. Lui le legge a bassa voce, come se volesse srotolarle con calma. “Se qualcosa ti spaventa, dillo. Possiamo fare pausa.”

Marta annuisce. Nel quaderno, accanto alla colomba, scrive: parole grandi. Non pensa a scene crudeli. Pensa a persone che parlano forte e ad altre che hanno bisogno di essere ascoltate. Alza gli occhi. La radio racconta di un conflitto lontano. Non dice tutto, e va bene. A volte, sapere un pezzetto è il modo giusto per capire senza stare male.

Alla fermata del bus, l'aria punge. Il cartellone della scuola è pieno di annunci: torneo di lettura, laboratorio di robotica, raccolta libri. Marta tiene stretto lo zaino e ripete tra sé i nomi dei colori. La fa stare bene: rosso del coraggio, blu della calma, verde della speranza, giallo del sole che torna. Una signora spinge un passeggino. Il bimbo dorme, le guance rosee come mele. Marta pensa che, anche quando in tv si parla di guerra, c'è sempre qualcuno che si addormenta, qualcuno che starnutisce, qualcuno che sorride. La vita continua come un fiume, con curve e sassi, ma continua.

In classe, il maestro scrive alla lavagna: parola del giorno. Sotto, cinque lettere: guerra. Il gesso lascia una scia bianca, netta. Marta sente un nodo salire e disciogliersi.

“Oggi prendiamo insieme una parola difficile: guerra,” dice il maestro. “La guardiamo con rispetto, con intelligenza. Senza immagini pesanti. Con esempi concreti.”

Nadia alza la mano. Il maestro la ringrazia con gli occhi, come fa sempre quando qualcuno rischia una domanda. La stanza odora di matite nuove e di libri che scrocchiano.

Marta appoggia il palmo sul banco. Il legno è caldo, liscio. Ogni banco ha segni, incisioni piccole, come cicatrici. Non fanno male: ricordano un passaggio. Pensa che anche le parole possono avere cicatrici. Allora aggiunge, con la matita, un secondo arcobaleno. L'azione la calma. Vede già la scena: un corridoio pieno di disegni, e la classe che passa salutando colombe, fiori, mani che si stringono.

“Parleremo di conflitti come quelli che conosciamo: quando due squadre litigano per un pallone, quando due vicini si offendono per un rumore. Poi allargheremo. E cercheremo strade di pace,” continua il maestro.

La compagna dietro sussurra a Marta: “Fa paura un po', vero?” Marta annuisce, ma sente anche un'altra cosa. Una curiosità calma. È come tenere una torcia e voler illuminare solo il necessario, senza accecare nessuno.

A ricreazione, Marta guarda il cielo. Una nuvola ha la forma di un cuscino. Ci appoggia un pensiero: forse essere coraggiosi significa restare accesi, ma dolci. Come una lampada schermata. Non vuole fare confronti. Non pensa: “È peggio per loro, è niente per me”. Pensa: “Io sento questo, oggi. Loro sentiranno altro. Possiamo riconoscere i sentimenti, non pesarli sulla bilancia.”

Quando la campanella li richiama dentro, Marta prova una gratitudine semplice. È come quando si trova una moneta per terra. Non vale molto, ma brilla. Sa che quel giorno metterà un pezzetto nuovo nel suo modo di guardare il mondo. Sa che i disegni, le colombe, gli arcobaleni non sono solo ornamenti. Sono strumenti. Piccoli e seri.

La scatola delle parole e una compagna nuova

Il maestro arriva con una scatola di scarpe ricoperta di carta da giornale. Sopra, con pennarello nero, ha scritto: Parole da capire. Ognuno dovrà scrivere su un bigliettino un termine ascoltato in tv o sentito al mercato, sul bus, in famiglia. Le regole sono chiare: niente dettagli che fanno male, solo parole, e poi tentativi di spiegazione.

Marta pensa un attimo. Scrive conflitto. Le lettere scorrono pulite. Aggiunge un piccolo contorno a una C, come se fosse la bocca di una conchiglia. Poi piega il biglietto e lo dropa nella scatola. Tutti fanno lo stesso, con movimenti timidi all'inizio, più sicuri dopo. Ci sono “confine”, “negoziato”, “tregua”, “esodo”. Le parole stanno strette, ma non si graffiano.

“Cos'è un cessate il fuoco?” chiede a un tratto Gabriele, guardando il maestro.

“È come dire: fermiamoci. Prendiamoci una pausa per parlare,” spiega il maestro. “Come quando durante una partita ci interrompiamo per capire una regola.”

Marta alza la mano. “Anche con mio cugino, l'altro giorno. Ci eravamo accesi per chi doveva usare prima il computer. Abbiamo fatto una pausa. Abbiamo scritto su un foglio: tempi e turni. È stata la nostra tregua. Fa un sorriso piccolo, ma pieno.

Dalla porta entra una bambina che Marta non ha mai visto. Porta uno zaino colorato, con un portachiavi a forma di stella. Si chiama Lila, dice la bidella con dolcezza, e si siede su una sedia vicino alla finestra. L'insegnante la presenta. La famiglia si è trasferita da poco. Viene da una città dove, per un po', non era sicuro restare.

“Mi chiamo Lila,” dice lei piano, con una erre che rotola diversa. Indossa un maglione verde prato. I suoi occhi sono attenti, come quelli di chi guarda prima con cura e poi entra.

“Ti va di sederti con me?” chiede Marta, spostando lo zaino e facendo spazio.

Si dispongono in coppia. Aprono il quaderno. La lezione torna a fluire. Parlano di conflitto come incontro tra bisogni. Dove due gruppi hanno desideri che, nella forma, sembrano opposti. Il maestro prende l'esempio della merenda: una mela e un panino. Se ci si parla, forse si può dividere, scambiare, trovare un terzo cibo. Se non ci si parla, si strappa. Non è una storia che finisce bene.

Nella pausa, Marta tira fuori una scatolina di colori. Disegna una colomba con il becco verso una porta. Non scappa: entra. Poi un arcobaleno che parte da un tetto e arriva su un altro tetto, come un ponte. Lila osserva. Non dice niente per un po', come se le immagini costruissero una frase dentro di lei. Poi prende un pastello e aggiunge un filo d'acqua sotto il ponte. “Così, se qualcuno inciampa, c'è un fiume che lo culla,” sussurra. È la sua prima frase in classe. È semplice. È bella.

Marta sente una specie di calore nel petto. Non è pena. Non è curiosità impicciona. È attenzione. Lila le racconta che le piace il calcio, che la sera fa i compiti con sua mamma, che la parola che preferisce è tenda, perché puoi montarla e smontarla e la porti dove vuoi. Non ci sono racconti di fuoco o di sirene. Ci sono risate, tazze di tè, giornate di pioggia. Bastano.

Quando l'ora finisce, il maestro propone un'idea: appendere un cartellone nel corridoio con le parole della scatola, spiegate in modo chiaro, con esempi di vita quotidiana. Marta prende “tregua”. Lila sceglie “solidarietà”. Nadia scrive “ascolto”. Sembrano parole morbide, ma hanno spine utili, come le rose che difendono i loro fiori.

Sulla via di casa, Marta sente che la sua giornata si è allargata di un centimetro. Non ha confrontato la propria quiete con la storia di Lila. Non ha pensato: io sto bene, lei sta male. Ha pensato: le nostre storie si toccano qui, sui banchi, tra il legno e il gesso. Si possono conoscere senza misurare.

Il mercato della solidarietà e le mani che aiutano

Un volantino annuncia: sabato, mercato della solidarietà. La scuola raccoglie libri, quaderni, sciarpe, penne. Saranno portati a un centro che accoglie famiglie arrivate da lontano. Il maestro chiede volontari per il banco. Marta alza la mano per prima. Lila la segue, poi altri. La classe è un coro timido che cresce.

A casa, Marta svuota una mensola. Sceglie i libri che ha amato e che può donare. Li sfoglia uno a uno. In ognuno, infila un segnalibro fatto da lei: una colomba, un arcobaleno, una parola gentile. Il gatto Ruggine cerca di mettersi nella scatola. Marta ride piano. Appoggia la scatola sul pavimento. La mamma arriva con un sacchetto di quaderni. Il papà porta sciarpe.

Nell'androne, il vicino Nando spolvera la bicicletta. Ha i capelli bianchi come la schiuma del mare. Marta gli spiega del mercato.

“La guerra è quando gruppi o Paesi non riescono più a usare le parole e usano la forza,” dice Nando, guardando l'aria come se vedesse una pagina. “È una cosa seria. Ma anche quando tutto è serio, dentro ci sono gesti che fanno bene. Una tazza di tè offerta. Una porta lasciata aperta per ripararsi dalla pioggia.”

“Si può aiutare da lontano?” chiede Marta, curiosa.

“Sempre,” annuisce Nando. “Con soldi se si può, con tempo, con ascolto. Con un sorriso. Con i nomi. Chiamare le persone per nome è già dire: tu conti.” Poi tira fuori dalla tasca una piccola armonica. Suona una nota corta, timida, che sembra una luce di notte. “Questa la suonavo da bambino, quando avevo paura dei temporali. Il suono non cacciava via il tuono, ma mi faceva compagnia.”

Marta ringrazia. Torna su col cuore leggero. Pensa che le cose utili sono spesso piccole. Non risolvono tutto, ma fanno spazio dentro.

Il sabato, la palestra profuma di cartone e di mandarini. I banchetti sono pieni. Alcuni bambini hanno fatto biscotti. Altri hanno cucito sacchetti per le matite. Lila e Marta registrano i libri su un quaderno. Segnano titoli e autori. La calligrafia di Lila è inclinata e vivace.

Arriva un bambino con un sacco di fumetti. “Portiamo fumetti o quaderni?” chiede a Marta, indeciso.

“Entrambi, se servono,” dice Marta. “I fumetti portano storie veloci. I quaderni raccolgono storie nuove. Sono amici.”

Nadia e Gabriele discutono se mettere i giochi sul banco dei libri o in un angolo a parte. Per un attimo, le voci salgono, come onde. Lila appoggia la mano sul tavolo. “Tregua,” dice. “Facciamo due cartelli e proviamo entrambe le idee per un'ora.” Le parole scendono come una pioggia buona. Si sistemano, bagnano, fanno nascere una decisione.

La giornata scorre così: una moneta che cade e rotola, una risata, un grazie, un pezzo di nastro adesivo tagliato con i denti, un panino diviso in tre. Marta sente che fa parte di qualcosa. Non deve dimostrare niente a nessuno. Non deve dire: io aiuto più di te, o meno. Basta esserci, fare il pezzo che può.

A metà mattina arriva Nando con una scatola piena di cappelli di lana. Li appoggia sul banco, poi suona un'altra nota di armonica. Non è una performance. È un saluto. Qualcuno si gira e sorride. L'aria vibra di un'energia quieta, come una stanza ben ordinata.

Quando chiudono, le scatole sono più leggere. Le mani un po' sporche di nastro. Il cuore un po' più ampio. Marta torna a casa nel pomeriggio, con la sensazione di avere camminato in una giornata di sole, pur sotto il cielo grigio. Disegna ancora una colomba, questa volta con uno zainetto: porta messaggi gentili.

Pioggia, radio e la mappa sulla tovaglia

La domenica piove. Gocce fitte battono sul davanzale come dita impazienti. La mamma mette a bollire la zuppa. Il papà stende una tovaglia a quadri sul tavolo e, con un pennarello lavabile, disegna una mappa semplice. Non assomiglia a quelle dei libri. È una mappa domestica: cucina al centro, poi frecce verso “scuola”, “parco”, “biblioteca”, “casa di Nando”. Accanto, disegna un rettangolo con scritto “mondo”. È un modo per dire: tutto inizia da qui, e poi va fuori.

“Vuoi vedere la mappa?” propone lui, sorridendo.

“Solo se la spieghi piano,” risponde Marta, sedendo. Appoggia il mento sulle mani.

Il papà traccia una linea e dice: confine. “È come un bordo di tovaglia. Di qua c'è una casa, di là un'altra. Spesso si parla e si decide di stare vicini con rispetto. A volte, le parole scappano e allora servono altre parole, più forti, per farle tornare.”

“E quando non tornano?” chiede Marta.

“Allora qualcuno usa strumenti che fanno male. Noi non li nominiamo, oggi. Sappiamo che esistono. Ma sappiamo anche che ci sono persone che provano a fermare, a curare, a portare cibo. I giornali raccontano una parte. La vita vera, in mezzo, ne contiene molte. A noi interessa capire, tenerci informati in modo giusto per la nostra età, e scegliere come agire.”

Marta annuisce. Pensare in modo semplice le piace. È come dividere un compito difficile in passi corti.

Sul tablet, la cugina la saluta con una videochiamata. “Anche da noi passano camion. Fanno rumore,” dice la cugina, strofinandosi un occhio.

“Disegniamo insieme?” propone Marta, prendendo fogli. “Io una colomba, tu un ponte.”

La cugina ride. Disegnano in silenzio, mostrando i fogli alla fine. Due disegni, due facce che si somigliano un po', anche se vivono in città diverse. Non serve altro. Le parole tornano a posto da sole.

“La zuppa è pronta,” annuncia la mamma. Il profumo di rosmarino riempie la cucina. Mangiano, poi leggono una storia sulla biblioteca del quartiere che rimane aperta più a lungo la sera, per chi ha bisogno di un posto quieto. È un fatto vero della loro città. Sembra piccolo, ma parla di mondo.

Dopo pranzo, la pioggia si fa più fine. Marta apre il quaderno delle idee. Scrive: cose che posso fare. Sotto, mette ricette in tre righe. Respirare quando mi si stringe lo stomaco. Chiedere a Lila come è andata la giornata, senza domande curiose, ma vere: ti sei divertita, che libro ti piace. Verificare le notizie con la mamma e con il maestro, non con chi urla in rete. Non paragonarmi. Non dire: il mio dolore è meno, il suo è più. Dire: noi sentiamo, insieme. Questo basta per scegliere gesti.

Ruggine si acciambella accanto a lei. Marta disegna un arcobaleno che parte dalla ciotola dell'acqua del gatto e va fino alla finestra. Ride piano: a volte l'allegria si appoggia su dettagli buffi. Come un gatto che sogna di rincorrere un tappo di bottiglia e muove le zampe nel sonno.

Prima di cena, la mamma e Marta preparano due teglie di biscotti da portare l'indomani in biblioteca. Sarà un pomeriggio speciale: letture di storie che parlano di pace, di vicinato, di amicizia. La guerra non compare come protagonista. Resta sullo sfondo, come una nuvola che sappiamo esserci. L'attenzione va alle mani che costruiscono.

Marta si sente un filo stanca e un filo leggera. Sono due fili che si intrecciano spesso, quando si fa qualcosa che importa.

La partita sospesa e il cartello della tregua

Il lunedì pomeriggio, il cortile della scuola è una scacchiera di giacche colorate. Marta e Lila giocano a calcio con gli altri. Il pallone scivola sull'erba umida. Un passaggio, un tiro, un rimbalzo sbilenco. All'improvviso, due compagni si fermano, quasi fronte contro fronte.

“Era fuorigioco!” grida uno.

“Non è vero!” risponde l'altro.

Il volume dell'aria sale. Marta sente quel fruscio dentro che conosce: è il punto in cui la voce può diventare graffio. Fa un passo avanti. Pensa al cartellone nel corridoio, alla parola tregua, alle frecce sulla tovaglia.

“Tregua. Cinque minuti per fare regole. Poi ripartiamo,” dice calma. Non ordina, propone. Le sue parole hanno la consistenza di un cuscino, non di un mattone.

“Posso fare da arbitra?” chiede Lila, alzando la mano.

“Va bene,” borbotta il primo compagno, con le guance rosse di correre e di discutere.

Si siedono sul gradino. Lila segna su un foglio tre regole chiare: linea del fuorigioco, turni per i portieri, modo di decidere i calci d'angolo. Non sono leggi rigide, sono strumenti. Marta aggiunge accanto piccole icone: una bandierina, un fischietto disegnato, una freccia. Il pallone riposa accanto, paziente. Quando ricominciano, il gioco è fluido. Le gambe corrono nello stesso verso. Le voci si abbassano, si fanno vento.

Alla fine, un compagno di prima stringe la mano all'altro. Non è un gesto da film. È un gesto reale: un dito che cerca, un palmo che risponde. I due ridono un po', senza guardarsi direttamente. È il loro modo di sistemare.

Nel corridoio, a fine giornata, la classe appende il cartellone delle parole. Sotto “tregua”, mettono una foto del cortile e del foglio con le regole. Sotto “solidarietà”, una foto del mercato, con Ruggine che cerca di infilarsi in una scatola. Sotto “ascolto”, una frase: quando qualcuno parla, i nostri occhi sono ponti. Hanno deciso di scriverlo così, con tutte le lettere piccole, come si fa con le parole che si vogliono maneggiare con cura.

In biblioteca, i biscotti profumano. Alcuni bambini nuovi entrano, accompagnati da genitori che guardano attorno con un misto di timidezza e curiosità. Lila e Marta mettono i piatti su un tavolo. La bibliotecaria legge una storia di due vicini che litigavano per un albero. Alla fine, capiscono che l'ombra poteva essere divisa e i frutti raccolti insieme. Non è una favola. È una storia vera, adattata. Si sente, perché le frasi non forzano. Scivolano.

Nando entra con la sua armonica in tasca. Non suona. Si siede, annuisce. Ogni tanto, accompagna col piede il ritmo della lettura. Quando si chiude il libro, rimane quel silenzio pieno che è il migliore. Nessuno corre a parlare. Tutti respirano. Poi scatta un applauso.

Al rientro, Marta cammina a fianco di Lila. La strada è bagnata. Le pozzanghere sono specchi rotondi. Si divertono a guardare i loro passi che tagliano in due il cielo riflesso. Nessuna delle due dice: il mio specchio è più profondo del tuo. Camminano. Condividono il rumore degli zaini, il profumo del bucato dai balconi, il cane che abbaia sempre al secondo piano.

Quella notte, Marta appoggia sul comodino la matita blu e la rossa, pronte. A volte, disegnare una colomba e un arcobaleno prima di dormire è come mettere un bicchiere d'acqua accanto al letto. Serve, e basta.

Carnet di idee per agire (e ciò che ho capito)

Nel suo quaderno a spirale, Marta dedica le ultime pagine a un carnet. È una parola che le piace: è un taccuino di viaggio. Anche se il suo viaggio è dentro la città, la scuola, le notizie. Scrive con calma. La scrittura è una strada che si apre sotto i piedi.

Cos'ho capito finora. La guerra è quando gruppi smettono di parlarsi e usano la forza. Fa male a molti, soprattutto a chi non ha colpa. Non devo sapere tutto per capire quello che basta. Posso chiedere a chi si fida di me e di cui mi fido: mamma, papà, maestro, bibliotecaria. Posso evitare luoghi in rete dove si urla e si confonde. Posso imparare parole giuste. Con esse, il mondo si slega dal groviglio.

Ho capito anche che i miei sentimenti sono validi. Se una notizia mi preoccupa, è giusto dirlo. Non devo fare confronti. Non devo ridere di chi piange, né piangere pensando che è inutile ridere. Ognuno ha il suo modo. Le emozioni sono bussole. Non dicono dove andare, ma segnalano dove sono i poli. Negli stessi giorni posso sentirmi forte e fragile. Posso aiutare e desiderare di essere aiutata. Non c'è una classifica del dolore. C'è la dignità di ciascuno.

E adesso, le idee. Le metto in righe, come una lista della spesa. Sono azioni piccole, ma ripetibili.

1. Disegnare. Colombe, arcobaleni, mani che si stringono, ponti. Appenderli in casa, a scuola, in biblioteca. Le immagini rassicurano. Non cancellano i problemi, ma orientano gli sguardi.

2. Ascoltare. Quando qualcuno parla, guardarlo negli occhi. Non interrompere. Fare domande semplici, che aprano: come stai, cosa ti serve, vuoi camminare con me fino al cancello.

3. Verificare. Se leggo una notizia che mi agita, la porto a un adulto. La discutiamo. Distinguere opinioni da fatti è come mettere etichette ai barattoli: spezie qui, farina là.

4. Scegliere i canali. Preferire giornali per ragazzi, programmi pensati per la mia età. Evitare video che cercano di spaventare per guadagnare attenzione. La paura non è una moneta che voglio usare.

5. Parole buone. Imparare i significati di conflitto, tregua, negoziato, solidarietà, rifugio. Usarle quando parlo con gli amici. Aiutano a rendere nitide le idee. Le parole sono strumenti in una cassetta. Se le conosci, aggiusti meglio.

6. Fare spazio. In classe, proporre un angolo della calma. Un cuscino, due libri, un cartello: cinque respiri e poi si torna. Serve quando le voci si accelerano.

7. Accogliere. Quando arriva un nuovo compagno, offrire un posto vicino. Presentarlo agli altri. Chiamarlo per nome. Offrire una cosa semplice: vuoi che ti faccia vedere la biblioteca, il cortile, la mensa.

8. Condividere. Portare un libro, una sciarpa, un quaderno per chi ha bisogno. Annotare da dove viene ogni oggetto: “Da Marta, ex preferito”, “Da Nadia, sciarpa lunga come un abbraccio”. Le storie degli oggetti fanno bene.

9. Tempo insieme. Organizzare letture in biblioteca, giochi nel cortile, merende in cui ognuno porta qualcosa. L'amicizia è una rete che regge pesi.

10. Respirare. Non sembra un'azione pubblica, ma lo è. Se sto meglio, posso fare meglio. Cinque respiri lenti, contati sulle dita. Poi decido.

11. Parlare senza confrontare. Dire: “Quella notizia mi ha fatto battere forte il cuore”. Non dire: “Io non dovrei preoccuparmi, perché altrove è peggio”. Il rispetto non ha bisogno di paragoni. Ha bisogno di presenza.

12. Scrivere lettere. Alla biblioteca, al Comune, a un'associazione. Chiedere cosa serve. Chiedere come posso aiutare a undici anni. Ricevere risposte è istruttivo: capisci la macchina del mondo.

13. Curare i luoghi. Tenere la classe pulita, il cortile senza cartacce. È simbolico, ma non solo. I luoghi curati fanno sentire al sicuro. Chi è al sicuro tende meno a litigare.

14. Saper dire basta. Se un gioco in cortile si scalda, proporre la tregua. Fermarsi cinque minuti. Scrivere una regola semplice insieme. Ripartire.

15. Ricordare il nome delle cose belle. Elencarle di sera: oggi ho visto una nuvola a cuscino, ho sentito una nota di armonica, ho regalato un libro. Tenerle sul comodino. Non per dimenticare il resto, ma per non dimenticare che esiste anche questo.

Alla fine del carnet, Marta disegna una colomba che porta nello zainetto un taccuino. La colomba ha un'occhiata seria e tenera. Sopra, scrive: sulle spalle leggere, cose importanti.

Poi, aggiunge un breve riassunto delle sue scoperte. Capire non significa conoscere tutto. Significa tenere accesa una luce giusta. La guerra è una parola grande che spiega quando le parole si rompono. La pace è una parola quotidiana che si impara facendo. Posso rispondere con gesti: ascolto, scelte, compagnia. Posso proteggere la mia mente selezionando le notizie e chiedendo aiuto. Posso legare la realtà di fuori con la mia senza pesare i dolori. Non c'è una gara. C'è una squadra.

Chiude il quaderno con un suono secco, che sembra una promessa. Si prepara per dormire. Disegna un ultimo arcobaleno piccolo, che parte dalla punta del suo indice e arriva all'angolo della pagina. Spegne la luce. La radio in cucina, il giorno dopo, parlerà ancora del mondo. Lei ascolterà con cura. E, se servirà, aggiungerà una colomba. Non perché sia la soluzione, ma perché aiuta a ricordare da che parte guardare. Verso le parole. Verso le mani. Verso i ponti. Verso noi.

Senza pubblicità 3€ al mese

Desidera una lettura senza interruzioni? Sostenga Oh My Tales, rimuova tutte le pubblicità e usufruisca di altri vantaggi inclusi a partire da 3€ al mese.

Vedi i piani e le tariffe
Condividere

segnalare un problema con questa storia

Cosa ne pensi di questa storia?

Esprimi la tua opinione assegnando un voto a questa storia in base a ciò che tu e/o tuo figlio hanno pensato. Grazie in anticipo!

Grazie! Il tuo voto è stato preso in considerazione!

Il quiz: hai capito bene la storia?

Conflitto
Situazione di contrasto o lotta tra due o più parti, che può avvenire a vari livelli, da quello personale a quello nazionale.
Trattative
Discussioni tra due o più parti per cercare di raggiungere un accordo su un argomento specifico.
Cessate il fuoco
Accordo tra le parti in conflitto per fermare le ostilità, solitamente per un periodo di tempo determinato.
Esodo
Movimento di un gran numero di persone da un luogo a un altro, spesso a causa di guerre, crisi o disastri.
Solidarietà
Sentimento di unità e supporto tra persone che condividono o comprendono le stesse difficoltà o esperienze.
Tregua
Interruzione momentanea delle ostilità tra due o più parti, spesso per discutere o risolvere un conflitto.

Crea una storia magica e unica per suo figlio!

Create un'avventura personalizzata in pochi minuti dove vostro figlio diventa l'eroe. Con il nostro strumento esclusivo, è facile, gratuito e divertente!

Creare una storia

Scaricate questa storia:

Scarica questa storia in PDF Scarica l'e-book (.epub)

Da leggere dopo su Storie sulla guerra per 11/12 anni

Ricevi nuove storie ogni domenica sera!

Ricevete 7 storie emozionanti e coinvolgenti, adatte all'età e ai gusti di vostro figlio, ogni domenica alle 17:00*. È gratuito e garantito senza spam!
*Email inviato alle 17:00, ora dell'Europa Centrale (CET).
Non amiamo neanche lo spam. Pertanto, ti invieremo solo storie. Potrai disiscriverti quando lo desideri.