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Storia che fa paura 9/10 anni Lettura 17 min.

La finestra delle ombre e il chiodo del silenzio

Lorenzo, chiamato da una finestra magica, entra in un mondo di nebbia dove deve affrontare il Custode delle Aperture e le cose che sussurrano per ritrovare la via di casa.

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Un ragazzo di 10 anni, Lorenzo, viso rotondo, capelli castani corti spettinati, occhi grandi e lucenti, espressione preoccupata ma decisa; è in piedi nell’apertura di una finestra aperta, una mano sulla maniglia e l’altra che stringe una piccola chiave argentata; un gatto nero di nome Ombrello, pelo lucido, occhi verdi grandi, postura all’erta e coda arrotolata, è sul davanzale esterno come a invitarlo ad avanzare; la nonna è suggerita da una luce calda e uno scialle sul divano all’interno; luogo: stanza di bambino con pavimento di legno consumato, poster staccato e scaffale di giocattoli; fuori si apre un vicolo irreale di nebbia grigio-bluastra, lampioni vacillanti che diffondono aloni gialli, muri di mattoni umidi coperti di muschio e foglie bagnate sul selciato; situazione: Lorenzo esita a oltrepassare la finestra verso il vicolo misterioso, atmosfera notturna e umida con pioggerellina e riflessi lucenti sui ciottoli, forte contrasto tra il calore interno e l’aria fredda e scura fuori. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La finestra che non voleva dormire

Lorenzo aveva dieci anni e un coraggio che gli faceva frusciare le tasche come se ci tenesse dentro vento buono. Quella sera, però, la casa sembrava fatta di ombra vellutata: tutto era morbido e scuro, come una coperta troppo pesante.

Fuori pioveva piano. Dentro, la nonna Ada lavorava a maglia sul divano, e ogni tanto gli lanciava uno sguardo caldo come una lampada.

“Se hai paura, vieni qui,” disse lei, senza alzare la voce.

“Paura? Io?” Lorenzo sorrise. “Sto solo… ascoltando.”

Perché si sentiva davvero qualcosa: un toc toc leggero, come un dito minuscolo sul vetro. La finestra della sua camera vibrava appena, impaziente.

Lorenzo salì le scale. Il corridoio era lungo e silenzioso, e le fotografie alle pareti parevano seguire i suoi passi con occhi lucidi. Arrivato alla porta della camera, respirò a fondo.

“Va bene,” mormorò. “Vengo io.”

Entrò. La finestra era chiusa, ma dietro il vetro si muoveva una nebbiolina scura, come fumo che non sapeva dove andare. Il toc toc riprese.

Lorenzo appoggiò le mani sulla maniglia. Sentì il freddo del metallo, poi un calore strano, quasi come se la finestra avesse un cuore.

“Chi sei?” chiese, con una voce che cercava di non tremare.

Dal vetro, una scritta apparve lentamente, come disegnata da un dito invisibile: APRIMI.

Lorenzo ingoiò. Pensò alla nonna, giù in salotto, al suo sorriso tranquillo. Pensò che il coraggio non è non avere paura: è camminare lo stesso, ma tenendo qualcuno nel cuore.

“Allora aprirò,” disse. “Però niente scherzi cattivi.”

Girò la maniglia. La finestra si aprì con un sospiro lungo, come se avesse trattenuto il fiato per anni. E l'aria entrò… dolce e scura, profumata di pioggia e foglie bagnate.

Fuori non c'era il solito giardino. C'era un vicolo di nebbia, una strada di ombre morbide, e lampioni che tremavano come lucciole stanche.

Lorenzo fece un passo indietro. La finestra, invece, sembrava invitarlo, inclinata come una bocca pronta a raccontare un segreto.

“Solo un'occhiata,” disse, e si sporse.

E il mondo dall'altra parte lo guardò indietro.

Capitolo 2: Il Vicolo della Suavità Scura

Quando Lorenzo mise un piede fuori, non sentì terra né asfalto. Sentì una specie di tappeto soffice, come muschio e velluto insieme. Il vicolo era stretto, e la nebbia scivolava lungo i muri come latte grigio.

“Ehi… finestra?” sussurrò.

Alle sue spalle, la finestra era ancora lì, sospesa come incastrata nell'aria. La sua stanza, dall'altra parte, sembrava lontana, piccola, come un ricordo.

“Non mi piace,” disse Lorenzo. “Ma posso farcela.”

Un rumore lo fece voltare: scrrr, come un'unghia su legno. Dal buio sbucò un gatto nero, magro come una virgola. Aveva occhi enormi, verdi e seri.

“Finalmente,” miagolò il gatto.

Lorenzo spalancò la bocca. “Tu… parli!”

“E tu ascolti. È raro.” Il gatto si stiracchiò. “Io sono Ombrello.”

“Perché Ombrello?”

“Perché qui piove spesso, e io non mi bagno mai.” Ombrello scosse la coda, soddisfatto. “Tu sei quello della finestra.”

“Io sono Lorenzo.”

“Bene, Lorenzo. Se sei entrato, vuol dire che qualcuno ti ha chiamato.” Ombrello annusò l'aria. “E non era un invito gentile.”

Il vicolo sembrava restringersi. I lampioni tremarono, e da una grata a terra uscì un sussurro: torna indietro… torna…

Lorenzo si fece più dritto. “No. Io… devo capire.”

Ombrello lo fissò. “Hai qualcuno che ti aspetta?”

Lorenzo pensò alla nonna Ada, alla sua lana, al suo profumo di biscotti. “Sì.”

“Bene. L'attaccamento è una corda. Se la tieni stretta, non ti perdi.” Ombrello iniziò a camminare. “Seguimi. E non ascoltare i sussurri dal pavimento. Sono bugiardi.”

“Perché il pavimento parla?” chiese Lorenzo, cercando di scherzare. “Non ha già abbastanza da fare, a… essere pavimento?”

Ombrello fece un verso che poteva essere una risata. “Qui le cose fanno quello che vogliono. Ed è per questo che è pericoloso.”

Arrivarono a una porta alta, di legno scuro. Sopra, non c'era un numero. Solo un simbolo: una finestra disegnata con un occhio al centro.

La porta si aprì da sola, lentamente, come se fosse stanca di resistere.

Dall'interno uscì un odore di cantina e temporale. E una voce, sottile e allegra, disse: “Oh, che bello! Un bambino coraggioso!”

Lorenzo strinse i pugni. “Non mi inganni con la voce allegra.”

Ombrello sussurrò: “Bravo. Entra, ma non dare il tuo nome a nessuno.”

Lorenzo entrò. E la porta si chiuse alle sue spalle con un clack che sembrò un morso.

Capitolo 3: La Casa delle Cose che Sussurrano

Dentro era buio, ma non un buio vuoto. Era un buio pieno di oggetti: armadi, sedie, specchi, scatole. Tutti parevano troppo vicini, come se volessero ascoltare.

Un vecchio specchio appannato mormorò: Guardami… guardami…

Lorenzo distolse gli occhi. “No, grazie.”

Da una mensola cadde una biglia, rotolò e si fermò proprio davanti a lui. Era opaca, ma dentro si muoveva una piccola ombra, come un pesciolino nero.

“Gioca con me,” sussurrò la biglia.

“Non ho voglia,” rispose Lorenzo.

Ombrello saltò su una sedia. “Non toccare niente che ti invita.”

“Ma allora cosa devo fare?” sbottò Lorenzo. La voce gli uscì un po' più alta, e subito mille sussurri si accesero nelle pareti, come zanzare.

Bambino… bambino… resta…

Lorenzo sentì un nodo allo stomaco. In quel momento, dalla scala in fondo alla stanza scese una figura. Sembrava fatta di fumo e stoffa, come un cappotto senza persona. Aveva un cappello largo e, al posto del viso, un'ombra liscia. Eppure, sorrise. Lorenzo lo capì lo stesso: un sorriso che graffiava.

“Benvenuto,” disse la figura. “Io sono il Custode delle Aperture.”

Ombrello ringhiò, cosa abbastanza strana per un gatto.

Il Custode inclinò il capo. “Oh, Ombrello. Ancora qui? Non ti stanchi mai di fare l'eroe?”

“Non è un gioco,” sibilò Ombrello. “Lui non ti appartiene.”

Il Custode si avvicinò a Lorenzo. “Appartenere… che parola dolce. Io posso darti un posto. Qui nessuno ti dice cosa fare. Qui il pavimento canta, le sedie ballano… e le finestre aprono sempre.”

Lorenzo cercò di non arretrare. “Io ho già un posto.”

“Davvero?” Il Custode allungò una mano di fumo. “E allora perché hai aperto la finestra?”

Lorenzo sentì la trappola. “Perché qualcuno mi ha chiamato. E io voglio che smetta.”

Il Custode fece un piccolo applauso, un suono secco come carta strappata. “Che determinazione. Bene. Facciamo un patto: se trovi la Chiodatura, la cosa che chiude i sussurri del pavimento, potrai tornare. Se no… resterai qui, e la tua finestra resterà aperta per sempre.”

“Dov'è questa Chiodatura?” chiese Lorenzo.

Il Custode indicò il pavimento. “Sotto. Dove le assi parlano troppo.”

Le assi scricchiolarono e risero: Sotto… sotto….

Ombrello saltò giù. “Non scendere da solo. Ti seguirò.”

Lorenzo inspirò. “Va bene. Ma se mi perdo, tu mi… mi graffi per farmi tornare.”

“Affare fatto,” disse Ombrello.

Trovarono una botola nascosta sotto un tappeto che sembrava pelle d'ombra. La botola tremava, come se avesse freddo.

Lorenzo posò la mano sul ferro. Sotto, la voce del pavimento era più chiara: Non aprire… non aprire…

“Adesso proprio sì,” disse Lorenzo, e sollevò la botola.

Un soffio gelido uscì dal buco, e con lui una risata lontana. Lorenzo scese, un gradino alla volta, mentre Ombrello lo seguiva con occhi verdi, attenti come lampadine.

Capitolo 4: Il Sottopavimento e la Corda del Cuore

Il sottopavimento non era solo uno spazio buio. Era un labirinto basso, fatto di travi e polvere. La nebbia qui era più pesante, quasi liquida. Ogni passo faceva tunk, e il suono rimbalzava come se il legno rispondesse.

“Qui sotto il pavimento è… vivo,” sussurrò Lorenzo.

“È pieno di parole vecchie,” disse Ombrello. “Paure dimenticate. E bugie che cercano una bocca nuova.”

Da una fessura tra le travi uscì una mano piccola, di legno, come quella di una marionetta. Si aggrappò al bordo e tirò fuori un pupazzo senza occhi.

“Dammi il tuo nome,” disse il pupazzo con voce gentile. “Così posso chiamarti quando sei solo.”

Lorenzo sentì un brivido. Era una tentazione strana: l'idea di non essere mai solo. Ma pensò alla nonna Ada, al suo “se hai paura, vieni qui”. Quella era una chiamata vera, non un trucco.

“No,” disse Lorenzo. “Se voglio qualcuno, lo chiamo io.”

Il pupazzo si afflosciò, triste. Poi la sua voce cambiò, diventò ruvida: “Allora perderai la strada!”

Le travi scricchiolarono. Il labirinto sembrò girare, come se la casa stesse cambiando idea su dove mettere i muri.

Lorenzo chiuse gli occhi un secondo. Immaginò la mano della nonna sulla sua testa, e una corda luminosa che partiva dal suo petto e tornava alla casa vera.

“L'attaccamento è una corda,” ricordò. Aprì gli occhi. “E io la sento.”

“Dove porta?” chiese Ombrello.

Lorenzo ascoltò il cuore. Non era magia con fuochi d'artificio; era più come un'intuizione. Puntò il dito verso sinistra. “Di là.”

Camminarono. I sussurri provavano a confonderli: Qui… là… è uguale… Ma Lorenzo continuò.

Arrivarono a un punto in cui le travi formavano una specie di arco. Appeso in mezzo c'era un chiodo grande, nero, con una testa a forma di finestra chiusa. Sotto il chiodo, il pavimento mormorava come una pentola che bolle: parola… parola… parola…

“Quella è la Chiodatura?” chiese Lorenzo.

Ombrello annusò l'aria. “Sì. Ma non sarà facile. Il Custode non ama perdere.”

Appena Lorenzo si avvicinò, le assi sotto di lui iniziarono a parlare tutte insieme, velocissime: “Se lo prendi, nessuno ti capirà più! Se lo prendi, ti dimenticheranno! Se lo prendi, sarai solo!”

Lorenzo sentì la paura pizzicargli la schiena. “Non è vero,” disse, ma la voce gli uscì incerta.

Allora, dal buio, arrivò una voce diversa. Non era un sussurro. Era calma, reale: “Lorenzo?”

Era la nonna Ada.

“Nonna?” Lorenzo si girò di scatto. Nel labirinto, tra le travi, apparve una luce tiepida, come quella della cucina la mattina. Non vide la nonna intera, solo la sua mano, e il suo braccialetto con una piccola stella.

“Non posso venire fin lì,” disse la voce, “ma posso tenerti. Se vuoi.”

Lorenzo sentì gli occhi pizzicare. “Sì. Voglio.”

La corda del cuore diventò più forte. Non la vedeva davvero, ma la sentiva, come quando ti tieni forte a qualcuno in mezzo alla folla.

“Coraggio,” disse Ombrello. “Ora.”

Lorenzo afferrò il chiodo. Era freddissimo, e per un istante gli sembrò di stringere un pezzetto di notte. Le assi urlarono senza bocca, e il labirinto tremò.

Ma Lorenzo non mollò. “Io torno a casa,” disse, e tirò.

Il chiodo venne via con un suono secco. Immediatamente i sussurri si spezzarono, come un coro che perde il direttore. Il pavimento tacque per un secondo… poi borbottò un'ultima bugia: “Non ce la farai…”

Lorenzo serrò i denti. “Sì che ce la faccio.”

E corse verso la botola, con Ombrello alle calcagna e la voce della nonna come una luce che non si spegneva.

Capitolo 5: La finestra si chiude, il pavimento si tace

Quando Lorenzo risalì nella stanza degli oggetti, il Custode delle Aperture era lì ad aspettarlo. La sua ombra- faccia sembrava più scura del solito.

“Ah,” disse il Custode, piano. “Hai preso ciò che non dovevi.”

Lorenzo strinse la Chiodatura in mano. “Non voglio restare. E non voglio che il pavimento parli più.”

Il Custode fece un passo avanti. Le sedie scricchiolarono come se fossero pronte a correre, gli specchi si appannarono per non vedere.

“Dammi quel chiodo,” sibilò il Custode. “E ti lascio un ricordo felice. Uno solo.”

“Non mi serve,” disse Lorenzo, con una calma che non sapeva di avere. “Ho la nonna. Ho casa. Ho abbastanza ricordi veri.”

Ombrello soffiò: “Non dargli nulla.”

Il Custode allungò le dita di fumo verso Lorenzo. In quel momento, la porta si spalancò con un colpo di vento, e il vicolo di nebbia apparve di nuovo. La finestra, lontana, brillò come un quadrato di luna.

“Corri!” gridò Ombrello.

Lorenzo corse. Il Custode lo inseguì, e il suo passo non faceva rumore, come se fosse fatto di pensieri cattivi. La nebbia si arricciava attorno alle gambe di Lorenzo, cercando di rallentarlo.

“Tu hai aperto!” cantilenò il Custode. “Tu mi hai invitato!”

Lorenzo ansimò. “Io ho aperto… per capire. E adesso chiudo.”

Arrivò alla finestra sospesa. Dall'altra parte vide la sua stanza: il letto, la scrivania, il poster storto. E sentì, chiarissima, la voce della nonna dal salotto: “Lorenzo, tutto bene?”

“Sì!” gridò lui, e quasi rise per la gioia.

Saltò attraverso la finestra, cadendo sul tappeto della sua camera. Ombrello fece un balzo elegante e atterrò accanto a lui, come se l'avesse fatto mille volte.

Il Custode arrivò alla finestra, ma non poté entrare: si fermò al bordo come un'ombra schiacciata dal vetro.

“Non puoi chiudermi fuori,” sussurrò. “Le finestre… si riaprono sempre.”

“Magari,” disse Lorenzo, alzandosi. “Ma non da sole.”

Con la Chiodatura in mano, Lorenzo si avvicinò al pavimento della sua stanza. Le assi sotto il tappeto fecero un piccolo cric, come se volessero parlare.

Lorenzo si inginocchiò. “Ascolta,” disse al pavimento, e gli venne da ridere perché era una frase assurda. “Tu sei un pavimento. Il tuo lavoro è reggere. E io ti ringrazio. Ma adesso… basta parole.”

Piantò la Chiodatura tra due assi, proprio dove il sussurro sembrava nascere. Il chiodo entrò con facilità, come se il legno lo stesse aspettando.

Dalla finestra, il Custode si contorse. “No…”

Lorenzo chiuse la finestra con entrambe le mani. La maniglia fece clic. Il vetro tornò normale: solo pioggia, solo giardino, solo notte.

Ombrello si sedette e sbadigliò, come un gatto qualunque. “Ottimo. Adesso, per favore, un po' di latte.”

Lorenzo scoppiò a ridere, finalmente. “Lo chiederò alla nonna.”

Scese di corsa. La nonna Ada lo aspettò ai piedi delle scale, e lo abbracciò forte, senza fare domande difficili.

“Eri in camera,” disse lei.

“Ero… a sistemare una cosa,” rispose Lorenzo, e le strinse la mano.

La nonna lo guardò negli occhi. “Hai fatto bene.”

Tornarono su un attimo, insieme. Lorenzo entrò nella stanza e ascoltò. Niente sussurri. Niente toc toc. Solo il suono gentile della pioggia lontana.

Il pavimento, finalmente, si tacque.

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