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Storia di Poliziotto 11/12 anni Lettura 25 min.

La parata dei passi gentili

Luca Rinaldi, un giovane sergente di polizia, si prepara per la parata della città, dove dovrà garantire la sicurezza e affrontare imprevisti, insegnando ai bambini l'importanza del respiro e della calma. Mentre guida il corteo, si intrecciano storie di coraggio, collaborazione e piccole avventure che rendono la comunità più forte.

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Un poliziotto di circa trent'anni, con una divisa blu brillante e un sorriso caloroso, si trova al centro della scena. I suoi capelli castani sono pettinati all'indietro e indossa un cappello con un distintivo lucente. Ha un'aria sicura e amichevole, pronto ad aiutare i bambini e le famiglie. Alla sua destra, una bambina di otto anni, con due trecce e un vestito colorato, guarda il poliziotto con occhi brillanti di ammirazione, tenendo un clarinetto in mano. Alla sua sinistra, un uomo anziano con la barba grigia e occhiali osserva la scena con un sorriso benevolo, tenendo un sacchetto di biscotti. La scena si svolge in una strada animata, decorata con bandierine colorate e palloni, dove i bambini giocano e le famiglie si radunano attorno a un grande carro decorato con fiori di carta e coriandoli. Il sole splende in un cielo azzurro chiaro, illuminando i volti gioiosi dei passanti. La situazione principale mostra il poliziotto che aiuta la bambina a superare la paura di suonare in pubblico, mentre l'uomo anziano, sullo sfondo, condivide biscotti con altri bambini, creando un'atmosfera di amicizia e sostegno. segnalare un problema con questa immagine

La mattina della parata

Luca Rinaldi si svegliò prima del sole, quando le finestre avevano ancora il colore tenue della notte che se ne va. Si infilò la camicia azzurra stirata, i pantaloni ben tenuti e la cintura con tutto l'occorrente: radio, torcia, guanti, la paletta con il bordo rosso come una mela lucida. Indossò il giubbotto catarifrangente e si guardò nello specchio d'ingresso. Aveva lo sguardo calmo di chi sa che la giornata sarà piena, ma che ogni passaggio ha già una sua mappa nella testa.

Nella cucina, la moka sussurrò un ultimo brontolio. Il profumo del caffè riempì la stanza come una piccola orchestra di aromi. Luca bevve lentamente, pensò al percorso del corteo festivo, alla banda della scuola media, ai volontari della Protezione Civile, ai vigili del fuoco, agli addetti del Comune. Molte mani, un solo obiettivo: accompagnare la parata in sicurezza, come una bussola gentile che indica la strada a una nave di carta.

Uscì nel cortile della stazione di polizia e montò sulla bicicletta di servizio. Gli piaceva l'idea di attraversare le vie su due ruote, potendo fermarsi e parlare, ascoltare e indicare, senza vetri in mezzo. Controllò i freni, gonfiò un poco le gomme con la pompa fissata al telaio, provò il campanello: ding, ding. La radio gracchiò un po', come un grillo impaziente, quando la accese.

“Unità in bicicletta Rinaldi in servizio. Percorro via dell'Olmo verso la piazza.”

“Ricevuto, Rinaldi. Buona giornata. La parata parte alle dieci. Segnaletica e varchi in allestimento.”

Pedalando, incrociò i primi negozianti che alzavano le serrande. La signora del panificio stava spazzando il marciapiede; il barista appoggiava le sedie fuori, una accanto all'altra, come soldatini gentili. In piazza, gli studenti della banda accordavano gli strumenti. Un ragazzo provava un colpo di rullante; una ragazza eseguiva poche note con il clarinetto, che le tremava appena tra le dita.

“Buongiorno, ragazzi,” disse Luca avvicinandosi, “sono il sergente Rinaldi. Oggi sarò il vostro accompagnatore su strada.”

“Davvero fate anche questo?” chiese un ragazzo con il cappellino al contrario, incuriosito.

“Più di quanto immagini,” sorrise Luca. “La polizia non è solo inseguire cattivi. È aiutare la città a muoversi in modo sicuro, ascoltare quando c'è un problema, prevenire che succedano situazioni di rischio. Oggi facciamo musica, ma anche attenzione.”

Luca si fermò ad ascoltare qualche battuta. Il suono del clarinetto si fece più sicuro; i tamburi, prima incerti, trovarono un passo comune. L'aria fresca della mattina portava con sé un'energia nuova, come quando si apre una finestra e entra una luce che non abbaglia ma rassicura.

Mentre controllava con un'occhiata i cartelli temporanei di divieto di sosta e le transenne accatastate, fece una lista mentale: verificare i varchi d'accesso, ripassare con la squadra i codici radio, controllare gli estintori sul carro allegorico maggiore, chiedere al Comune la conferma del furgone del primo soccorso. Mente e piedi lavoravano in coppia, al ritmo del pedale.

La mappa e il respiro

Al punto di ritrovo, sotto un gazebo bianco montato come una vela nella piazza, c'era il tavolo della pianificazione. Una grande mappa del quartiere era aperta sopra, con il percorso tracciato in giallo e le deviazioni in rosso. Post-it azzurri segnalavano i punti chiave: varco nord, varco sud, attraversamenti pedonali, punto di ricongiungimento, fontanella.

“Ciao, Gianni,” disse Luca all'addetto del Comune, un uomo robusto con la pettorina arancione fluorescente. “I cartelli ‘Strada chiusa' sono già su via dei Tigli?”

“Sì, messi all'alba,” rispose Gianni. “Abbiamo anche spostato i cassonetti come da richiesta. Il furgone del primo soccorso arriva tra dieci minuti.”

Luca prese il pennarello e tracciò una X accanto alle voci completate. Ognuna era un tassello che dava ordine alla giornata, come rimettere i libri sullo scaffale: ognuno al suo posto, pronti a essere trovati.

Una ragazza della banda, Fatima, si avvicinò con gli occhi grandi e un sorriso un po' incerto. Tra le mani stringeva il clarinetto come si tiene una cosa preziosa che non vuoi far cadere.

“Sergente… mi prende l'ansia quando partiamo. Le dita si impastano,” sussurrò.

“Vieni,” disse Luca, spostandosi verso un angolo tranquillo, vicino a una panchina. “Ti insegno un trucco che usiamo anche noi, lo chiamo respiro da pattuglia. Mani sulla pancia. Inspira contando fino a quattro, come se gonfiassi un palloncino. Poi espira contando fino a sei, come se spegnessi, una alla volta, delle piccole candeline. Facciamolo insieme.”

Fatima seguì le indicazioni. Dopo qualche ciclo il colore sulle sue guance tornò più naturale, le spalle si abbassarono.

“Grazie,” disse più piano, “funziona.”

“Perfetto,” rispose Luca. “La serenità è contagiosa, proprio come il panico. Preferisco che oggi si contagi la prima.”

Diede un ultimo sguardo alla mappa e convocò con un cenno i volontari della Protezione Civile e due agenti in pattuglia a piedi. Ricordò a tutti il codice semplice per le comunicazioni: se qualcosa non va, niente discorsi lunghi, solo colore e punto, come in un gioco di bandiere. Verde: tutto bene. Giallo: piccolo intoppo. Arancio: serve aiuto. Rosso: fermiamo tutto, ma speriamo di non usarlo.

“D'accordo, squadra,” disse alla fine, “ci siamo. Ricordate: la prevenzione è invisibile quando funziona. E' come l'aria buona: non si vede, ma fa la differenza.”

La piazza cominciava a popolarsi. Le botteghe appendevano festoni; il bar offriva bicchieri d'acqua ai volontari. Una palla colorata rotolò vicino al gazebo e un bambino, ridendo, la riacciuffò. La città, lentamente, si stava stirando come un gatto al sole.

Un ingorgo di coriandoli

Le dieci non erano ancora scoccate quando il carro dei coriandoli si presentò in via delle Magnolie con un rumore basso, come di pioggia d'estate in un barattolo. Sopra, sacchi di carta colorata, biodegradabile come stabilito, aspettavano di volare. Al primo incrocio, però, il carro si piantò. La ruota anteriore sinistra infilò un avvallamento creato da vecchie radici sotto l'asfalto. Non era un buco profondo, ma il peso fermò il mezzo come un cucchiaio che si incastra tra le sbarre di una griglia.

“Mi dispiace, sergente,” disse l'autista, sporgendosi dal finestrino con il berretto tra le mani. “Non si muove di un centimetro.”

“Tranquillo,” rispose Luca, alzando la mano in un gesto che parlava di calma. “Mettiamo in sicurezza l'incrocio. Nessuno si fa male e nessuno si arrabbia. Pensiamo.”

Luca posizionò due coni arancioni e una transenna. Con la paletta, fermò le poche auto in arrivo e indicò una deviazione con braccia chiare come frecce. Il traffico era un piccolo fiume: bastava guidarlo lungo un canale laterale perché non straripasse.

“Ho una fune robusta in negozio,” chiamò il panettiere dalla porta, con il grembiule infarinato. “La porto?”

“Grazie, ottima idea,” replicò Luca. “Intanto abbassiamo il carico: spostate qualche sacco all'indietro, piano, per alleggerire la ruota.”

Arrivarono due volontari in pettorina e uno dei ragazzi della banda si offrì di passare i sacchi uno alla volta. Mangiare pane e coriandoli non era l'idea del giorno, ma ridistribuire pesi sì. Con la fune, legata al gancio di un piccolo furgone, bastò una tirata lenta e coordinata per liberare la ruota. Luca fece un piccolo cenno con la paletta, l'autista capì: avanti di cinque centimetri, stop. Dietro di tre, stop. Piede, fune, mani, fiato. Come una coreografia senza musica ma con ritmo.

“Ecco fatto,” disse Luca quando il carro si trovò di nuovo su strada piana. “Prima della parata passo con una bomboletta a segnare l'avvallamento, così nessuno ci inciampa.”

“Siete sempre così calmi?” domandò la signora Rosa, che aveva seguito la scena con un fazzoletto annodato tra le dita.

“Quando riusciamo, sì,” sorrise Luca. “La calma è uno strumento come la paletta. Non è appariscente, ma funziona.”

Controllò che il piano della parata potesse riprendere senza ritardi e informò via radio: varco blu, risolto. Poi si chinò e guardò il punto dell'asfalto. Con il gesso, fece un segno chiaro, una piccola X, e una freccia per segnalare ai netturbini di fare attenzione, perché i coriandoli, se schiacciati nel bagnato, potevano rendere scivoloso. Prevenire è vedere un passo avanti.

Il signor Brontolone e il gatto timido

Quando la banda stava per partire, dal portone di una palazzina uscì il signor Ernesto, che in paese chiamavano bonariamente il signor Brontolone. Portava una vestaglia marrone e un bicchiere d'acqua in mano, come un calice di nuvola.

“Sergente, qui non si riesce a vivere,” dichiarò con voce ruvida ma non cattiva. “Ho la testa che rimbomba. E il mio gatto Nocciola è terrorizzato dai tamburi.”

“Capisco, signor Ernesto,” disse Luca, avvicinandosi con passo tranquillo. “Posso mostrarle il programma? La banda passerà davanti a casa sua una sola volta, tra pochi minuti, e poi si allontanerà verso la piazza. Durata totale, due minuti e mezzo. Dopo, silenzio come in biblioteca.”

Guardò l'uomo negli occhi e gli porse un volantino con la mappa e gli orari. Il signor Ernesto prese il foglio, fece una smorfia, poi un sospiro. Dalla finestra al primo piano si intravide una coda tigrata: il gatto Nocciola a tocchetti.

“Potrebbe chiudere un attimo le finestre?” proseguì Luca. “E se vuole, ho dei tappi per le orecchie di scorta. Ne diamo sempre a chi ne ha bisogno durante gli eventi.”

“Magari,” disse lui, meno teso. “Il gatto, però…”

In quel momento, un rullo di prova fece saltare Nocciola dalla sedia alla finestra. Si fermò lì, impagliato di paura. La ragazza del flauto alzò la mano, imbarazzata.

“Possiamo abbassare un po' il volume qui,” propose piano, “almeno finché passiamo il portone?”

“Ottima idea,” rispose Luca, già al telefono con la coordinatrice dei volontari per i piccoli animali. “Chiamo anche i volontari della colonia felina, hanno uno spray alla valeriana che tranquillizza. Niente prese forzate: un gatto è un gatto, si accompagna, non si afferra.”

Arrivò una volontaria con un sacchettino di crocchette e un panno. Mentre la banda suonava piano, come se il volume avesse un dimmer, il gatto annusò, fece un passo, poi un altro, e si convinse a scendere dalla finestra. Il signor Ernesto lo prese con delicatezza e lo portò nella stanza più interna, con la porta socchiusa.

“Grazie,” disse, guardando Luca con un sorriso prudente. “Forse non sono così terribili, questi tamburi, se hanno un cuore.”

“Hanno un ritmo umano,” disse Luca. “E noi siamo qui per regolarlo in modo che non batti troppo forte per nessuno.”

La banda riprese il volume normale superato l'angolo. Il signor Ernesto rimase sulla soglia a guardare i colori passare come un piccolo fiume allegro, mentre Nocciola, al sicuro, si sistemava in una scatola di cartone. Non c'era nessun dramma, solo la vita che imparava a stare insieme.

Il braccialetto del ricongiungimento

Le vie si riempirono. Palloncini legati ai polsi, cappelli di carta, bambini sulle spalle dei genitori. Luca pedala lentamente accanto al primo gruppo di ballerini. La radio di tanto in tanto sussurrava un “verde” o un “giallo”. Ogni incrocio diventava un piccolo teatro dove impegno e cortesia andavano in scena.

Vicino al punto di ricongiungimento, segnato con una bandiera blu e un disegno grande di un abbraccio, una bambina di otto anni con treccine strette guardava in su con gli occhi lucidi su un viso serio.

“Ho perso la mia mamma,” disse con un filo di voce.

“Facciamo squadra,” rispose Luca, abbassandosi alla sua altezza. “Come ti chiami? E ricordi il colore della giacca di mamma?”

La bambina inspirò, proprio come Fatima aveva imparato. Si chiamava Sema. La mamma aveva una giacca verde di lana con tre bottoni grandi. Al polso di Sema c'era un braccialetto di carta con un numero scritto. Luca lo notò: erano proprio quei braccialetti che avevano distribuito la mattina, dove i genitori potevano scrivere un contatto. Una prevenzione che sembrava un gioco.

“Bravissima,” disse Luca. “Hai il braccialetto, così chiamiamo subito. Ti va di sederti qui, vicino alla bandiera blu? Io sto con te.”

“Se serve, faccio girare l'annuncio alla radio dei volontari,” propose una ragazza con la pettorina, arrivata col quaderno dei nomi.

“Sì, grazie,” annuì Luca, tastando la radio. “Messaggio breve: bambina Sema, punto blu, mamma giacca verde, tutto sereno.”

Passarono due minuti, forse tre. Il tempo, quando sei preoccupato, fa capriole strane, ma la calma di Luca lo tenne come un aquilone con un filo sicuro. Una donna con la giacca verde arrivò di corsa, ma non fiondandosi: rallentò vicino, gli occhi cercarono e si illuminarono. Sema le corse incontro, e la mamma si inginocchiò per abbracciarla con cura.

“Grazie,” disse la donna, con la voce che tremava un po'. “La folla mi ha chiuso un passaggio…”

“È successo anche a me da piccolo,” disse Luca. “È per questo che abbiamo i braccialetti, il punto di ricongiungimento e parole semplici da ricordare. Non serve urlare, serve sapere.”

“Ho avuto un po' paura,” ammise Sema, tenendo la mano della mamma. “Però ho respirato come mi ha insegnato il sergente.”

“Questo è il coraggio,” disse Luca. “Non è non sentire la paura, è sapere cosa farci.”

Compilò rapidamente una nota nel taccuino: orario, luogo, esito positivo. La prevenzione aveva funzionato come un paracadute che neanche ti accorgi di indossare finché non serve. Il corteo poteva proseguire. Sema e la mamma si allontanarono tenendosi per mano come se tenessero insieme un piccolo ponte sicuro.

Il passo della città

La parata avanzava a piccoli quadri: la banda in divisa blu, i bambini con i costumi di cartapesta, il carro con i coriandoli (ora più leggero e prudente), i ballerini con le scarpe lucide. Luca ogni tanto si fermava per sorridere a qualcuno, per far passare una carrozzina, per spiegare a un automobilista un po' frettoloso che a volte aspettare due minuti fa bene come bere un bicchiere d'acqua fresca.

Un ragazzo in bicicletta, con il casco ben allacciato, si accostò curioso.

“Sergente, a cosa serve quella paletta rotonda? Sembra un biscotto gigante.”

“È il mio modo di parlare al traffico,” rispose Luca, mostrando il lato rosso e poi quello con il bordo verde. “Rosso: fermati, qualcuno ha bisogno di attraversare. Verde: via libera, ma piano. A volte basta un gesto chiaro per cambiare il viaggio di molti.”

Il furgone del primo soccorso procedeva poco dietro, discreto come un custode in un museo. I volontari sul bordo salutavano i bambini. Luca indicò i cartelli temporanei ai margini: frecce blu, avvisi gialli, il cartello ‘Zona scolastica' con i disegni di due figure che sembravano correre a braccia aperte. Spiegò a un piccolo gruppo che quei cartelli non sono solo simboli, sono storie: qualcuno, un giorno, si è fermato a pensarli per tenere lontano il pericolo. Anche la legge ha una faccia umana: è un patto per prendersi cura.

A un incrocio, un anziano con il bastone esitò davanti alle strisce. Luca gli andò incontro, tenendo la bicicletta per il manubrio, come uno che accompagna un cavallo che non deve spaventarsi.

“Prendiamo il tempo che serve,” disse piano. “La strada è di tutti, ma oggi è sua.”

“Grazie, giovanotto,” rispose l'anziano, sorridendo. “Però non corra con quella bicicletta, eh!”

Luca rise. Quella era la parte che più amava del suo lavoro: gli scambi di umanità, i grazie inciampati, i sorrisi. E anche il momento in cui, con un fischietto, doveva farsi sentire. Il fischietto non è solo un suono. È un pennarello nell'aria che disegna indicazioni.

Sul lato di una casa, vide il segno che aveva fatto sull'avvallamento. Chiamò in radio i tecnici del Comune per segnalarlo, e in pochi minuti un addetto, con la bomboletta spray, rese più visibile quel punto. Sarebbero tornati a riparare l'asfalto nei giorni successivi. La sicurezza è un quaderno che non si finisce di scrivere.

All'arrivo in piazza, tra archi di palloncini e odore di zucchero filato, la sindaca si avvicinò con un sorriso familiare. Aveva il telefono in mano pieno di foto già scattate.

“Grazie, sergente Rinaldi,” disse, “la città oggi cammina meglio perché qualcuno ha pensato al ritmo.”

“Merito di tutti,” rispose Luca. “Noi teniamo il tempo, ma ognuno suona il suo strumento.”

La banda attaccò “Bella Ciao” in una versione lenta e dolce, più ninna che marcia. I coriandoli salirono come farfalle di carta e ricaddero senza farsi vedere troppo, educati come ospiti che non vogliono imporre la propria voce. Luca guardò il cielo, una tela azzurra senza disegni. Gli parve che la città, per un attimo, respirasse insieme.

Il ritorno e la piccola lezione

Dopo la parata, quando i festoni cominciavano a essere arrotolati e le sedie ripiegate, Luca rimase ancora un po' in piazza per l'ultimo giro. Andò a salutare i commercianti, a ringraziare i volontari, a scambiare due parole con i vigili del fuoco che avevano sorvegliato discreti con il loro camion rosso. Prese un sacchetto e raccolse qualche rifiuto caduto, anche se non era “compito suo” in senso stretto. In città, spesso, il “mio” e il “tuo” si mescolano in un “nostro” più grande.

Si avvicinò la banda, ormai in assetto di scioglimento. Fatima gli fece un cenno. Il clarinetto sembrava meno pesante nelle sue mani, come se avesse svuotato le tasche della paura.

“Sergente, oggi ho suonato senza tremare,” disse, contenta. “Ho usato il respiro da pattuglia.”

“E hai fatto respirare anche gli altri,” rispose Luca. “Quando si suona con calma, la strada ascolta meglio.”

Poi venne il panettiere con un sacchetto di pane ancora tiepido. Luca prese una mezza rosetta e ne offrì un pezzo a un bambino con le guance rosse per l'emozione. Si sedettero sul bordo di una fioriera, guardando i fiori farsi spostare dalla brezza.

“Ma perché vuoi fare il poliziotto?” domandò il bambino, con una curiosità che sapeva di acqua chiara.

Luca restò un attimo in silenzio, cercando la parola semplice che racconta molto.

“Perché mi piace stare al centro delle strade senza essere al centro dell'attenzione,” disse alla fine. “Mi piace aiutare le persone a incontrarsi senza scontrarsi. Mi piace far sì che tornino a casa con storie leggere. La polizia è questo, soprattutto: una mano aperta che guida, un orecchio che ascolta, un passo che accompagna.”

Là accanto, il signor Ernesto si avvicinò con Nocciola in braccio, sbadigliando.

“Ho portato una scatolina di biscotti,” disse, “per ringraziare della pazienza. Ho capito che la pazienza è come l'olio nella porta: se c'è, si apre senza rumore.”

“La prendo come un complimento,” sorrise Luca. “E come una lezione.”

Prima di rientrare in stazione, Luca fece un ultimo tratto in bicicletta lungo il viale dei platani. Le foglie facevano piccole ombre a terra, come se il sole stesse giocando a mosaico. Ripensò a ogni episodio della giornata: la fune della panetteria, il respiro di Fatima, il braccialetto di Sema, la valigia di pazienza del signor Ernesto, le X sull'asfalto, i sorrisi. Piccole cose, come sassolini luminosi che tracciano un sentiero.

In stazione, compilò il rapporto: orari, mezzi, imprevisti e soluzioni. Spiegò cosa aveva funzionato e cosa era da migliorare: forse mettere la cartellonistica più in alto all'incrocio nord, forse aggiungere un volontario all'angolo del mercato per gestire la folla vicino al banco dei palloncini. La parte silenziosa del lavoro, quella delle parole scritte, è il luogo dove la città cresce senza farsi vedere. Prevenzione è anche memoria.

Prima di uscire, prese dal cassetto un adesivo che teneva per le giornate speciali. Sopra, un disegno semplice: due mani che si stringono a ponticello. Lo attaccò sulla sua borraccia. Era un promemoria: nulla in città si fa da soli.

Fuori, la sera arrivava con il fresco che fa tirare su le spalle. Le luci dei lampioni si accendevano in fila, come stelle disciplinate. Luca respirò. Aveva accompagnato la parata come si accompagna un amico che ha paura del buio: stando vicino, parlando piano, indicando dove mettere i piedi. Non c'erano state sirene né corse. C'era stato un filo di fiducia teso tra le persone.

Quando arrivò a casa, appoggiò la bicicletta vicino al muro e posò la paletta sul tavolo. Si fermò sulla soglia del balcone, guardando giù la strada ora tranquilla. Gli venne da pensare che il lavoro del poliziotto assomiglia a un battito. Non lo noti finché è regolare. Ma è lui che tiene insieme i passi.

Poco dopo, ricevette un messaggio sul telefono. Era una foto inviata dal numero del Comune: la banda con la piazza piena, un mare di facce che sorridono, il carro dei coriandoli in fondo, e lui con la bicicletta, di lato, piccolo come un punto messo bene sulla “i”. Sotto, una frase della sindaca: “Grazie per averci ricordato che la città è un'orchestra.”

Luca sorrise. Spense la luce della cucina e lasciò la finestra aperta quel tanto che bastava a far entrare la brezza. Si sedette un minuto, come si siede chi ha camminato molto. Pensò alle storie che quella città avrebbe raccontato il giorno dopo. Sapeva che, ovunque, c'erano persone pronte a tendere una fune, a offrire una crocchetta a un gatto impaurito, a respirare fino a sei. E sapeva che lui e i suoi colleghi sarebbero stati là, con le loro palette e i loro taccuini, con i loro sorrisi e le loro radio, a fare in modo che le strade restassero ponti e non muri.

Prima di andare a dormire, si disse piano che il lavoro del poliziotto non finisce mai davvero, ma ogni giorno ha una fine gentile, come la nota lunga di un clarinetto che sfuma nell'aria. E in quella nota c'era racchiuso tutto ciò che aveva imparato: che la sicurezza è fatta di cooperazione, di ascolto e di piccoli gesti; che una città è più bella quando cammina alla stessa andatura; che, per accompagnare una parata o un problema, servono la stessa cosa: occhi attenti e cuore tranquillo.

E con questo pensiero calmo, posò la testa sul cuscino, mentre la notte, fuori, ritrovava il suo passo leggero.

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