Capitolo 1: L'idea che frullava come una frusta
Nel laboratorio di casa, tra cacciaviti, tazze di cacao e una montagna di calzini spaiati, Gina aveva un'idea che le rimbalzava in testa come una pallina impazzita.
Si sistemò gli occhiali sul naso, guardò il suo quaderno a quadretti e disse ad alta voce, come se il quaderno potesse rispondere: “Oggi invento… la Macchina Acchiappa-Abbracci!”
La sua gatta, Pasticcia, fece “Miao” con l'aria di chi pensa: finalmente qualcosa di serio.
Gina scrisse:
1) Deve fare abbracci.
2) Deve farli bene.
3) Deve farli a tutti, anche a chi pensa di non meritarli.
4) Non deve stritolare. Mai. (Sottolineato tre volte.)
Il campanello suonò: Din-don!
Entrò Nina, la vicina, con un casco da bici sotto il braccio e un sorriso storto. “Ciao Gina. Ho sentito odore di… invenzione.”
“È l'odore della colla!” disse Gina, con orgoglio. “E un pochino anche dei biscotti di ieri. Ma soprattutto: sto costruendo una macchina che distribuisce abbracci.”
Nina sgranò gli occhi. “Una macchina che abbraccia? E se uno non vuole?”
“Se uno non vuole, la macchina fa un inchino e gli offre un complimento,” rispose Gina, senza esitare. “E magari un biscotto. L'inclusione prima di tutto!”
In quel momento arrivò anche Omar, che abitava due piani sopra. Portava una scatola di bottoni colorati, raccolti dalla sua nonna. Omar era bravo a vedere i dettagli: se una cosa era storta di mezzo millimetro, lui lo sentiva nell'anima.
“Ho sentito ‘abbracci',” disse Omar. “Posso aiutare? Ho bottoni.”
Gina batté le mani. “Perfetto! Bottoni per gli occhi della macchina. E magari anche per… il naso comico.”
Nina si guardò intorno e indicò un mucchio di oggetti: un ombrello rotto, un ventilatore, un cuscino enorme e un rotolo di nastro adesivo glitterato. “E con questi cosa fai?”
“Il cuore della mia invenzione,” dichiarò Gina, drammatica. “Il ventilatore farà muovere le braccia. L'ombrello… be', l'ombrello farà… cose da ombrello. Lo decideremo dopo.”
Pasticcia saltò sul tavolo, si sedette sopra il quaderno e, con la coda, cancellò mezzo disegno.
“Grazie per il contributo artistico,” sospirò Gina. “Bene. Si parte!”
Sul quaderno disegnò una figura: un corpo a forma di barattolo, due braccia a molla e una faccia sorridente con bottoni. Sopra scrisse: “Modello 1: Abbracciatore Allegro.”
“Nome bellissimo,” disse Omar.
“Mi mette già voglia di abbracciarlo,” ammise Nina.
Gina annuì. “E allora costruiamolo. Però con una regola: nessuno resta fuori. La macchina deve saper abbracciare persone alte, basse, timide, rumorose, e anche chi preferisce solo un cinque.”
“Un cinque abbracciante!” propose Nina.
“Un ‘cinque' morbido,” aggiunse Omar.
Gina sorrise. “Sarà la mia missione: rendere ogni abbraccio… più dolce.”
Capitolo 2: Braccia a molla e risate a scatti
La costruzione iniziò con un rumore preciso: CRIC, CRAC, “Ops”.
Gina fissò due tubi di gomma al corpo del barattolo gigante (in realtà era un secchio da bucato molto ambizioso). Le tubature dovevano diventare braccia.
Nina teneva il nastro glitterato. Omar misurava con un righello, serio come un giudice di gara di castelli di sabbia.
“Se mettiamo il motore del ventilatore qui,” disse Gina, “le braccia si muovono avanti e indietro.”
“E se si muovono troppo?” chiese Nina.
“Ho previsto un pulsante ‘piano piano',” assicurò Gina, indicando un bottone rosso grande come una ciliegia. “E un pulsante ‘super gentile'… che ancora devo inventare.”
Omar infilò due bottoni blu sulla faccia disegnata. “Occhi. Ma serve anche un sorriso.”
Gina incollò una curva di feltro giallo. Il risultato sembrò più un baffo allegro che un sorriso.
Nina scoppiò a ridere. “Sembra un detective felice!”
“Allora farà abbracci investigativi,” disse Gina. “Prima ti abbraccia, poi dice: ‘Ho scoperto che sei fantastico!'”
Finalmente arrivò il momento del primo test. Gina mise la macchina al centro del laboratorio, le diede un colpetto come per svegliarla e annunciò: “Macchina Acchiappa-Abbracci, modalità prova!”
La macchina fece “Bzzzz” e le braccia si alzarono. Poi, senza avviso, si abbassarono e… acchiapparono una sedia.
La sedia venne abbracciata con enorme entusiasmo e rimase incastrata tra le braccia a molla.
Nina si piegò in due dal ridere. “Sta abbracciando una sedia! E la sedia sembra contenta!”
Omar, più serio, osservò: “La sedia non ha protestato. Buon segno.”
Gina arrossì. “Va bene, va bene. Non era la sedia il bersaglio.”
La macchina emise un suono come “Ta-daa!” e iniziò a dondolare la sedia avanti e indietro, come se la cullasse.
Pasticcia, vedendo la sedia dondolare, pensò che fosse una nuova giostra e ci saltò sopra. In quell'istante, la macchina strinse un pochino di più.
“FERMA!” gridò Gina, premendo il pulsante rosso.
La macchina si bloccò subito e rilasciò la sedia. Pasticcia scese con tutta la dignità possibile, fingendo che fosse stato previsto.
“Ok,” disse Gina, accucciandosi accanto alla gatta. “Nessuno si è fatto male. Ma dobbiamo aggiustare la ‘dolcezza'.”
Omar annuì. “Le molle sono troppo energiche.”
Nina alzò una mano. “Posso suggerire una cosa? Cuscini. Tanti cuscini.”
Gina spalancò gli occhi. “Geniale! Rivestiamo le braccia con un materiale morbido. E aggiungiamo un sensore che capisce se l'abbraccio è troppo forte.”
Omar frugò nella scatola dei bottoni. “Ho un bottone a forma di cuore. Potrebbe essere il ‘pulsante super gentile'.”
Gina lo prese come se fosse un tesoro. “Perfetto. Ma per renderla davvero inclusiva, la macchina deve anche chiedere il permesso.”
“Una macchina educata,” disse Nina.
Gina scrisse sul quaderno:
- Chiedere: “Ti va un abbraccio?”
- Alternative: “cinque”, “saluto”, “complimento”, “distanza comoda”.
“Distanza comoda!” ripeté Omar. “Mi piace. È rispettosa.”
Iniziò la fase due: imbottitura totale. Cuscini tagliati, spugna morbida, vecchie sciarpe, persino un peluche a forma di banana che nessuno ricordava di possedere.
La macchina, piano piano, diventò più soffice. Sembrava meno un secchio da bucato e più una nuvola con le braccia.
Nina la guardò, soddisfatta. “Ora sì che è abbracciabile.”
Gina le mise in testa un cappellino di lana. “E anche elegante.”
Omar aggiunse un cartellino sul petto: “Ciao! Sono Abbracciatore Allegro. Posso?”
“Test numero due!” annunciò Gina.
Premette il bottone a cuore.
La macchina si accese e disse con una vocina metallica ma gentile: “Ciao. Ti va un abbraccio?”
Nina portò una mano al petto. “Ha detto ‘ti va'! Che carina!”
Gina si avvicinò. “Sì, mi va.”
Le braccia si aprirono lentamente e la abbracciarono come due coperte tiepide. L'abbraccio durò tre secondi, poi la macchina fece un piccolo “pling” e si staccò.
“Com'è?” chiese Omar.
Gina sorrise con gli occhi lucidi ma allegri. “Morbido. E… rispettoso.”
La macchina aggiunse: “Sei una persona creativa.”
Nina si mise a battere le mani. “Complimenti inclusi! Ora voglio provarla anch'io!”
Quando Nina si avvicinò, però, la macchina disse: “Ciao. Ti va un cinque morbido?”
Nina rimase sorpresa. “Ma io volevo un abbraccio.”
La macchina fece un bip confuso. “Errore. Troppa risata rilevata. Modalità cinque.”
Nina rise ancora di più. “Mi ha letto dentro! Ok, dammi questo cinque morbido.”
La macchina alzò una mano imbottita e fece un “toc” delicato.
Omar osservò: “Sta imparando. Ma dobbiamo farle capire meglio le scelte.”
Gina annuì. “E dobbiamo prepararla per più persone. Non solo noi tre.”
“Tipo… tutta la via?” disse Nina.
Gina strizzò l'occhio. “Esatto. Faremo una dimostrazione nel cortile.”
Pasticcia, come se avesse capito, fece “Miao” e si mise seduta vicino alla macchina, pronta a giudicare.
Capitolo 3: Il cortile, i vicini e l'abbraccio per tutti
Il cortile del palazzo era quasi come sempre: biciclette appoggiate male, piante in vaso che facevano finta di essere in vacanza e il signor Arturo che annaffiava lo stesso geranio da dieci anni.
Quando Gina arrivò spingendo l'Abbracciatore Allegro su un carrellino, tutti si fermarono a guardare.
“Che cos'è?” chiese il signor Arturo, stringendo l'annaffiatoio come se fosse un microfono.
“È una macchina gentile,” disse Gina. “Chiede il permesso e offre abbracci o alternative. È per tutti.”
La signora Mirella, che parlava sempre velocissimo, disse: “Io non ho tempo per gli abbracci!”
La macchina, come se avesse sentito, disse: “Ciao. Ti va un saluto velocissimo e un complimento?”
La signora Mirella spalancò la bocca. “Ehm… sì.”
La macchina fece un inchino e disse: “Hai un'energia brillante.”
Mirella rimase immobile per un secondo, poi sorrise. “Va bene. Questo sì che è veloce.”
Arrivò Leo, un bambino del primo piano, con una maglietta di dinosauri. Stava un pochino in disparte, timido. Guardava la macchina ma non si avvicinava.
Gina si chinò per essere alla sua altezza. “Ciao Leo. Se vuoi, puoi solo guardare. Nessuno ti obbliga.”
Leo annuì, sollevato.
La macchina, con voce calma, disse: “Ciao Leo. Ti va di scegliere: abbraccio, cinque, saluto, o distanza comoda?”
Leo ci pensò. “Distanza comoda.”
La macchina fece un passo indietro (un passo piccolissimo, perché aveva le rotelle) e disse: “Perfetto. Ti sto vicino ma non troppo. E… i dinosauri sono super!”
Leo sorrise e fece un mezzo passo avanti da solo. “Ok… forse un cinque.”
La macchina fece il cinque, piano. Leo rise.
“Funziona!” sussurrò Nina a Omar.
“Sta includendo,” disse Omar, soddisfatto. “E senza fare pressione.”
Poi si avvicinò la signora Tamara, che aveva un bastone con un manico lucido. “Io sono un po' delicata,” disse. “Gli abbracci forti mi danno fastidio.”
Gina si sentì pizzicare il cuore. “Allora oggi faremo l'abbraccio più soffice del mondo.”
Ma la macchina, prima ancora che Gina potesse fare altro, chiese: “Ciao. Ti va un abbraccio di piuma?”
“Un abbraccio di piuma?” ripeté Tamara, incuriosita.
La macchina avvolse Tamara con le braccia imbottite, ma appena il sensore sentì una pressione minima, si fermò e restò leggerissima, come un maglione morbido.
Tamara sospirò contenta. “È perfetto.”
Il signor Arturo, che fingeva di non essere interessato, si schiarì la voce. “Io… io non sono uno da abbracci.”
La macchina si voltò verso di lui. “Va bene. Ti va un complimento serio?”
Arturo strinse gli occhi. “Serio serio.”
“Serissimo,” disse la macchina. “Hai una costanza da campione: quel geranio è felice da dieci anni.”
Arturo diventò rosso come un pomodoro. “Ehm. Grazie.”
Il cortile si riempì di risate. Ognuno voleva provare la scelta più strana: abbraccio di piuma, cinque morbido, saluto velocissimo, distanza comoda.
A un certo punto arrivò anche Sara, una ragazza nuova del palazzo, con un apparecchio ai denti che le dava un fischio quando rideva. Stava zitta e guardava il gruppo come se fosse una festa dove non conosceva nessuno.
Gina la notò subito. Le si avvicinò con gentilezza. “Ciao. Io sono Gina. Se vuoi, puoi stare qui con noi. Anche solo a guardare.”
Sara fece un mezzo sorriso. “Non so… mi sento un po' fuori posto.”
Nina intervenne: “Qui siamo tutti un po' fuori posto. È il bello.”
Omar aggiunse: “Io misuro tutto. Anche le risate. E va bene così.”
La macchina parlò piano, come se non volesse disturbare. “Ciao Sara. Ti va di scegliere tu? Qualsiasi scelta è giusta.”
Sara si rilassò un pochino. “Posso… avere un complimento? Ma piccolo.”
“Complimento piccolo,” ripeté la macchina. “Hai un sorriso che si accende anche quando è timido.”
Sara rise e fischiò un pochino con l'apparecchio. Poi rise di più, e fischiò di più. “Ok, adesso voglio un abbraccio. Ma non lungo.”
“Abbraccio breve in arrivo,” disse la macchina. Uno, due, tre secondi. Poi si staccò e fece un “pling” come un campanellino.
Sara guardò Gina. “È… bello. Mi sento… dentro.”
Gina sentì che l'invenzione stava facendo qualcosa di più di un abbraccio. Stava dicendo: “C'è posto per te.”
E proprio quando tutto sembrava perfetto, accadde la cosa più comica del mondo.
La macchina, forse emozionata, prese a parlare troppo veloce: “Ciao! Abbraccio? Cinque? Saluto? Complimento? Distanza comoda? Abbraccio di piuma? Abbraccio di biscotto?”
“Abbraccio di biscotto?” ripeté Nina.
La macchina fece “BIP!” e aprì uno sportellino sul fianco. Ne uscì… un biscotto vero. Un biscotto un po' schiacciato, ma vero.
Tutti rimasero zitti.
Poi Omar disse: “Da dove viene?”
Gina si batté una mano sulla fronte. “Oh no. Il mio laboratorio. I biscotti di ieri. Ho imbottito le braccia con una scatola senza guardare!”
Nina si mise a ridere così tanto che quasi cadde. “Hai inventato l'abbraccio che ti dà anche la merenda!”
Il signor Arturo, senza farsi vedere troppo, prese il biscotto e lo assaggiò. “Non male.”
Gina sospirò, sollevata. “Ok, allora ufficialmente: modalità ‘Abbraccio e Biscotto'. Però… solo se uno lo vuole.”
La macchina annunciò: “Regola: sempre chiedere.”
E tutti applaudirono, anche Pasticcia, che applaudì con un “Miao” molto convinto.
Capitolo 4: Il tocco più dolce e l'occhiolino finale
Dopo la dimostrazione, Gina riportò l'Abbracciatore Allegro in laboratorio. Il cortile era rimasto pieno di chiacchiere felici e di idee.
Nina si sedette su uno sgabello. “Gina, la tua macchina è una star. Però… a volte parla un po' troppo.”
Omar annuì. “E dobbiamo renderla ancora più dolce. Non solo nelle braccia. Anche nelle parole.”
Gina prese il quaderno e scrisse: “Aggiornamento: Modalità Dolcezza Totale.”
“Come si fa?” chiese Nina.
Gina indicò tre cose: un gomitolo di lana morbidissima, un barattolo di palline antistress e un piccolo registratore vocale. “Rivesto ancora le braccia, aggiungo un ‘sensore solletico' per le risate, e registro frasi più calme.”
Omar prese il registratore. “Scriviamo anche frasi inclusive, tipo: ‘Va bene così', ‘Hai fatto una scelta intelligente', ‘Puoi cambiare idea quando vuoi'.”
“E anche,” aggiunse Nina, “ ‘Se preferisci, possiamo solo salutare e fare una faccia buffa.'”
Gina rise. “Sì. La faccia buffa è importantissima.”
Lavorarono insieme. Omar sistemò i sensori con precisione. Nina decorò la macchina con toppe colorate, tutte diverse: una stella, una foglia, un pallone, un gattino. “Così nessuno pensa che deve essere uguale agli altri,” disse.
Gina si fermò a guardare quella macchina tutta patchwork. “Sembra… un gruppo di persone che va d'accordo.”
“È quello che è,” disse Omar.
Arrivò il momento dell'ultimo test. Gina accese la macchina e chiese: “Abbracciatore Allegro, come ti senti?”
La macchina rispose con voce più morbida: “Mi sento soffice. E pronto. Ricordo: ogni persona è diversa. E va bene.”
Nina batté le mani piano. “Mi commuovo quasi.”
Gina si avvicinò. “Ok. Fammi una domanda.”
La macchina disse: “Gina, ti va un abbraccio, un cinque, un saluto, un complimento o distanza comoda?”
Gina ci pensò. “Oggi… distanza comoda. Ma vicino con il cuore.”
La macchina fece un piccolo passo indietro e disse: “Perfetto. Sono qui. E il tuo cervello è pieno di idee luminose.”
Gina rise. “Grazie. Ora sei davvero dolce.”
In quel momento entrò Sara, che era passata a lasciare un bigliettino. “Ciao. Posso scrivere una frase per la macchina?”
“Certo,” disse Gina, porgendole un pennarello.
Sara scrisse su un'etichetta e la attaccò sul fianco: “Qui c'è posto per te.”
Omar la lesse ad alta voce, piano. Nina annuì.
Gina sentì un caldo bello nello stomaco, come quando bevi cioccolata e non ti scotti. “Questa è la frase migliore.”
La macchina la ripeté, come se la imparasse: “Qui c'è posto per te.”
Pasticcia saltò sulla macchina e si acciambellò su una spalla imbottita. La macchina, senza muoversi, disse: “Modalità gatto: immobilità morbida.”
Nina sussurrò: “Ha anche la modalità gatto!”
Gina sistemò il cappellino di lana alla macchina e guardò i suoi amici. “Domani la portiamo in biblioteca. Poi al parco. Poi… ovunque serva.”
Omar fece un piccolo sorriso. “E se qualcuno non vuole, va bene uguale.”
“Va bene uguale,” ripeté Gina. “Questa è l'inclusione.”
Prima di spegnere la luce, Gina aprì il quaderno e scrisse l'ultima nota del giorno: “L'invenzione più grande non è la macchina. È far sentire tutti invitati.”
Poi guardò l'Abbracciatore Allegro, che stava lì con la faccia da detective felice e le toppe colorate.
La macchina fece un bip quasi segreto e disse: “Gina… ti va un occhiolino complice?”
Gina strinse un occhio e rispose: “Sempre.”
E, se si ascoltava bene, pareva che anche la macchina… facesse proprio un minuscolo, tenero “pling”.