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Storia di viaggio spaziale 11/12 anni Lettura 23 min.

La piazza tra le stelle e il drone parassita

Teo Rinaldi, pilota della Vela Chiara, affronta un drone misterioso e un parassita tecnico mentre consegna un micro-reattore all’Agorà Orbitale Civitas, scoprendo l’importanza della prudenza e della solidarietà nello spazio.

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Un uomo adulto (Teo), sorridente ma concentrato, capelli castani corti, giubbetto tecnico grigio con piccolo stemma, seduto nel cockpit di una piccola navetta con le mani sulle leve e i propulsori laterali che soffiano sottili nuvole di gas azzurro chiaro; un'assistente IA (Rima) è una piccola proiezione olografica a forma di tazza da tè color pesca che fluttua vicino al cruscotto emettendo minuscole note luminose; una donna adulta (Mara, ~35 anni) con capelli raccolti e tenuta di sicurezza blu, braccia incrociate, è al portello d'ammaraggio della stazione sullo sfondo con sguardo vigile verso la navetta; un ragazzo (~20, Lio) con maglietta con disegno di un pianeta tiene una tavoletta brillante, viso stupito, accanto a Mara vicino al hangar; la stazione spaziale Civitas è un grande anello metallico con raggi, cupole vetrate che mostrano giardini verdi, superfici argentate e luci gialle e turchesi, con piccoli cargo e droni in siluette; la scena principale mostra la navetta vicino al molo mentre un piccolo drone scuro allungato con una luce rossa lampeggiante viene respinto da un soffio di gas blu, riflessi metallici e figure sullo sfondo, atmosfera di tensione lieve e solidarietà; palette acquerello morbida: lavaggi pastello (blu, grigio, verde), tocchi argentati, ombre leggere, bordi sfumati, atmosfera calda e rassicurante. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Rotta per l'Agorà

Teo Rinaldi sorrideva anche quando il resto dell'universo sembrava serio. Era un'espressione che gli veniva naturale, come il modo in cui alcuni fischiettano senza accorgersene. La sua nave, la Vela Chiara, scivolava nel buio con una calma che pareva finta, come se lo spazio fosse un lago nero e il motore un remo silenzioso.

Sul cruscotto, una fila di luci verdi batteva un ritmo tranquillo. Teo controllò la lista di partenza, dita leggere sul pannello tattile.

— Pressione cabina stabile. Carburante: ottanta per cento. Scudi termici… ok. — Fece un cenno al piccolo schermo dove compariva il volto stilizzato di un'assistente di bordo.

L'assistente si chiamava Rima. Non era una persona, ma parlava con una voce che sembrava avere una tazza di tè tra le mani.

— Teo, confermo: rotta verso l'Agorà Orbitale “Civitas”. Arrivo stimato: tre ore e venti minuti. Vuoi che ti ricordi di mangiare? — chiese Rima.

Teo rise piano. — Ho già mangiato. O meglio, ho pensato di mangiare. Non conta?

— Non conta. — Pausa perfetta, come se Rima avesse alzato un sopracciglio. — Ti preparo una barretta proteica?

— Va bene. E grazie.

La barretta uscì da una fessura come un trucco di magia. Teo la prese e guardò fuori dal finestrino: stelle fitte, la curva lontana della Terra, e in alto un puntino più brillante che non era una stella. L'Agorà Orbitale.

La chiamavano “agorà” perché non era solo una stazione. Era una piazza nel vuoto: mercati, laboratori, sale per assemblee, giardini in cupole trasparenti. Un posto dove scienziati, tecnici, commercianti e viaggiatori si fermavano per scambiare idee e pezzi di ricambio, racconti e promesse.

Teo ci andava per consegnare un pacco: un micro-reattore di emergenza, grande quanto una valigia, destinato a un modulo scolastico della stazione. In teoria era routine. In pratica, nello spazio anche una “routine” era fatta di bulloni, procedure e un pizzico di fortuna.

La voce del controllo orbitale arrivò pulita, come un sasso lanciato in uno stagno.

Vela Chiara, qui Civitas. Vi vediamo sul vettore. Confermate identificativo.

Teo schiarì la gola, sorridendo come se potessero vederlo. — Civitas, qui Vela Chiara. Identificativo TR-19. Trasporto tecnico, consegna per modulo scolastico. Richiedo corridoio d'avvicinamento.

— Ricevuto TR-19. Corridoio assegnato: Delta-4. Attenzione: abbiamo attività insolita nel settore esterno. Tenete gli occhi aperti.

“Insolita” quanto? — chiese Teo.

Un fruscio. — Non allarmatevi. Solo… prudenza.

Teo appoggiò la barretta sul pannello e strinse le cinghie del sedile. Prudenza nello spazio voleva dire: controlla tutto due volte e non fare lo spiritoso con il vuoto.

Ma Teo, senza fare lo spiritoso, continuava a sorridere. Era il suo modo di dire all'universo: “Ok, ho capito. Ci provo lo stesso”.

Capitolo 2 — La piazza nel vuoto

Civitas crebbe nel finestrino fino a riempirlo: un anello enorme con raggi come quelli di una ruota, e al centro un nucleo luminoso. Piccole navette andavano e venivano, come api attorno a un alveare di metallo.

Rima proiettò un modello della stazione: — Docking previsto al braccio sud. Procedura: avvicinamento a velocità uno punto due metri al secondo. Aggancio magnetico, poi blocco meccanico.

— Uno punto due — ripeté Teo. — Piano piano. Come portare una tazza piena senza rovesciare.

— Nello spazio non si rovescia, ma si può finire contro un portello. — Rima sembrava divertita.

Teo guidò la Vela Chiara lungo il corridoio Delta-4. Le luci di segnalazione della stazione formavano una pista d'atterraggio senza terra. Ogni tanto passava un cargo con pance gonfie di container, e un drone di manutenzione che pareva un insetto con braccia metalliche.

Quando mancavano pochi chilometri, la prudenza diventò concreta: sul radar apparve un punto che non doveva essere lì.

Rima abbassò la voce. — Contatto non registrato. Velocità relativa: in aumento.

Teo inspirò. — Civitas, qui Vela Chiara. Ho un contatto sconosciuto sul mio asse.

— Lo vediamo. — Il controllo rispose subito, meno tranquillo di prima. — Cambiate assetto di dieci gradi. Manteniamo distanza.

Teo eseguì, dita ferme. La nave ruotò con grazia. Il contatto, però, seguì.

— Non è un rottame — mormorò Teo. — I rottami non “seguono”.

Sul finestrino, come un granello scuro contro le stelle, apparve qualcosa di piccolo e allungato. Sembrava un pezzo di lamiera… finché una luce rossa lampeggiò e la cosa fece una curva netta.

— Drone? — chiese Teo.

— Possibile. Non risponde ai ping. — Rima proiettò una traiettoria: una linea che puntava verso il braccio sud. Verso il suo punto di attracco.

Teo sentì un brivido, ma la sua voce restò chiara. — Civitas, quel coso sta puntando al docking.

— TR-19, priorità: non portarlo dentro. Ripeto: non portarlo dentro. — Il controllo inspirò nel microfono, e Teo immaginò una persona con la fronte sudata. — Se potete, deviatelo fuori dal corridoio. Senza collisioni.

“Deviarlo”, pensò Teo. “Come si devia qualcosa che non ti ascolta?”

Guardò il pannello degli attrezzi: fari, propulsori laterali, un piccolo cannone a impulsi per… spazzare via micropolvere e ghiaccio. Niente di eroico. Solo strumenti da tecnico.

— Rima, mi serve un'idea. Anche una brutta.

— Le brutte idee sono più facili. — Pausa. — Potresti usare il getto dei propulsori laterali per creare una turbolenza di gas. È minimo, ma su un oggetto leggero può bastare a spostarlo.

— Una “spinta” con l'aria… che non c'è. — Teo sorrise. — Ma il gas del propulsore sì.

— Esatto. Calcolo finestra: dodici secondi. Dopo, il contatto sarà troppo vicino al portello della stazione.

Teo fissò il punto scuro. — Ok. Piano. Preciso.

In quel momento capì che l'Agorà Orbitale non era solo una piazza. Era una casa per migliaia di persone. E lui stava portando un ospite che nessuno aveva invitato.

Capitolo 3 — Manovra di cortesia (per niente cortese)

— TR-19, siete autorizzati a manovra evasiva. — La voce del controllo provò a sembrare ferma. — Se fallite, chiudiamo il portello e vi teniamo fuori finché non è sicuro.

Teo deglutì. Essere “tenuti fuori” significava restare a fluttuare con una cosa sconosciuta nei paraggi. Non era l'idea migliore per una giornata tranquilla.

— Ricevuto. Ci provo.

Rima mostrò un conto alla rovescia in un angolo del visore: 00:12… 00:11…

Teo regolò l'assetto per mettersi tra il drone e il corridoio d'ingresso, ma senza avvicinarsi troppo alla stazione. Sembrava una danza lenta con un coltello in mano.

— Teo, se sbagli di mezzo grado… — iniziò Rima.

— Lo so. Ma se non faccio niente, sbagliamo tutti insieme. — Fece un mezzo sorriso, poi si concentrò. — Propulsori laterali pronti.

Il punto scuro arrivò nel riquadro centrale del finestrino. Ora si vedevano dettagli: una carcassa sottile, una specie di pinza davanti, e una luce rossa che pulsava come un cuore arrabbiato.

— Non mi piace quella pinza — disse Teo.

— Nemmeno a me, e io non ho istinti. — rispose Rima.

00:03… 00:02…

Teo attivò i propulsori laterali per una frazione di secondo. Un soffio invisibile, ma reale, uscì e si espanse nello spazio.

Il drone tremò, come se avesse preso una gomitata. Per un attimo Teo sperò che bastasse. Invece l'oggetto corresse la rotta e tornò a puntare dritto.

— Testardo! — Teo non poté evitare di dirlo.

— Seconda finestra tra cinque secondi. — Rima sembrava più tesa, se un'IA poteva esserlo. — Ma sei più vicino.

Teo fece un'altra micro-rotazione. La Vela Chiara era una nave agile, progettata per lavori di precisione. Teo la trattava come una bicicletta: con rispetto, ma senza paura.

— Ok… adesso.

Stavolta usò un impulso più lungo e inclinò leggermente la nave per “spazzare” la traiettoria. Il gas colpì il drone di lato. L'oggetto fece una capriola lenta, come un calzino lanciato male. La luce rossa sfarfallò.

Teo trattenne il fiato.

Il drone, invece di tornare all'attacco, si allontanò con un movimento incerto. Come se avesse perso l'equilibrio.

— Funziona! — esclamò Teo.

— Funziona… per ora. — Rima mostrò il grafico: il contatto si stava allontanando dal portello, ma non abbastanza. — Teo, sta cercando un altro angolo.

— Allora cambiamo gioco. — Teo aprì il canale con Civitas. — Controllo, posso usare il cannone a impulsi? È a bassa potenza. Solo per disturbare i sensori.

— Autorizzati. A bassa potenza. E lontano dalla stazione.

Teo regolò l'impulso al minimo. Premette.

Un colpo silenzioso, un flash azzurro quasi gentile. Il drone sussultò, e per la prima volta sembrò “esitare”. La luce rossa si spense per mezzo secondo, poi tornò.

— Si arrabbia — disse Teo.

— Meglio arrabbiato che dentro — replicò Rima.

Teo fece un'ultima manovra, la più delicata: si mise in posizione per “accompagnare” il drone fuori dal corridoio, come si guida una palla con il piede senza calciarla.

Ci vollero due minuti che parvero venti. Alla fine, il contatto uscì dal settore e prese una traiettoria più ampia, verso il buio.

La voce del controllo tornò, con un sospiro che si sentì anche attraverso le interferenze.

— TR-19, corridoio libero. Procedete all'attracco. E… buon lavoro.

Teo lasciò andare le spalle. — Grazie. E grazie a voi per non avermi chiuso fuori.

— Non abbiamo ancora deciso se lo meriti — disse qualcuno sul canale, con una punta di ironia.

Teo rise. Anche la tensione, ogni tanto, aveva bisogno di una fessura per uscire.

Capitolo 4 — Dentro Civitas

L'aggancio magnetico scattò con un “tunk” che Teo sentì più con il corpo che con le orecchie. Poi arrivò il blocco meccanico, stabile come una stretta di mano.

— Pressurizzazione in corso — annunciò Rima. — Ti ricordo di respirare.

— Ci sto provando.

Il portello si aprì su un corridoio luminoso. Odore di metallo pulito e qualcosa di verde: piante, probabilmente. Civitas aveva davvero dei giardini, e Teo li amava. Gli ricordavano che anche nel futuro più avanzato serviva ancora una foglia per farti sentire a casa.

Ad accoglierlo c'era una donna con una tuta blu scuro e una toppa con scritto “Sicurezza”. Aveva i capelli raccolti e occhi svegli.

— Teo Rinaldi? — chiese.

— In carne, ossa e sorriso — rispose lui.

Lei lo scrutò, poi un angolo della bocca le salì. — Io sono Mara. Abbiamo visto la tua manovra. Non è stata stupida. Questo è raro.

— Ho un talento per la rarità — disse Teo, e si meritò un'occhiata che diceva: “Non esagerare”.

Dietro Mara arrivò un ragazzo poco più grande di Teo avrebbe voluto ammettere, con un tablet e una maglietta con un pianeta disegnato male.

— Sei quello che ha “spinto” via il drone? — chiese il ragazzo, occhi brillanti.

— Sì. Tu chi sei?

— Lio. Sono… beh, sto facendo tirocinio qui. — Guardò Mara e poi Teo. — Quel drone ha tentato di agganciarsi a un portello secondario ieri. Abbiamo dovuto bloccare un intero settore.

Mara annuì. — E oggi ha seguito te. Forse ha confuso la tua nave per un mezzo di accesso.

Teo indicò la valigia del micro-reattore. — Quindi il mio pacco potrebbe interessargli?

— Qualsiasi cosa che dia energia interessa a chi vuole attaccarsi e succhiare — disse Mara, semplice e concreta. — Vieni. Portiamo il reattore al modulo scolastico. E poi facciamo un controllo alla tua nave.

Camminarono attraverso la stazione. Teo vedeva vetrate che davano sul vuoto, negozietti con pezzi di ricambio ordinati come caramelle, un piccolo spazio dove persone fluttuavano in una palestra a gravità ridotta, ridendo mentre cercavano di afferrare una palla che non voleva farsi prendere.

Un'insegna diceva: “AGORÀ — SCAMBIA, IMPARA, ASCOLTA”.

Teo si sentì un po' più leggero. Non perché la gravità fosse diversa, ma perché in quel posto l'idea di futuro aveva una faccia umana.

Arrivarono al modulo scolastico: una sala con pareti bianche e disegni di costellazioni fatti a mano. C'erano anche post-it con scritte come “Ricorda di dire grazie” e “Non toccare il pannello senza permesso (sì, anche tu)”.

Una docente li salutò, stanca ma gentile. — Il micro-reattore? Finalmente.

Teo lo consegnò con attenzione, come se fosse un animale che dormiva. — Ecco. È piccolo, ma può tenere in vita i sistemi base se succede un blackout.

La docente posò una mano sulla valigia. — Grazie. Non sai quanto significa per noi.

Teo sentì una stretta calda in petto. Aveva attraversato chilometri di vuoto per quella frase semplice. Guardò i disegni dei ragazzi sulla parete: razzi colorati, pianeti viola, un'astronauta con le lentiggini.

— Grazie a voi — disse Teo. — Per ricordarci cosa proteggiamo.

Mara fece un cenno. — Bello. Ora vediamo se qualcosa ha provato a “proteggere” te… o a mangiarti la nave.

Capitolo 5 — Il pericolo che si attacca

Nel hangar esterno, la Vela Chiara sembrava una conchiglia chiara contro il grigio della struttura. Un tecnico con guanti magnetici passava uno scanner lungo la carena.

— Nessuna crepa — disse il tecnico. — Ma… aspetta.

Lo scanner emise un bip secco.

Mara si avvicinò. — Che cos'hai?

Il tecnico indicò un punto vicino a un pannello di servizio. — Lettura anomala. Come… un parassita metallico.

Teo si sporse. C'era qualcosa, piatto e scuro, attaccato alla nave. Non era il drone intero: era una specie di “seme” con micro-uncini. Piccolo, ma inquietante.

Lio fischiò piano. — Quindi il drone ti ha lasciato un regalino.

— Non il tipo di souvenir che colleziono — disse Teo, cercando di non perdere il sorriso.

Rima parlò dal comunicatore: — Teo, quell'oggetto sta assorbendo energia dai circuiti esterni. Molto lentamente. Ma abbastanza da creare problemi nel tempo.

Mara fece segno a tutti di arretrare. — Non lo tocchiamo a mani nude. Se è un dispositivo di aggancio, potrebbe rilasciare qualcosa.

— Posso disattivare i circuiti esterni — propose Teo. — Tagliamo la “pappa”.

— Fallo — disse Mara.

Teo aprì un pannello interno e seguì la procedura con calma: interruttore A, conferma, attesa di tre secondi, interruttore B. Era come chiudere l'acqua prima di riparare un rubinetto.

— Circuiti esterni offline — annunciò.

Il “seme” scuro sembrò spegnersi, come una zecca che non trova più sangue. Però restava attaccato.

— Ora lo stacchiamo con un braccio remoto — disse il tecnico.

Un braccio meccanico scese dal soffitto e afferrò l'oggetto con una pinza delicata. Appena lo toccò, il seme si contrasse e provò a agganciarsi alla pinza.

— È vivo? — chiese Lio, impressionato.

— È… programmato bene — rispose Mara. — E questo è il problema.

Il braccio lo strappò via con uno scatto. L'oggetto finì dentro una scatola schermata. Silenzio.

Teo espirò. — Quindi il drone voleva entrare, e se non entrava… lasciava semi sulle navi.

Mara annuì. — Esatto. È un modo per infilarsi nei sistemi quando la nave si collega. Un parassita di rete, ma con i denti.

Lio guardò Teo come se fosse un eroe. Teo si grattò la nuca. — Sinceramente, ho fatto solo quello che potevo.

— È più di quello che fanno molti — disse Mara. Poi abbassò la voce. — Teo, grazie. Non solo per la manovra. Anche per come sei entrato nel modulo scolastico, per come hai parlato con la docente. In posti come questo, la gratitudine tiene insieme le persone quasi quanto i bulloni.

Teo sentì il rossore salire, e cercò di mascherarlo con un sorriso più grande. — Allora prometto di non dimenticarla. Anche se mi dimentico di mangiare.

Rima intervenne: — Nota: lui si dimenticherà.

— E tu mi ricorderai — disse Teo.

— Sempre. E non mi ringrazi mai abbastanza.

Teo alzò un dito. — Grazie, Rima.

— Registrato. — Pausa. — Mi sento… leggermente più efficiente.

Lio rise, e perfino Mara lasciò uscire un breve sbuffo divertito. Era strano come una battuta potesse rendere l'hangar meno freddo.

Il controllo di Civitas comunicò: — Abbiamo tracciato il drone. Si è allontanato, ma potrebbe tornare. Stiamo attivando una rete di sensori.

Mara guardò Teo. — La tua nave è pulita. Ma per sicurezza, ti chiediamo di restare agganciato fino a quando il settore sarà sicuro.

Teo osservò la sua Vela Chiara. La carena, liscia e pallida, portava segni minuscoli di viaggi passati: graffi come ricordi.

— Restare qui non mi dispiace — disse. — È una bella piazza, la vostra. Anche quando prova a morderti.

Capitolo 6 — Una onda di luce

Passarono ore. Civitas continuò a vivere: annunci, passi, risate in lontananza, il ronzio costante dell'aria riciclata. Teo aiutò dove poteva: controllò con un tecnico i filtri del suo motore, spiegò a Lio come riconoscere una lettura falsa su un sensore, e portò una seconda barretta proteica alla docente del modulo scolastico, che la accettò come se fosse un dono prezioso.

— Grazie — disse lei di nuovo, e Teo capì che quella parola non si consumava. Si moltiplicava.

Quando finalmente arrivò l'ok per sganciarsi e spostare la nave in un'area più protetta, Teo tornò al cockpit. Si sedette, allacciò le cinghie, e posò una mano sul cruscotto.

— Rima, pronti?

— Pronti. Rotta di trasferimento breve. Aggiorno i sensori: nessun contatto vicino.

Teo attivò i propulsori. La Vela Chiara si staccò da Civitas e scivolò lungo il profilo dell'anello.

Fu allora che accadde.

Una luce comparve sul bordo della stazione, prima tenue, poi intensa, come l'alba che sbaglia strada e nasce nello spazio. Non era un'esplosione: era un'onda, una fascia luminosa che correva lungo la struttura e si espandeva nel vuoto.

Teo rimase immobile. — Che cos'è?

Rima analizzò in fretta. — È un impulso di difesa. La rete di sensori ha attivato un campo di “pulizia” elettromagnetica. Serve a stordire droni e disattivare dispositivi di aggancio.

La luce raggiunse la Vela Chiara. Teo la vide arrivare sulla carena come una marea silenziosa. Per un istante, lo scafo si accese di riflessi: linee chiare, curve lucide, ogni graffio trasformato in una piccola scintilla.

Teo trattenne il fiato, aspettandosi un colpo, un tremito, qualcosa che facesse paura.

Invece l'onda passò come una carezza.

Gli strumenti rimasero verdi. Nessun allarme. Solo una vibrazione lieve, come se la nave avesse sospirato.

— Scafo integro — disse Rima. — Nessun parassita rilevato. Impulso riuscito.

Sul canale generale, la voce di Mara arrivò più morbida del solito. — Civitas a tutte le unità: settore esterno bonificato. Il drone è stato neutralizzato. Grazie per la collaborazione.

Teo guardò ancora la sua carena, ora tornata normale, opaca e solida. La luce aveva lasciato dietro di sé solo buio e stelle, ma anche una sensazione chiara: essere al sicuro non era un caso. Era il risultato di mani diverse, di cervelli diversi, di persone che si dicevano grazie e poi facevano il loro lavoro.

Teo aprì il canale. — Mara?

— Dimmi, sorriso spaziale.

— Grazie per aver acceso… il sole artificiale. — Teo rise piano. — E grazie per avermi insegnato che anche la prudenza può essere una forma di cura.

Mara fece una breve pausa. — Teo, grazie per averci portato quel reattore. E per non aver perso la testa quando potevi.

Teo appoggiò la fronte per un attimo al vetro, guardando Civitas che brillava lontana.

— Rima — disse.

— Sì?

— Promemoria: quando torno a casa, voglio scrivere un messaggio di ringraziamento al modulo scolastico. E uno al controllo. E… anche a te.

— Ho già preparato un modello. — Pausa. — Ma sarà più bello se lo scrivi tu.

Teo sorrise, questa volta senza tensione. — Lo scriverò io.

La Vela Chiara continuò la sua rotta, mentre dietro di lui Civitas rimaneva una piazza sospesa nel vuoto. E, per un attimo ancora, Teo immaginò l'onda di luce sulla sua scocca come un saluto: un gesto semplice, preciso, rassicurante. Un grazie luminoso, grande quanto lo spazio.

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Cruscotto
Pannello davanti al pilota con strumenti e schermi per guidare la nave.
Scudi termici
Strati protettivi che difendono la nave dal calore e dall'entrata nell'atmosfera.
Agorà Orbitale
Grande stazione nello spazio che funziona come una piazza e mercato.
Micro-reattore
Piccolo dispositivo che produce energia per far funzionare moduli o strumenti.
Modulo scolastico
Spazio della stazione dove si tengono lezioni e attività per studenti.
Docking previsto
Manovra programmata per agganciare una nave a una stazione o braccio.
Corridoio Delta-4
Percorso di avvicinamento assegnato alla nave per entrare nella stazione.
Propulsori laterali
Motori piccoli ai lati usati per muovere o orientare la nave con precisione.
Cannone a impulsi
Strumento che emette brevi scariche per disturbare o spostare piccoli oggetti.
Radar
Apparecchio che rileva oggetti nello spazio inviando e ricevendo segnali.

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