La sera di Natale
C'era una volta, sotto un cielo che scintillava come zucchero sul pan di zenzero, un piccolo coniglio di nome Lino. Lino viveva in una casetta di legno vicino a un grande abete. L'abete teneva le braccia alte verso le stelle, come per ringraziare la notte. Nella valle cadeva la neve, lenta e lieve, silenziosa come un piumino. Din don, din don, le campanelle del paese cantavano piano. E nelle finestre, le candele facevano occhi dorati.
Quella sera era la vigilia di Natale. Lino si sentiva coraggioso. Aveva un desiderio nel cuore, un desiderio lucente come una stellina: voleva sorridere a uno sconosciuto. La nonna gli aveva detto: “Un sorriso è una candela. Non brucia, ma scalda.” Lino ci credeva. E quando credi al bene, il bene cresce come un fiore sotto la neve.
Il coniglietto mise la sciarpa blu, quella morbida come una nuvola. Mise i guanti. Aprì la porta. L'aria profumava di abete e di notte nuova. La luna pareva una fetta di mela, dolce e chiara. Lino fece un passo, poi un altro. La neve scricchiolava e lo salutava. Il vento, molto gentile, portava lontano il canto delle campanelle.
“Neve che scende piano, din don le campanelle, sotto il grande abete brillano le candele,” canticchiò Lino. E il suo cuore batteva calmo, come un piccolo tamburo.
Il sorriso al viandante
Il sentiero che portava al paese era pieno di piccole orme. Orme di passerotti, orme di scoiattoli, orme misteriose. Lino le seguiva come si seguono le note di una canzone. Camminava, soffice, attento. Ogni tanto alzava il muso e annusava l'aria. Sembrava che le stelle gli facessero l'occhiolino.
All'improvviso vide una figura al bordo del sentiero. Una figura sottile, con una sciarpa rossa e un pacchetto avvolto con spago. Era una volpe dal muso gentile. Aveva gli occhi chiari, un po' stanchi, e il respiro usciva in nuvolette. Non l'aveva mai vista. Era uno sconosciuto. Il cuore di Lino fece un piccolo salto, poi si ricordò del suo desiderio.
Fece un passo avanti e aprì il sorriso. Era un sorriso tondo e caldo, come una piccola candela accesa nella notte.
“Buona sera,” disse piano Lino.
La volpe guardò il sorriso e, per un istante, smise di tremare. “Buona sera, piccolino,” rispose con voce bassa. “Mi chiamo Vanda. Sono in viaggio. Devo portare queste candeline al grande abete del paese, ma mi sono perduta tra i fiocchi.”
Lino sentì che il suo sorriso stava facendo il suo lavoro: riscaldare. “Posso accompagnarti,” disse. Non aveva paura. Il suo coraggio era come una sciarpa in più.
Camminarono insieme. La neve cadeva più fitta, ma non era cattiva. Era una coperta buona, piena di silenzio. Din don, din don, le campanelle facevano strada. Il pacchetto di Vanda profumava di cera e miele. Lino pensò che ogni candela era una piccola promessa di luce.
Un soffio di vento spense una lanterna appesa a un ramo. Il sentiero diventò più scuro. Vanda sospirò. Ma Lino ridisse il suo refrain, piano e sicuro: “Neve che scende piano, din don le campanelle, sotto il grande abete brillano le candele.” E, mentre lo diceva, il cielo parve farsi più chiaro, come se le stelle avessero acceso un altro pezzetto di luce.
Arrivarono alla piazzetta del paese. L'abete li aspettava, alto e buono. Alcuni uccellini avevano appeso ghirlande di bacche rosse. Un riccio tirava una slitta con i fiocchi. Vanda consegnò le candeline. Una, due, tre… presto l'abete fu pieno di occhi d'oro. Lino sorrise ancora. Il suo sorriso, nella luce, era come un mirtillo lucente.
La cameretta che si scalda
Quando tutto fu pronto, il coro delle campanelle si fece più dolce. Din don, din don, come un dondolo. Le candele sull'abete tremolavano felici. Ogni fiamma raccontava una piccola storia di calore. Vanda guardò Lino e gli porse una candela speciale, a forma di stellina. “Per te,” disse. “Il tuo sorriso mi ha guidata. Questa è la tua luce.”
Lino la prese con due zampine. Era leggera, profumata di miele e abete. “Grazie,” disse. Sentì che quella stellina era come un pezzetto di cielo in tasca.
La neve continuava a scendere. Era ora di tornare a casa. Lino salutò. Vanda lo abbracciò, piano, con la sciarpa rossa che profumava di inverno buono. “Buon Natale, piccolo coraggioso,” sussurrò.
La strada di ritorno era la stessa, ma sembrava più corta. Forse perché Lino portava con sé una luce nuova. Il portico della sua casetta lo accolse. Aprì la porta. La cameretta era fredda, silenziosa, con il letto come una barchetta nel mare di piume. Lino posò la candela a forma di stella sul davanzale. La accese.
La fiamma si arrampicò piano, come una lucciola che trova il suo cielo. La luce si stese sulle pareti. Le ombre ballarono lente, gentili. Il freddo fece un passo indietro, poi un altro. Lino preparò una tazza calda. Il profumo sorrise nell'aria. Sedette sul letto. Si strinse nella coperta morbida.
Allora accadde una cosa semplice e grande. Con quella piccola fiamma e quel grande sorriso nel cuore, la cameretta si riscaldò. Non solo l'aria, non solo le mani: si riscaldò il posto dove abitano i sogni. La finestra guardava le stelle, e le stelle guardavano Lino, come amici silenziosi.
“Neve che scende piano, din don le campanelle, sotto il grande abete brillano le candele,” mormorò, chiudendo gli occhi. Pensò alla volpe, al sentiero, al pacchetto di luce. Pensò che un sorriso è davvero una candela: piccola, ma capace di far nascere un mattino dentro la notte.
Fuori, la neve continuava a coprire piano ogni cosa, come una carezza lunga. Dentro, la stellina bruciava tranquilla. Il cuore di Lino, contento e leggero, batteva al ritmo delle campanelle. E nella cameretta calda, sotto il cielo che scintillava, tutto riposò in pace.