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Favola di principessa e principe 11/12 anni Lettura 31 min.

La pietra del giusto mezzo e la Porta dell’Alba

Nel Regno delle Sette Campane, il giovane principe Elian sogna di trovare la pietra perfetta per tenere aperta la Porta dell’Alba, mentre intraprende un viaggio per ascoltare le voci del suo regno e scoprire il significato del coraggio e delle scelte. Incontra una strega di nebbia e una bambina coraggiosa, imparando l'importanza degli intervalli tra le decisioni e il potere dei rintocchi delle campane.

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Un giovane principe, Elian, di circa 16 anni, si trova davanti a una grande porta di legno decorata con motivi delicati. Ha capelli castani ondulati, occhi azzurri brillanti e un sorriso determinato, che esprime sia coraggio che curiosità. Indossa un mantello blu reale, ricamato d'oro, che fluttua leggermente nel vento. Accanto a lui, una bambina di 10 anni di nome Mira, con lunghe trecce nere e occhi scintillanti, lo osserva con ammirazione, tenendo un piccolo taccuino tra le mani. Il paesaggio è una valle verdeggiante, illuminata dalla luce dorata del sole al tramonto, con dolci colline e un antico campanile sullo sfondo, le cui tre campane sono pronte a suonare. La scena trasmette un'atmosfera di mistero e speranza, mentre Elian si prepara a posare la pietra magica davanti alla porta, simboleggiando l'inizio di una nuova avventura. segnalare un problema con questa immagine

I sentieri di pietra e il principe ordinato

Nel Regno delle Sette Campane, il mattino sorgeva sempre tra rintocchi d'argento. Le torri dei campanili, alte e sottili come dita puntate al cielo, suonavano in dialogo: una campana rispondeva all'altra, e le note scivolavano sui tetti e sui ponti antichi come stormi di uccelli dorati.

Tra quei ponti, fatti di pietre grigie e lisce, correvano sentieri che sembravano fiumi solidi, guidando chiunque li percorresse verso piazze nascoste, giardini segreti o colline misteriose. Ogni ciottolo aveva una storia, dicevano i vecchi del regno, e se poggiavi l'orecchio a terra potevi sentire i sussurri di antiche avventure.

In cima alla collina più alta, dove le ultime luci del tramonto si attardavano per non andare via, si ergeva il Castello delle Ore: torri snelle, finestre a ogiva, balconi di pietra fiorita. Là viveva il giovane principe Elian.

Elian era diverso dagli altri principi che si raccontano nelle storie. Non amava particolarmente i tornei rumorosi, né gli piaceva gettarsi in imprese spettacolari soltanto per farsi applaudire. Lui amava l'ordine. Un ordine gentile, non severo: i suoi libri erano disposti per colore, le sue mappe arrotolate per dimensione, i suoi mantelli appesi secondo la sfumatura del cielo che gli ricordavano.

Ogni sera, prima di andare a dormire, Elian riordinava i suoi pensieri come se fossero pietre preziose: li disponeva in file silenziose, cercando di capire cosa fosse giusto e cosa no, cosa avesse imparato e cosa ancora gli sfuggisse.

Ma c'era una cosa che il principe non diceva a nessuno.

Nel fondo del suo cuore custodiva un sogno segreto, piccolo e un po' strano per un principe: desiderava trovare la pietra perfetta per tenere aperta una porta. Non una porta qualunque: la Porta dell'Alba, una grande porta ad arco che collegava la piazza principale del regno al giardino più antico del castello.

Ogni mattina i servitori la aprivano, e ogni sera la chiudevano. La porta cigolava, si spostava, sbatteva con il vento, e nessun fermaporte sembrava reggere. Elian la osservava da anni.

“Se potessi calare, incastrare la pietra giusta ai suoi piedi,” pensava, “la porta resterebbe esattamente dove serve: né chiusa a chi vuole entrare, né spalancata a chi vuol fare del male. Starebbe sospesa tra il dentro e il fuori, come un respiro trattenuto. E imparerei qualcosa sul confine tra i mondi.”

Un sogno semplice, forse, ma per lui prezioso come un tesoro.

Un pomeriggio, mentre i rintocchi di mezzogiorno si allungavano nell'aria come fili d'oro, il re e la regina lo chiamarono nella Sala delle Mappe. Sul tavolo erano sparse pergamene antiche, e un grande globo di cristallo occupava il centro, con piccole luci che si accendevano e spegnevano come lucciole imprigionate.

“Elian,” disse il re, con voce calma ma ferma, “è giunto il tempo per te di conoscere meglio il regno. Non solo con gli occhi dall'alto delle torri, ma con le tue stesse scarpe sui sentieri di pietra.”

La regina sorrise, con quel sorriso che sapeva di miele e di bosco fresco.

“Ti manderemo in viaggio,” continuò lei, “non per guerra né per conquista, ma per ascolto. Il nostro regno è bello, ma in certe valli i rintocchi delle campane si sentono appena, come se qualcosa volesse spegnere il loro suono. Dovrai capire cosa succede.”

Elian annuì, il cuore che gli batteva piano ma deciso.

“Lo farò,” disse semplicemente. “Ma posso scegliere io le strade da percorrere?”

“Finché tornerai saggio e incolume,” rispose il re, “puoi scegliere i sentieri che vorrai.”

Elian chinò il capo in segno di rispetto, ma dentro di sé una piccola idea cominciò a brillare: forse, lungo quei sentieri, avrebbe trovato la pietra che cercava da sempre.

La Porta dell'Alba e il sogno segreto

La notte prima della partenza, il castello era silenzioso come una biblioteca che trattiene il fiato. Elian se ne stava sulla scalinata che conduceva alla Porta dell'Alba. La porta era socchiusa, e una lama di luna passava attraverso la fessura, disegnando sul pavimento una striscia d'argento.

Il principe si chinò e sfiorò il bordo di legno consumato.

“Tu balli troppo con il vento,” mormorò, quasi stesse parlando a una vecchia amica capricciosa. “Un giorno ti troverò il giusto compagno di danza. Una pietra che ti tenga ferma quando serve, ma che ti lasci anche volare quando è il momento.”

Alle sue spalle, una voce bassa e un po' roca lo fece sussultare.

—Parli alle porte adesso, mio principe?

Elian si voltò. Era la Vecchia Custode delle Chiavi, donna minuta dai capelli color neve e dagli occhi scuri come pozzi profondi. Portava alla cintura un mazzo infinito di chiavi, che tintinnavano ad ogni passo come un piccolo coro di campanelli.

—Parlo a ciò che non viene ascoltato abbastanza —rispose Elian, arrossendo appena—. Le porte vedono chi entra e chi esce, ma nessuno chiede mai cosa pensino.

La Custode rise, una risata leggera che sapeva di ruscello.

—Giusta osservazione per chi dovrà governare un giorno. Chi resta al confine tra due mondi sa molti segreti. Ma dimmi, Elian, perché guardi tanto i piedi di questa porta?

Il principe esitò, poi decise che alla Custode poteva rivelare almeno un frammento del suo segreto.

—Vorrei… trovare una pietra perfetta per tenerla ferma quando è necessario. Non troppo pesante, non troppo leggera. Una pietra che capisca il suo compito.

La donna aggrottò la fronte, studiandolo.

—Molti sognano spade, troni e corone. Tu sogni un fermaporte.

—È stupido? —chiese Elian, con un lampo di dubbio.

—Non è stupido —rispose lei, seria—. È preciso. E là dove un sogno è preciso, spesso si nasconde una grande saggezza. Ma ricordati: non esiste pietra perfetta per una porta imperfetta. Se vuoi calare una pietra ai suoi piedi, dovrai conoscere bene sia la porta che il passaggio che custodisce.

Gli mise una mano leggera sulla spalla.

—Porta con te questo, allora.

Dal mazzo di chiavi ne staccò una piccola, sottile, di metallo pallido.

—Non apre nessuna serratura di questo castello —disse—. Apre invece domande. E quando una domanda si apre bene, la risposta trova da sola la strada.

Elian la prese incuriosito.

—Come si chiama?

—Chiave dell'Intervallo —rispose lei—. Serve per quei momenti in cui non si è più ciò che si era, ma non si è ancora ciò che si sta per diventare. Come una porta che non è né chiusa né aperta del tutto.

Il principe annuì. Capiva poco, ma sentiva che quelle parole erano come semi: avrebbero messo radici più avanti.

Quella notte sognò ponti che si trasformavano in draghi di pietra, torri di campane che suonavano in silenzio e una piccola pietra grigia che brillava come una stella caduta a terra.

Al mattino, al primo rintocco, era già in sella al suo cavallo morello, il mantello azzurro sulle spalle e un piccolo zaino ordinato meglio di una biblioteca.

I ponti antichi e il villaggio senza rintocchi

Elian seguì per giorni i sentieri di pietra che scendevano dal castello come fiumi disciplinati. Ogni ponte che attraversava era diverso: alcuni erano larghi e maestosi, con statue di animali fantastici; altri erano così stretti che bisognava passarvi uno alla volta, trattenendo il respiro.

Su un ponte a tre archi incontrò un vecchio suonatore di campane che stava sistemando una corda spezzata.

—Dove portano questi sentieri, nonno? —chiese il principe, scendendo da cavallo.

—Portano ovunque tu sappia ascoltare —rispose l'uomo, senza voltarsi—. Ma oggi tutti hanno fretta di arrivare, e pochi ascoltano dove stanno passando.

Elian sorrise.

—Io ho il compito di ascoltare. Vengo dal Castello delle Ore.

Il vecchio allora lo fissò con occhi azzurri come vetro.

—Allora vai a Nord, verso la Valle Lattea —disse—. Lì c'è un villaggio dove le campane hanno smesso di suonare. È come se qualcuno avesse messo un cuscino sul cuore del tempo.

Elian sentì quella frase scendere in lui come una goccia di inchiostro su carta bianca.

—Un cuscino sul cuore del tempo… —ripeté—. Andrò a vedere.

Dopo due giorni di viaggio, raggiunse la valle. Era un luogo bellissimo: colline morbide, fiumi stretti come nastri, vigne che si arrampicavano sui pendii. Ma c'era qualcosa di strano. Non un rintocco, non un eco di campana. Solo il fruscio dei campi.

Nel piccolo villaggio di Roccapiana, le persone camminavano in silenzio. Non sembravano tristi, ma neppure allegre; sembravano sospese. Elian notò subito il campanile: una torre bassa, con tre campane spente che pendevano come frutti dimenticati.

Si avvicinò a una donna che stava sistemando ceste di mele.

—Mi scusi —disse con gentilezza—, perché le vostre campane tacciono?

La donna lo guardò, poi le sue labbra si piegarono in una smorfia amara.

—Perché ogni rintocco porta una decisione —rispose—, e qui nessuno vuole più scegliere.

Elian corrugò la fronte.

—Non capisco.

Un ragazzo che li ascoltava intervenne.

—È venuta una strega di nebbia —disse—. Ha promesso ai nostri anziani che ci avrebbe tolto la fatica delle scelte. Da allora ha avvolto il campanile nel suo fiato grigio, e le campane si sono zittite. Nessun mezzogiorno, nessun vespro, nessuna alba. Così il tempo sembra sempre uguale, e nessuno deve decidere quando iniziare o finire qualcosa.

Elian rabbrividì. Il suo regno viveva dei rintocchi: grazie a loro si seminava, si mieteva, si pregava, si riposava.

—Ma senza suono —osservò—, come sapete quando è il momento giusto per… tutto?

La donna strinse le spalle.

—Non sappiamo più. Rimandiamo. Sempre. Finché le giornate si confondono come fili annodati.

In quel momento, una bambina con le trecce nere e gli occhi vivaci si fece avanti.

—Io mi chiamo Mira —disse al principe—. E sono stufa del silenzio. Non voglio un villaggio senza campane. Hai un mantello bello. Forse sei qualcuno importante. Puoi aiutarci?

Elian sorrise a quel coraggio schietto.

—Sono Elian —rispose—. E non so quanto io sia importante, ma una cosa posso fare: posso provarci.

Guardò il campanile avvolto da una leggera foschia grigia. La nebbia non era naturale: sembrava fumosa, come se fosse fatta di pensieri non detti.

—La strega di nebbia dove si nasconde? —domandò.

Mira alzò un dito.

—Dicono viva oltre il Ponte Sospeso, nella Grotta degli Intervalli. Lì dove tutto è “non ancora” e “non più”.

Le parole della Custode delle Chiavi gli tornarono alla mente: “Intervallo… porta né chiusa né aperta”. La piccola chiave fremeva nella sua tasca, come se avesse udito il proprio nome.

—Allora dobbiamo andare da lei —disse Elian—. Tu verresti con me, Mira?

La bambina spalancò gli occhi, sorpresa.

—Io? Ma sono solo una ragazzina.

—Proprio per questo —replicò lui—. I bambini sentono i rintocchi in un modo che gli adulti dimenticano. E io ho bisogno di qualcuno che mi ricordi come suona davvero il tempo.

Mira arrossì, ma annuì con decisione.

—Va bene. Ma devo dirlo a mia nonna.

—Diglielo —disse Elian—. E dille che ti riprenderò qui, con un rintocco.

La Grotta degli Intervalli

Elian e Mira si incamminarono lungo un sentiero di pietre chiare che serpeggiava tra i campi. Il vento portava l'odore di erba secca e di acqua lontana. Ogni tanto si imbattevano in piccoli ponticelli di pietra: alcuni erano rotti a metà, altri erano interi ma così bassi che bisognava chinarsi per passarvi sotto, come se fossero porte di un altro mondo.

—Perché ami tanto l'ordine? —chiese Mira a un certo punto, saltando da un ciottolo all'altro come una capretta.

—Perché nel disordine mi sembra di perdere i pensieri —rispose il principe—. L'ordine è come una mappa: non decide per te dove andare, ma ti aiuta a non perderti.

—E allora perché cerchi una pietra per una porta? —insistette lei curiosa.

Elian sorrise.

—Una porta è un ordine fragile —disse—. Divide il dentro dal fuori, ma può essere aperta o chiusa. Una pietra ai suoi piedi è un piccolo atto di saggezza: non è volerla chiusa per sempre, né spalancata senza difesa. È scegliere il giusto mezzo, il momento in cui fermare il passaggio o lasciarlo fluire.

Mira restò in silenzio, pensando.

—Allora una pietra può essere coraggiosa —concluse.

—O molto pigra —rispose Elian con un lampo di ironia—. Dipende da come la usi.

Arrivarono al Ponte Sospeso nel tardo pomeriggio. Non era un ponte come gli altri: sembrava fatto di nubi pietrificate, con catene d'argento che lo tenevano ancorato alle due sponde di una gola profonda. Sotto, il fiume correva scuro, come un pensiero arrabbiato.

Mira deglutì.

—Non mi piace questo ponte.

—Neanche a me —confessò Elian—. Ma ci passeremo piano.

Avanzarono uno dietro l'altra. Il ponte oscillava leggermente, come se respirasse. Ad ogni passo, le catene tintinnavano un poco. A metà, il vento si fece improvvisamente più freddo, e un sussurro li avvolse.

“Perché vi affrettate nel tempo?” sembrò chiedere una voce invisibile. “Restate qui, a metà. Nessun prima, nessun dopo. Solo adesso, per sempre.”

Mira afferrò il mantello del principe.

—L'hai sentita?

—Sì —disse lui, serrando la mascella—. È il richiamo dell'intervallo infinito. Ma se restiamo sempre a metà strada, non arriviamo da nessuna parte.

Estrasse la Chiave dell'Intervallo dalla tasca. Il metallo pallido brillò di una luce calma. Elian la sollevò verso il cielo.

—Ogni intervallo ha un limite —disse ad alta voce—. Anche le pause devono finire, se vogliamo che la musica continui.

La chiave vibrò, e il ponte si fece più stabile, come se avesse trovato un ritmo. I sussurri svanirono. Raggiunsero l'altra sponda con un solo, lungo respiro di sollievo.

Davanti a loro si apriva la Grotta degli Intervalli: l'ingresso era una bocca di roccia scura, contornata da licheni che brillavano lievemente, come se fossero briciole di stelle cadute lì per sbaglio. Dalla grotta non usciva vento, né odore: era come se nulla volesse farsi riconoscere.

—Elian —disse Mira sottovoce—, ho paura. Ma anche… curiosità.

—La paura è un mantello che a volte copre proprio la curiosità —rispose lui piano—. Tienila stretta, ma non lasciarle chiudere gli occhi.

Entrarono.

Dentro la grotta, il tempo sembrava fatto di gomma. I loro passi non facevano eco, e il silenzio era così spesso che pareva di poterlo toccare. Piccoli cristalli alle pareti riflettevano immagini strane: Elian si vide bambino, con in mano un giocattolo rotto che cercava di aggiustare; poi si vide anziano, seduto accanto a una finestra da cui si intravedeva la Porta dell'Alba.

—Sono… pezzi di tempo —sussurrò Mira—. Scivolati qui dentro.

Al centro della grotta, su un trono di nebbia solida, sedeva la Strega degli Intervalli. Non era brutta né spaventosa come le streghe delle storie più antiche. Era una donna alta, dagli occhi grigi e i capelli come fumo che sale. Il suo mantello sembrava fatto di nebbia arrotolata, e ad ogni suo respiro la grotta si riempiva e si svuotava di vaporose figure.

—Benvenuti —disse, con una voce sorprendentemente dolce—. Voi che siete venuti a turbare la mia quiete.

La strega di nebbia e la domanda giusta

Elian fece un inchino rispettoso.

—Siamo venuti a chiedere perché hai tolto il suono alle campane di Roccapiana —disse senza giri di parole—. Il silenzio ha spento il coraggio delle loro scelte.

La Strega inclinò la testa, osservandolo con occhi che non giudicavano, ma pesavano.

—Li ho liberati —rispose—. Le scelte fanno paura. Ogni rintocco dice “ora” e non “dopo”. Ho visto troppe persone schiacciate dall'ansia dell'istante. Così ho regalato loro un intervallo senza fine, dove niente comincia davvero e niente finisce del tutto. È così terribile?

Mira si fece avanti, i pugni serrati.

—Sì! —esclamò—. Io voglio sapere quando è mattina e quando è sera. Voglio cominciare i giochi e finirli. Voglio poter dire “oggi ho fatto questo”. Non voglio un giorno lungo per sempre che non ricordo.

La Strega la guardò con un lampo di tenerezza.

—Tu sei ancora giovane. Non sai quanto certe decisioni pesino sul cuore.

—Ma se non le prendo mai, non saprò quanto sono forte —ribatté Mira—. Mio nonno dice che il coraggio è un muscolo: se non lo usi, si addormenta.

Elian ascoltava in silenzio, mentre la Chiave dell'Intervallo scaldava la sua mano, come se gli bruciasse una tasca invisibile dentro al petto.

—Strega degli Intervalli —disse allora, con calma—, forse non è il tuo dono ad essere sbagliato, ma la misura. Un po' di intervallo serve: una pausa per pensare, per respirare, per non farsi travolgere. Ma se l'intervallo non finisce mai, le persone non vivono, galleggiano soltanto.

Lei lo fissò con attenzione.

—Tu ami l'ordine, principe —osservò—. Di solito chi ama l'ordine ha paura delle pause, dei vuoti, delle incertezze. Eppure parli di intervallo come di qualcosa di necessario.

Elian si sorprese di sé stesso, ma annuì.

—Ho imparato che anche in una stanza perfettamente in ordine serve uno spazio vuoto dove poter posare qualcosa di nuovo. Senza vuoti, non c'è posto per i cambiamenti. Ma senza confini, le cose si spandono e si perdono.

Si mise una mano sul cuore, dove teneva, simbolicamente, tutti i suoi pensieri ben disposti.

—Il mio sogno segreto è trovare una pietra per una porta —confessò—. Una sola pietra, piccola, ma giusta. Non per chiudere tutto, non per aprire tutto. Per tenere la porta nell'esatto spazio che serve in quel momento. Io stesso sto imparando a vivere in quell'intervallo.

La grotta tacque ancora più profondamente, se possibile. La Strega si alzò lentamente dal suo trono di nebbia. Ad ogni suo passo, piccole nuvolette si staccavano dal mantello e salivano al soffitto, come pensieri che tornano finalmente al cielo.

—Gli esseri umani mi confondono —mormorò—. Mi cercate quando volete fuggire dal tempo, poi mi accusate di rubarvelo. Io sono solo la pausa tra un rintocco e l'altro, tra un passo e il successivo. Non decido come usate la pausa.

Si avvicinò così tanto che Elian e Mira poterono vedere il riflesso dei propri volti nelle sue pupille grigie.

—Che cosa volete davvero da me, allora? Il ritorno dei rintocchi che feriscono? La fine dell'intervallo che protegge?

Elian capì che quella era la domanda che la Chiave dell'Intervallo doveva aprire.

Inspirò profondamente.

—Non ti chiediamo il silenzio assoluto, né il frastuono continuo —disse—. Ti chiediamo un patto di misura. Restituisci alle campane la voce, ma prometti di vegliare perché in quel villaggio le persone si prendano sempre un breve intervallo prima delle grandi decisioni: un momento di silenzio scelto, non imposto. Un intervallo che sappia di respiro, non di fuga.

Mira annuì vigorosamente.

—Sì! Un minuto per pensare, non un'eternità per rimandare!

La Strega li guardò a lungo. Nella grotta, i cristalli alle pareti cominciarono a cambiare colore, come se un'alba interna stesse iniziando.

—Un patto di misura —ripeté piano—. Un intervallo che insegni, non che imprigioni.

Poi rise, una risata sottile, come vento tra foglie secche.

—Siete più saggi di molti vecchi che ho conosciuto. Avevo dimenticato che i principi possono sognare fermaporte e le bambine possono parlare come maestri.

Allungò le braccia. Tra le sue dita di nebbia apparve una piccola pietra grigia, liscia e stranamente leggera. Aveva la forma di un minuscolo cuneo, come se fosse nata per incastrarsi da qualche parte.

—Questa è la Pietra del Giusto Mezzo —disse—. Ogni mille anni ne nasce una nel cuore della roccia più antica. Io l'ho tenuta finora perché gli uomini non erano pronti a usarla. Ora te la consegno, principe Elian, a patto che tu la usi non per bloccare il mondo, ma per aiutarlo a respirare con saggezza.

Elian prese la pietra con entrambe le mani, come si prende un neonato.

—Lo prometto —disse con sincerità assoluta—. E ti prometto anche un'altra cosa: nel mio regno insegnerò che le pause sono importanti quanto i passi, ma che nessuna pausa deve diventare catena.

La Strega annuì, soddisfatta.

—Allora il patto è fatto.

Sollevò le braccia verso la volta della grotta. Una corrente d'aria calda salì dal suolo, e la nebbia intorno a lei cominciò a dissolversi, filandosi verso l'uscita. Lontano, lontano, si udì un rintocco isolato. Poi un altro. Poi un terzo.

—Le campane di Roccapiana! —esclamò Mira, con gli occhi lucidi.

—Non temete i rintocchi —disse la Strega, tornando a sedersi sul suo trono ormai quasi trasparente—. Temete piuttosto i vostri silenzi quando dovreste parlare.

La grotta tornò quieta. La Chiave dell'Intervallo si raffreddò nella mano di Elian, come se avesse compiuto il suo dovere.

La Porta dell'Alba

Quando Elian e Mira tornarono a Roccapiana, il villaggio era cambiato. Non in modo rumoroso o spettacolare, ma come cambia un volto quando decide di sorridere sul serio.

Le tre campane del campanile suonavano una melodia semplice, ma limpida. La gente si muoveva con uno scopo: alcuni tornavano dai campi, altri aprivano botteghe rimaste chiuse da troppo tempo, qualcuno fermava i propri passi, portandosi una mano al petto, come se stesse imparando di nuovo a sentire il proprio battito.

La nonna di Mira li accolse sulla soglia di casa.

—Hai mantenuto la parola —disse al principe, con un lieve inchino—. Sei tornato con un rintocco.

Mira saltellava tutta contenta.

—Non solo! —disse—. Siamo andati nella Grotta degli Intervalli, abbiamo parlato con la Strega di Nebbia e abbiamo fatto un patto! E lui ha ricevuto una pietra speciale che non è solo una pietra e…

—Mira —la interruppe Elian con dolcezza—, lascia anche un intervallo all'aria tra una parola e l'altra.

Tutti risero. Il re del silenzio e la bambina dalle parole a cascata si comprendevano oramai.

Il principe restò nel villaggio qualche giorno, per osservare come le persone imparavano a convivere con i rintocchi ritrovati. Notò che, prima di decisioni importanti —un matrimonio, un viaggio, una semina rischiosa—, qualcuno si sedeva sulla panchina accanto al campanile e rimaneva in silenzio per un po', ascoltando il passare dei minuti.

“Elena vuole sposarsi, ma ha paura,” gli raccontò un giorno Mira. “Allora ogni mattina si siede sotto il campanile finché la campana non suona tre volte. Sono i suoi tre minuti di intervallo. Poi torna a casa e parla con lui. È faticoso, dice, ma è giusto.”

Elian sorrideva dentro di sé: la saggezza della misura stava già mettendo radici.

Quando arrivò il momento di ripartire, l'intero villaggio si raccolse sul ponte all'ingresso. Il suonatore di campane, quello che avevano mandato dal re per avvertirlo, era rientrato e ora suonava una melodia d'addio, breve e luminosa.

—Tornerai? —chiese Mira, il viso mezzo coraggioso, mezzo triste.

—Il mondo è pieno di porte —rispose Elian—. Devo ancora capire molte cose su di loro. Ma i sentieri di pietra ricordano i passi sinceri. Se un giorno i miei piedi avranno bisogno di questa valle, mi ci porteranno.

Le mise in mano qualcosa.

—È un piccolo taccuino —disse—. Ogni volta che prendi una decisione importante dopo un intervallo di silenzio, scrivila qui. Un giorno lo leggeremo insieme, e vedrai quanta strada avrà fatto il tuo coraggio.

Mira annuì, stringendo il taccuino come un tesoro.

—E tu, cosa farai con la tua pietra? —domandò infine, guardando il cuneo grigio legato alla cintura del principe.

—La porterò alla Porta dell'Alba —rispose Elian—. E se sarà davvero la pietra giusta, forse il mio castello imparerà qualcosa dal tuo villaggio.

Si salutarono con un abbraccio un po' goffo ma sincero. Poi il principe prese la via del ritorno, accompagnato dal suono delle campane che, questa volta, non gli sembrarono affatto un peso, ma un battito in armonia col suo.

Il viaggio di ritorno gli parve più breve, forse perché i suoi pensieri non dovevano più essere riordinati con ansia: si sistemavano da soli, come libri che sanno a che scaffale appartengono.

Attraversò di nuovo il Ponte Sospeso, ma ora non oscillava quasi più: l'intervallo che aveva provato a imprigionarlo si era trasformato in un semplice ponte come gli altri, solo un po' più saggio.

Quando le torri del Castello delle Ore apparvero all'orizzonte, illuminate dagli ultimi raggi del sole, il cuore di Elian fece un piccolo salto. Le campane del castello lo avevano riconosciuto, e intonavano un benvenuto solenne e affettuoso.

Alla Porta dell'Alba lo attendevano il re, la regina e la Custode delle Chiavi.

—Sei tornato cambiato —disse il re, osservando il figlio con occhi attenti.

—Sono tornato… più intervallo —rispose Elian, sorprendendo sé stesso con quella parola—. E più deciso allo stesso tempo.

La regina lo abbracciò.

—Questa è la migliore combinazione per un principe —mormorò—. Cuore che sa aspettare e cuore che sa agire.

La Custode delle Chiavi scrutò la pietra alla sua cintura.

—Vedo che hai trovato qualcosa per i piedi della porta —disse, con un sorriso che le piegò gli occhi.

—Non è solo per i piedi di questa porta —corresse Elian—. È per tutti i passi che l'attraversano.

Il fermaporte e il passo leggero

Quella sera, quando il cielo era già una grande coperta blu trapuntata di stelle, Elian rimase solo con la Porta dell'Alba. I servi se ne erano andati, le torri tacevano per un momento, come se anche le campane avessero bisogno del loro piccolo intervallo notturno.

La grande porta era socchiusa, come l'aveva sempre vista nei momenti di passaggio. Il vento la spingeva piano, facendola oscillare come una decisione non ancora presa.

Il principe si inginocchiò davanti a lei. Sfiorò con le dita il bordo di legno, le venature chiare, i graffi che raccontavano di anni di apertura e chiusura.

—Porta dell'Alba —sussurrò—, ho camminato tra sentieri di pietra, ponti sospesi e grotte di silenzio. Ho udito campane mute e voci che avevano paura di scegliere. Ora voglio offrirti una pietra che non ti imprigioni, ma ti accompagni.

Estrasse la Pietra del Giusto Mezzo e la tenne un attimo tra le mani, lasciando che il calore del suo corpo la attraversasse. Poi la posò con delicatezza tra la soglia e il pavimento, proprio dove la porta si fermava nel suo movimento incerto.

Per un istante non accadde nulla.

Poi il vento soffiò ancora, più deciso. La porta provò a richiudersi, ma la pietra la trattenne, non con violenza, ma con una fermezza gentile. Il vento tentò di spalancarla di colpo, ma la pietra moderò il movimento, trasformandolo in un'apertura armoniosa.

La Porta dell'Alba si fermò in una posizione perfetta: né del tutto chiusa, né completamente aperta. Uno spiraglio ampio abbastanza perché entrassero luce e persone, ma non così ampio da far entrare senza controllo l'oscurità o il gelo.

In quel preciso istante, tutte le campane del regno suonarono insieme. Non rumorosamente, non in modo caotico: un unico, lungo rintocco limpido che scorse sui sentieri di pietra, attraversò i ponti antichi, si infilò nei vicoli, toccò i tetti e si fermò un attimo sulle spalle di ogni abitante come una mano invisibile.

Nel villaggio di Roccapiana, Mira alzò di scatto la testa nella notte.

—È la Porta dell'Alba —mormorò, affacciandosi alla finestra—. L'ha fatto.

Nel castello, la Custode delle Chiavi sorrise tra sé e sé.

—Ha imparato che una porta è una domanda —sussurrò—. E una pietra ben messa è una risposta che lascia spazio ad altre domande.

Elian rimase in ginocchio ancora un po'. Non era solo il suo sogno segreto ad essersi avverato; era qualcosa di più grande, come se il regno intero avesse trovato un nuovo respiro.

“Una pietra che capisca il suo compito,” aveva desiderato. Ora capiva che anche lui doveva capire il proprio: essere, per il suo popolo, ciò che quella pietra era per la porta. Non un muro, non un varco spalancato e incauto, ma un principe capace di fermare quando serve e di lasciare passare quando è giusto.

Si alzò lentamente. Il corridoio davanti a lui era mezzo in ombra e mezzo illuminato. Ogni lato sembrava invitare a un diverso tipo di passo.

Elian guardò l'ombra, poi la luce, poi lo spiraglio della porta che respirava dolcemente col vento.

Fece un respiro profondo.

Poi, senza rumore, mosse un piede avanti, scegliendo di attraversare quel confine con la leggerezza di chi ha imparato il peso delle cose.

E compì un passo leggero.

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Sentieri
Percorsi o strade che si possono seguire per arrivare da un luogo a un altro.
Rintocchi
Suoni che fanno le campane quando vengono colpite.
Fermo
Stato di qualcosa che non si muove, che è immobilizzato.
Intervallo
Spazio di tempo tra due eventi o momenti, un periodo di pausa.
Patto
Accordo tra due o più persone per fare qualcosa insieme.
Sussurri
Voci molto basse, quasi un bisbiglio, che si sentono solo se si sta attenti.

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