Capitolo 1: La porta che sa di torta
Il giorno del suo quasi dodicesimo compleanno, Marta sentiva nell'aria un profumo strano: non proprio vaniglia, non proprio cioccolato. Un profumo di “succede qualcosa”.
Sul pianerottolo di casa, lei, Sara e Giulia avevano costruito un cartello con pennarelli glitterati: “ENTRA SOLO CHI PORTA ALLEGRIA (o biscotti)”.
—Secondo te funziona?— chiese Sara, stringendosi nelle spalle.
Giulia, seduta sulla sua sedia a rotelle con una corona di carta in testa, alzò un sopracciglio. —Funziona sempre. L'allegria è curiosa. Entra dove la inviti.
Marta guardò la porta di casa come se fosse un libro chiuso. Dentro c'erano palloncini, piatti colorati e la playlist pronta. Fuori c'erano le sue due amiche e il corridoio silenzioso del palazzo.
Poi, dal basso, arrivò un suono: toc toc… ma non sulla porta. Era come un picchiettio leggero, sul pavimento.
Marta aprì.
E in quel momento, non entrò un vicino, né un pacco, né un gatto in fuga.
Entrò la gioia.
Non era una persona, eppure aveva un'aria da ospite educato: una folata tiepida, una scintilla che fece tremolare le lucine appese al muro, un fruscio che sembrava ridere.
I palloncini si gonfiarono di un soffio in più, come se avessero trattenuto il respiro fino ad allora.
—Ok— disse Sara, con gli occhi rotondi. —O abbiamo esagerato con i glitter… o questa casa è appena diventata magica.
Giulia annusò. —Sa di zucchero filato e di temporale. Interessante combinazione.
Marta fece un passo indietro, come si fa quando si lascia passare qualcuno. —Benvenuta— sussurrò, senza sapere bene a chi.
La porta, dietro di loro, fece un clic soddisfatto. Come se anche lei avesse sorriso.
Capitolo 2: Il biglietto che cambia le regole
Sul tappeto dell'ingresso, dove un attimo prima non c'era niente, comparve un biglietto piegato in tre. Non cadde: atterrò con precisione, come se avesse mirato.
Marta lo raccolse. La carta era liscia e calda, come appena uscita da una tasca.
Sul davanti c'era scritto: “PER LA FESTEGGIATA (e per le sue due complici)”.
—Complici?— Sara si mise a ridere. —Io voto sì. Mi piace.
Marta aprì il biglietto. Dentro, con una calligrafia che sembrava fatta con una penna di luce:
“Regola numero uno: oggi si festeggia insieme.
Regola numero due: per trovare il regalo, dovete seguire la Porta.
Regola numero tre: se vi perdete, usate la gentilezza come bussola.”
Giulia inclinò la testa. —La Porta… cioè questa?— e indicò l'uscio di casa.
Come risposta, la maniglia si abbassò da sola. L'uscio si aprì di nuovo, ma invece del solito corridoio del palazzo… oltre c'era un posto diverso.
Una via cittadina, sì, con un marciapiede e un lampione. Però il lampione aveva un cappello a cilindro, e il cartello “VIA DELLE FESTE” oscillava come una lingua che fa “bleh”.
In lontananza, si sentiva musica. Una batteria, un fischio, un “ta-daa!”.
Sara fece un passo avanti e poi indietro. —La mia mamma mi ha detto di non entrare mai nei posti strani. Ma… questo posto sembra… educato.
Giulia si avvicinò alla soglia. —E poi c'è scritto di seguire la Porta. Una porta che decide di fare la guida turistica non capita tutti i giorni.
Marta inspirò. Le venne in mente la scritta sul cartello: entra solo chi porta allegria.
Forse, pensò, l'allegria aveva preso la cosa sul serio.
—Andiamo— disse. —Ma insieme. E se vediamo qualcuno che ha bisogno… facciamo la cosa giusta.
La gioia, invisibile ma presente, sembrò applaudire con un fruscio.
Le tre ragazze attraversarono la soglia.
Capitolo 3: La Via delle Feste e il negozio delle candeline
La “Via delle Feste” sembrava una strada normale di oggi: vetrine, biciclette, un cane che tirava il guinzaglio. Però ogni dettaglio era leggermente… esagerato.
I semafori facevano l'occhiolino. Le panchine sussurravano “sediti, sediti” con voce di legno. E ogni finestra aveva una tenda che sembrava una nuvola.
—Mi sento in una versione migliorata del mio quartiere— disse Sara. —Tipo: Quartiere, ma con più teatro.
Giulia scivolava sul marciapiede con facilità, e ogni volta che passavano su una grata, questa faceva “pling”, come se fosse uno strumento.
—Ascoltate— disse. —È come una musica nascosta. Forse dobbiamo seguirla.
La Porta, che stranamente li seguiva —sì, proprio la porta: camminava saltellando su due cerniere come fossero gambe— si fermò davanti a un negozietto.
Sulla vetrina c'era scritto: “CANDALANDIA: Candeline che non si spengono solo soffiando”.
Dentro, un signore con baffi a forma di punto interrogativo lucidava una montagna di candeline colorate.
—Benvenute!— cantò, come se la parola fosse una nota. —Chi compie gli anni?
Marta alzò la mano. —Io… quasi dodici.
Il signore annuì con gravità comica. —Quasi dodici è una cosa seria. È l'età in cui si comincia a capire che gli adulti spesso improvvisano.
Sara tossì ridendo. —Vero.
Il signore prese una scatolina. —Queste sono candeline di cooperazione. Si accendono solo se qualcuno fa un gesto gentile.
Giulia indicò un bambino vicino allo scaffale. Sembrava sul punto di piangere: stava fissando una candelina caduta a terra, spezzata.
Marta si avvicinò. —Ehi… posso aiutarti?
Il bambino annuì, tirando su col naso. —Era per mia sorella. Ma l'ho rotta. Sono un disastro.
—No— disse Marta. —Hai solo avuto un incidente. Guarda: possiamo chiedere al signore se ne ha una uguale, e intanto teniamo questa come “candelina di prova”.
Sara si unì: —E se tua sorella ride, potete dire che è una candelina in due pezzi, come un segreto.
Il bambino fece un mezzo sorriso.
Il signore dei baffi a punto interrogativo arrivò e mise una mano sul cuore. —Che trio! Gentilezza pronta all'uso. Scegli, piccolo: una nuova candelina, uguale.
Mentre il bambino ringraziava, nella scatolina di Marta una candelina si accese da sola, con una fiamma piccola e fiera.
Giulia fischiò. —Funzionano davvero.
Il signore strizzò l'occhio. —Prendete questa. Vi servirà. E ricordate: la gentilezza è contagiosa, ma senza febbre.
La Porta saltellò verso l'uscita, impaziente. La fiamma della candelina, invece di tremolare, sembrava indicare una direzione, come una bussola luminosa.
Capitolo 4: Il parco che ascolta e il vento impaziente
Seguendo la luce, arrivarono a un parco. Sembrava un parco qualunque, con altalene e alberi… solo che gli alberi avevano foglie a forma di piccole mani, e quando passava il vento sembrava che applaudissero.
Al centro c'era una fontana, ma non buttava acqua: buttava bolle di sapone grandi come palloni da calcio, che fluttuavano lente.
Sara provò a toccarne una. La bolla non scoppiò: si trasformò in una scritta che brillava per un secondo e poi svaniva. “AUGURI”, “GRAZIE”, “BRAVA”.
—Il parco parla— disse Sara. —E dice cose carine.
Accanto alla fontana, un signore anziano cercava di raccogliere da terra una busta della spesa rovesciata. Arance rotolavano ovunque come se stessero giocando a nascondino.
Il vento, in quel momento, decise di fare il birichino: soffiò e le arance scapparono ancora di più.
—Oh no— disse Marta. —Aiutiamolo!
Giulia si posizionò come una regista. —Sara, tu a sinistra. Marta, tu a destra. Io faccio il “blocco” qui.
—Il blocco?— chiese Sara.
Giulia indicò le sue mani e la sua posizione davanti a un sentierino. —Mi metto qui e fermo quelle che scappano. È un lavoro serio: difesa anti-arance.
Sara scoppiò a ridere e scattò. Marta rincorse due arance che cercavano di infilarsi sotto una panchina.
Il signore anziano, sorpreso, li guardava come se fossero comparse di un film felice.
—Grazie, ragazze— disse. —Oggi è il compleanno di qualcuno, vero? Si capisce dall'aria.
Marta mise le arance nella busta. —Sì. E… credo che il mio compleanno stia facendo cose strane.
Il signore sorrise. —I compleanni fanno sempre cose strane. Solo che di solito gli adulti fingono di non vederle.
Quando l'ultima arancia fu al sicuro, la candelina di cooperazione nella scatolina si accese più forte. La fiamma proiettò per terra un'ombra che sembrava una freccia.
E la freccia puntava verso… una giostra abbandonata, oltre gli alberi. Una vecchia giostra di cavalli, con vernice scrostata e un cartello “FUORI SERVIZIO”.
—Fuori servizio— lesse Sara. —Classico. Eppure… sento musica.
In effetti, un carillon lontano suonava una melodia sottile, come se qualcuno la stesse fischiettando dentro un sogno.
La Porta saltellò fino alla giostra e si appoggiò al cancelletto. Il cancelletto, come se la riconoscesse, si aprì con un cigolio che sembrava un “prego”.
Capitolo 5: La giostra che gira con i desideri
Dentro la giostra, i cavalli di legno erano immobili, con gli occhi dipinti un po' tristi. Al centro, una colonna aveva crepe come rughe.
Marta si avvicinò e posò la mano su un cavallo bianco. Il legno era freddo. —Poverino… sembra che aspetti.
—Forse aspetta qualcuno che dica la parola giusta— suggerì Giulia.
Sara si schiarì la voce, teatrale: —Ehm… “per favore”?
Niente.
Marta guardò il biglietto delle regole. “Se vi perdete, usate la gentilezza come bussola.”
—Forse non basta una parola— disse. —Serve un gesto.
Sul bordo della giostra, c'era una scatola di attrezzi aperta e arrugginita. Un cacciavite era caduto, e accanto c'era un guanto da lavoro bucato.
—Qualcuno ha provato a sistemarla— notò Giulia.
Marta ebbe un'idea. —Se questa giostra è triste perché nessuno la usa… possiamo rimetterla un po' a posto. Anche solo… pulire.
Sara si rimboccò le maniche. —Io sono una campionessa di pulizie quando c'è da rimandare i compiti.
Giulia indicò un rubinetto vicino, con un secchio. —C'è acqua. E… guardate: spugne!
Era come se il posto avesse preparato tutto, ma stesse aspettando proprio loro.
Le tre ragazze si misero al lavoro: Marta passò la spugna sul cavallo bianco, togliendo una riga di polvere che sembrava una cicatrice. Sara pulì i sedili, e raccontava barzellette terribili per tenere alto il morale.
—Perché il cavallo non usa il computer? Perché ha paura dei… trott-ivirus!
—Basta!— rise Marta. —Ti prego, basta!
Giulia, con attenzione, sistemò il guanto bucato legandolo con un filo trovato nella scatola. —Ecco. Non è perfetto, ma è… gentile.
Quando l'ultimo cavallo tornò a brillare un po', la candelina nella scatolina fece una fiamma alta e morbida, e tutta la giostra sospirò. Sì, proprio un sospiro: il legno si rilassò, le crepe sembrarono meno profonde.
La musica del carillon si alzò di volume.
—Avete… ricordato a questo posto che vale ancora— disse una voce.
Non si vedeva nessuno, ma la voce era vicina, come se uscisse dalle luci spente della giostra.
Poi, con un “clac” gentile, la giostra si accese. Le lampadine lungo il bordo si illuminarono una dopo l'altra, come una collana che si chiude.
I cavalli cominciarono a muoversi. Lentamente, poi con un ritmo allegro.
Sara spalancò gli occhi. —Ok. Questa è la mia scena preferita di sempre.
La voce continuò: —Un giro, in regalo. Ma ricordate: la giostra gira con i desideri… e i desideri funzionano meglio quando includono gli altri.
Marta montò sul cavallo bianco. Sara su un cavallo marrone con la criniera azzurra (perché sì, era azzurra). Giulia scelse una carrozza laterale, comoda, con stelle dipinte.
La giostra girò. Il parco intorno si sfocò in colori. Marta chiuse un attimo gli occhi e pensò al suo desiderio.
Non “voglio questo per me”.
Ma: “voglio che oggi nessuno si senta escluso. Voglio che ridiamo insieme.”
La giostra rispose: una pioggia di coriandoli cadde dall'alto, e in mezzo ai coriandoli apparve… una chiave.
Capitolo 6: La chiave, il tetto e il regalo che non si incarta
La giostra rallentò e si fermò con un ultimo tintinnio. La chiave era lì, sulla mano di Marta, leggera come una foglia.
Era di metallo scuro, ma aveva una piccola stella incisa sulla punta.
La Porta saltellò vicina, come un cane che ha trovato il bastone giusto. Poi si voltò verso l'uscita del parco e iniziò a “camminare” di nuovo, più veloce.
—Stiamo inseguendo una porta che ci porta in giro per la città— disse Sara. —Se lo racconto domani a scuola, mi danno un appuntamento con lo psicologo.
—Allora raccontalo bene— disse Giulia. —E aggiungi che hai aiutato un signore con le arance. Così almeno sembri una persona responsabile.
Risero, e quel ridere rendeva tutto più semplice.
La Porta li guidò fino a un edificio che assomigliava al loro condominio… solo che sul tetto c'era una scala di luce, come un disegno al neon appoggiato al cielo.
Sulla porta d'ingresso dell'edificio, c'era una serratura che brillava. La chiave di Marta vibrò, impaziente.
—Questa è decisamente la parte “livello finale”— mormorò Sara.
Marta inserì la chiave. La serratura fece un suono felice, come quando trovi finalmente la canzone giusta.
La porta si aprì su una scala normale, ma i gradini avevano numeri scritti con gessetto: 1, 2, 3… fino a 12. Al dodicesimo gradino, c'era un adesivo: una faccina che faceva l'occhiolino.
—Quasi dodici— disse Marta, contando. —Ci siamo.
Salirono. Al piano del tetto, un'ultima porticina attendeva. Questa volta, Marta esitò.
—E se…— iniziò Sara.
Giulia la interruppe con dolcezza. —Apri. Hai già accolto la gioia. Ora… vediamo cosa vuole mostrarti.
Marta appoggiò la mano sulla maniglia. Sentì il calore della casa, delle risate, dei gesti gentili fatti lungo la strada. Come se tutto fosse diventato una chiave più grande.
Aprì.
Sul tetto c'era una tavolata apparecchiata. Non enorme, non perfetta: vera. C'erano bicchieri colorati, tovaglioli con disegni buffi, una torta con glassa bianca e frutti rossi.
E intorno… c'erano persone.
Il bambino della candelina, con sua sorella che sorrideva. Il signore delle arance, con una sciarpa che sembrava nuova. Persino il signore di Candalandiа, che salutava agitando una candelina come fosse un microfono.
—Sorpresa!— dissero tutti insieme, ma senza urlare troppo. Era una sorpresa che rispettava il cuore.
Marta rimase senza fiato. —Ma… come…?
La voce della giostra, o forse era la gioia stessa, sussurrò vicino al suo orecchio: —Il regalo non si incarta. Si invita.
Sara le diede una spinta leggera sulla spalla. —Visto che il cartello funzionava?
Giulia sorrise. —E che la gentilezza è una bussola? Ci ha portate qui.
Marta guardò la torta. Al centro c'era una candelina speciale: quella della cooperazione, adesso più bella, con una fiamma calma.
—Prima di soffiare— disse il signore dei baffi a punto interrogativo —si fa una cosa.
—Quale?— chiese Sara, pronta a tutto.
—Si ringrazia qualcuno— disse lui. —A scelta.
Marta guardò Sara e Giulia. —Grazie. Per esserci. Per seguirmi anche quando una porta decide di fare jogging.
Sara fece un inchino. —Prego. Io seguo sempre le porte magiche. È una mia qualità.
Giulia le strinse la mano. —E grazie a te, Marta. Perché hai aperto. Non solo la porta.
Marta inspirò, poi soffiò.
La fiamma non si spense: si trasformò in una manciata di piccole luci che salirono verso il cielo.
Capitolo 7: Il domo di stelle
Le luci salivano, salivano, e invece di sparire, si fermarono sopra il tetto. Una alla volta, come se stessero scegliendo il posto migliore.
Poi cominciarono a collegarsi tra loro con fili sottili di luce, disegnando una cupola.
Un domo di stelle.
Non erano stelle lontane e irraggiungibili: erano vicine, calde, come lampadine gentili che non abbagliano.
La cupola si completò con un ultimo “tinn” delicato, e il cielo sopra di loro sembrò un enorme soffitto di velluto blu, ricamato.
Tutti rimasero in silenzio per un secondo, quel silenzio buono che viene quando la bellezza ti prende per mano.
Poi Sara, ovviamente, lo ruppe: —Ok, ma adesso… possiamo mangiare la torta sotto un domo di stelle? Perché io sì, e anche subito.
Risero. Qualcuno mise la musica. Il vento, stavolta, era educato: portava solo profumo di notte e di zucchero.
Marta guardò le persone intorno, il modo in cui si passavano i piatti, come si facevano spazio a vicenda, come ogni risata sembrava allargare la cupola.
Giulia alzò il bicchiere. —A quasi dodici. Alle porte che si aprono. E alla gioia che entra quando la inviti.
Marta chiuse gli occhi un attimo, come per ricordare quel momento per sempre. Quando li riaprì, il domo di stelle era lì, saldo e luminoso.
E sotto quella cupola, la sua festa sembrò la cosa più naturale del mondo: un compleanno, sì.
Ma soprattutto, un insieme.