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Storia sulla morte 7/8 anni Lettura 21 min.

Il razzo dei ricordi e la margherita del nonno Pietro

Luca, un bambino di sette anni, affronta la perdita del nonno e impara, con l’aiuto della famiglia, che la tristezza e i ricordi possono trovare conforto nei gesti, nei sogni e nelle parole condivise.

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Un bambino di 8 anni, triste ma calmo, volto rotondo con lentiggini, capelli castano chiaro arruffati, occhi nocciola, seduto vicino a una finestra che tiene delicatamente un disegno di razzo colorato e una margherita bianca; la madre (donna, ~35 anni) con capelli castani raccolti, espressione dolce e protettiva, sta dietro con una mano sulla sua spalla destra; la nonna (donna, ~75 anni) con capelli grigi raccolti in chignon, occhi umidi e sorriso tenero, seduta a un tavolino di fronte con una candela accesa in un portacandela; salotto luminoso in tarda pomeriggio con tende beige chiare, poltrona di legno vecchia, tappeto dai toni caldi, foto incorniciata del nonno su una mensola e piccolo vaso con basilico sul davanzale; scena principale: un addio calmo e rispettoso — il bambino offre il disegno e il fiore alla memoria del nonno, atmosfera dolce, palette pastello (beige, verdi tenui, azzurro pallido), illuminazione calda e tenue, linee semplici ed espressive in stile fumetto. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La sedia vicino alla finestra

La mattina era chiara e tranquilla, e Luca, che aveva sette anni, stava seduto sul tappeto del salotto con un puzzle di cento pezzi. Le sue dita cercavano un angolo blu del cielo, ma gli occhi ogni tanto scappavano verso la sedia vicino alla finestra.

Quella sedia era quasi sempre occupata dal nonno Pietro. Il nonno si sedeva lì con una coperta sulle gambe e diceva: “Guarda, Luca: le nuvole sono barche lente.”

Oggi, però, la sedia era vuota.

La mamma entrò con due tazze di latte caldo. Ne mise una sul tavolino e si sedette accanto a Luca, senza fretta. Il suo sorriso c'era, ma era diverso, come quando una luce è un po' più morbida.

“Luca,” disse piano, “oggi andiamo dalla nonna.”

Luca incastrò un pezzo, poi si fermò. “Perché? Il nonno non è qui?”

La mamma gli accarezzò i capelli. “Il nonno è morto stanotte.”

La parola “morto” sembrò una pietra piccola, ma pesante, che cadeva nel silenzio. Luca la guardò come se fosse un oggetto sul tappeto.

“Morto… vuol dire che non torna?” chiese.

“Vuol dire che il suo corpo ha finito di funzionare,” spiegò la mamma con voce calma. “Non sente dolore, non ha più fame, non respira. E noi non potremo più parlargli come prima.”

Luca strinse le labbra. “Ma io… ieri gli ho promesso che gli avrei portato il disegno del razzo.”

La mamma annuì. “Puoi portarlo lo stesso. Possiamo metterlo vicino a lui, come un saluto.”

In quel momento suonò il campanello. Era papà, che tornava dalla nonna. Entrò piano, come se anche i passi dovessero rispettare qualcosa.

“Ciao, campione,” disse. Provò a sorridere e ci riuscì un po'. “Vuoi aiutarmi a scegliere un fiore da portare?”

“Un fiore?” Luca ripeté.

“Sì,” disse papà. “Un fiore dice: ‘Ti voglio bene' senza usare parole.”

Luca guardò la finestra. Fuori, un merlo saltava vicino al vaso del basilico sul balcone. “Posso scegliere… una margherita? Al nonno piacevano perché sembrano piccoli soli.”

“Bellissima idea,” disse la mamma.

Mentre si preparavano, Luca prese un foglio e disegnò un razzo grande, con due finestrini e una scia arancione. In un finestrino disegnò il nonno con un berretto. Nell'altro disegnò se stesso, con un sorriso un po' storto.

Poi scrisse, con le lettere un po' traballanti: “Ciao nonno. Grazie.”

In macchina, Luca teneva il disegno sulle ginocchia come una cosa fragile. Il silenzio non era cattivo, solo pieno. Papà guidava piano. La mamma guardava fuori e ogni tanto respirava più a fondo.

“Posso fare una domanda?” disse Luca.

“Certo,” rispose papà.

“Dove va una persona quando muore?” chiese Luca.

Papà e mamma si guardarono. La mamma parlò per prima. “Ci sono tante idee. Quello che sappiamo è che il corpo resta qui e torna alla terra, come le foglie quando cadono. E l'amore… l'amore resta con noi. Nei ricordi, nelle cose che abbiamo imparato.”

Luca ascoltò. “Quindi il nonno… è come una foglia?”

“È come una storia,” disse papà. “Una storia che abbiamo nel cuore. E possiamo raccontarla.”

Luca appoggiò la fronte al finestrino. Le case passavano lente. Pensò alla sedia vuota e sentì una puntura dentro, come quando ci si graffia con una carta.

“Mi fa male qui,” disse, mettendo una mano sul petto.

La mamma gli prese la mano. “È normale. Si chiama tristezza. Non è pericolosa. È il modo che ha il nostro cuore per dire che qualcuno era importante.”

Luca annuì. Non era una risposta che chiudeva la porta. Era una risposta che apriva una stanza dove poteva stare anche quel dolore piccolo e grande insieme.

Capitolo 2: La casa della nonna e i simboli

La casa della nonna profumava di camomilla e di legno. La nonna Ada era seduta al tavolo con le mani intrecciate. Quando vide Luca, si alzò e lo abbracciò forte, ma senza stringere troppo.

“Ciao, tesoro,” sussurrò. “Sono contenta che tu sia qui.”

Luca sentì la guancia della nonna un po' umida. “Nonna… il nonno dov'è?”

La nonna inspirò e poi disse con calma: “È nella stanza accanto. Possiamo entrare insieme, se vuoi. E se non te la senti, va bene lo stesso.”

Luca guardò la porta. “Voglio… ma ho anche paura.”

La nonna gli accarezzò la schiena. “La paura è una guardia. A volte fa troppo rumore. Ma oggi possiamo parlarle e dirle: ‘Grazie, guardia. Andrà tutto bene.'”

Luca fece un mezzo sorriso. “Una guardia che fa rumore… come zio Carlo quando russa.”

La nonna fece una piccola risata, breve e gentile. “Esatto.”

Entrarono. Nella stanza c'era una luce morbida. Il nonno Pietro era disteso, con le mani raccolte sul petto. Sembrava addormentato, ma più fermo, come una statua di cera.

Luca si avvicinò piano. La nonna gli disse: “Puoi stare dove vuoi. Puoi parlare, oppure stare zitto.”

Luca guardò il volto del nonno. “Ciao, nonno,” disse piano. “Ho portato il razzo.”

Posò il foglio vicino alle mani. Poi tirò fuori una margherita avvolta in un fazzoletto. “E questo è un piccolo sole.”

La nonna annuì. “Grazie, Luca.”

Luca rimase un momento. Non succedeva nulla di spaventoso. Nessun rumore strano, nessuna magia. Solo silenzio e rispetto. Si accorse che il silenzio non era vuoto: era pieno di “ti ricordi?”

In cucina, arrivarono anche zia Marta e zio Carlo. Zio Carlo, che di solito parlava forte, oggi parlava piano.

“Ciao, Luca,” disse. “Vuoi un biscotto?”

“Non ho fame,” rispose Luca.

“Va bene,” disse zio Carlo. “Anche a me lo stomaco fa un po' lo sciopero.”

La zia Marta portò un vassoio con tazze. “Beviamo qualcosa di caldo,” disse. “Il caldo aiuta a respirare meglio.”

Luca si sedette. Sul tavolo c'era una candela bianca, spenta. Accanto, una foto del nonno che pescava e rideva.

“Perché c'è la candela?” chiese Luca.

La nonna rispose: “La accendiamo per ricordare. La fiamma è piccola, ma fa luce. Come i ricordi: non sono rumorosi, ma scaldano.”

“E la foto?” chiese.

“Così possiamo guardarlo come quando era vivo,” disse la nonna. “E dirci: ‘Ecco, questa è la sua faccia felice.'”

Luca osservò la foto. “Nonno rideva sempre quando il pesce scappava.”

Zio Carlo fece un gesto con la mano. “Diceva: ‘Anche i pesci hanno i loro piani!'”

La nonna sorrise con gli occhi, anche se la bocca tremava un po'. “Sì. Pietro rispettava gli animali e la natura. Diceva che ogni vita ha dignità.”

“Dignità?” Luca ripeté, cercando la parola.

La mamma spiegò: “Vuol dire che ogni persona merita rispetto. Anche quando è fragile. Anche quando è molto vecchia. Anche quando è morta.”

Luca guardò le sue mani. “Quindi non devo… fare scherzi in quella stanza.”

“Esatto,” disse papà. “Lì parliamo piano, ci muoviamo con cura. È un momento importante.”

Luca annuì. Si sentì come se avesse ricevuto un compito serio, ma possibile.

Più tardi, arrivò un signore con una camicia scura e una voce gentile. Si chiamava Marco e parlava con la nonna in salotto. Luca ascoltò da lontano.

“Domani ci sarà il funerale,” diceva Marco. “Ci saranno i fiori, la musica, e poi lo saluteremo.”

Luca si avvicinò alla mamma. “Cos'è un funerale?”

“È una cerimonia,” disse la mamma. “Un momento per dire addio insieme. Per ringraziare. Per piangere se serve. E per sentirci meno soli.”

Luca pensò. “E se io piango davanti a tutti?”

“Va bene,” disse la mamma. “Le lacrime non sono una vergogna. Sono un modo del corpo per far uscire un po' di tristezza.”

La nonna accese la candela. La fiamma tremò e poi diventò stabile.

Luca la guardò. E senza capire perché, gli venne in mente il nonno che diceva: “Le nuvole sono barche lente.”

In quel momento, Luca sentì che avrebbe voluto parlare col nonno ancora. Non solo ricordarlo. Proprio parlargli.

E quella sera, quando tornò a casa, mise la margherita in un bicchiere d'acqua sul davanzale. Accanto, lasciò il disegno del razzo.

“Buonanotte, nonno,” sussurrò. “Se mi senti… domani ti saluto bene.”

Capitolo 3: Il sogno lucido del razzo

Quella notte Luca andò a letto con il pigiama blu e il suo peluche, un cane di stoffa che si chiamava Bobo. La mamma rimase seduta accanto a lui.

“Vuoi che resti un po'?” chiese.

“Sì,” disse Luca. “Ma… ho paura di dimenticare il nonno.”

La mamma gli sistemò la coperta. “Non lo dimenticherai. Però i ricordi cambiano forma. Come la neve che diventa acqua. Non sparisce, si trasforma.”

Luca pensò alla margherita nel bicchiere. “E se sogno il nonno?”

“Se succede, sarà un sogno del tuo cuore,” disse la mamma. “E tu puoi ascoltarlo.”

Luca guardò il soffitto. “Io a volte so che sto sognando.”

La mamma alzò le sopracciglia. “Davvero?”

“Sì,” disse Luca con un tono quasi fiero. “È come… quando mi accorgo che posso scegliere. Posso dire: ‘Voglio una bici' e allora appare una bici.”

La mamma sorrise. “Allora sei un sognatore molto bravo. E ricordati: se qualcosa nel sogno ti spaventa, puoi cambiarlo. Puoi chiamarmi, oppure accendere una luce, anche se sei nel sogno.”

Luca sbadigliò. “Nel sogno posso accendere una luce?”

“Puoi provarci,” disse la mamma. “Le luci fanno bene.”

Quando la mamma uscì, Luca chiuse gli occhi. Sentì il respiro di casa, i rumori lontani, e poi tutto diventò morbido.

Si ritrovò in un prato, sotto un cielo chiaro. Davanti a lui c'era il suo razzo disegnato, ma grande come una casetta. La scia arancione sembrava fatta di stoffa.

Luca guardò le sue mani. “Sto sognando,” disse ad alta voce. E il prato non si offese, anzi, sembrò più verde.

Una voce familiare arrivò da dietro. “Ehi, comandante.”

Luca si girò. C'era il nonno Pietro. Non era sdraiato e fermo come nella stanza. Era in piedi, con il suo berretto e una giacca leggera. Sorrideva con gli occhi.

Luca sentì una felicità che faceva male, come un abbraccio troppo stretto. “Nonno!”

Corse e lo abbracciò. Il nonno lo abbracciò piano. Era caldo, come il sole della margherita.

“Ti ho portato il razzo,” disse Luca, confuso.

“L'ho visto,” disse il nonno. “Bel lavoro. Hai fatto i finestrini grandi, così si respira.”

Luca rise e poi gli si riempirono gli occhi. “Ma tu… sei morto.”

Il nonno annuì lentamente. “Sì. Il mio corpo ha finito il suo lavoro. È stato un corpo bravo, mi ha portato in giro per tanti anni.”

Luca abbassò lo sguardo. “E io sono triste.”

“Lo so,” disse il nonno. “La tristezza è amore che cerca un posto dove andare.”

Luca strinse il nonno più forte. “Io ti voglio ancora qui.”

“Anch'io vorrei poterti dare una mano con il puzzle, e guardare le nuvole,” disse il nonno. “Ma ora posso stare in un altro modo.”

“Che modo?” chiese Luca, con la voce piccola.

Il nonno indicò il razzo. “Vieni. Facciamo un giro e parliamo.”

Salirono nel razzo. Dentro era semplice: due sedili, una leva, e una scatola di fazzoletti. Luca la indicò. “Perché i fazzoletti?”

Il nonno fece spallucce. “Perché anche i comandanti piangono.”

Luca rise, e una lacrima gli scese sul naso. “Allora non sono l'unico.”

“No,” disse il nonno. “E non c'è niente di sbagliato.”

Il razzo si alzò senza rumore. Sotto di loro il prato diventò piccolo. Poi apparvero le nuvole, lente davvero, come barche.

“Le nuvole!” esclamò Luca.

“Te l'avevo detto,” disse il nonno.

Luca guardò in basso e vide la casa della nonna, la candela, la foto, i fiori. Non erano cose tristi: erano segni, come frecce che dicevano “qui c'è amore”.

“Domani c'è il funerale,” disse Luca. “Io… non so come si fa.”

Il nonno posò una mano sulla sua spalla. “Non devi fare nulla di perfetto. Devi solo essere vero. Se vuoi piangere, piangi. Se vuoi stare zitto, stai zitto. Se vuoi tenere la mano della nonna, tienila.”

Luca annuì. “E tu mi vedi?”

Il nonno sorrise. “Io non vedo come con gli occhi. Ma sento quando mi pensi con gentilezza. È come una campanella leggera.”

Luca si grattò la testa. “E tu dove sei, adesso?”

Il nonno guardò il cielo. “Io sono… dove finiscono le fatiche. Non è un posto con un indirizzo. È una pace. E tu sei ancora qui, e va benissimo così. La tua vita è importante. Vivi con dignità: rispetta te stesso, gli altri, e anche i tuoi sentimenti.”

Luca respirò. “Dignità… come hai detto a tavola.”

“Sì,” disse il nonno. “Anche quando sei triste, ti rispetti. Non ti prendi in giro. Non dici ‘non devo piangere'. Dici: ‘Sto piangendo perché ho amato'.”

Il razzo cominciò a scendere piano, come una foglia che non ha fretta. Luca sentì che il sogno stava cambiando.

“Devo andare?” chiese, allarmato.

“Per ora,” disse il nonno. “Ma non è un addio cattivo. È un ‘ci vediamo nei ricordi'. E poi… io sono nelle cose che ti ho insegnato. Quando sarai gentile. Quando aiuterai qualcuno. Quando guarderai una nuvola e sorriderai.”

Luca annuì forte. “Promesso.”

Il nonno gli fece un saluto militare buffo. “Comandante, missione: domani abbraccia la nonna e porta la margherita.”

Luca rise tra le lacrime. “Sì!”

Il prato tornò vicino. Il nonno si chinò e gli baciò la fronte. “Buon riposo, Luca.”

Luca chiuse gli occhi nel sogno, e quando li riaprì era nel suo letto. Bobo era sotto il braccio. La stanza era buia ma tranquilla, e il suo petto faceva un po' meno male.

Capitolo 4: Il saluto e il riposo dolce

Il giorno dopo, Luca si vestì con una camicia chiara e i pantaloni comodi. La mamma gli sistemò il colletto.

“Come ti senti?” chiese.

Luca esitò. “Triste… ma anche… un po' calmo.”

“Va bene,” disse la mamma. “Le emozioni possono stare insieme.”

Alla casa della nonna c'erano più persone. Parlottavano piano. Qualcuno abbracciava la nonna. Luca le si avvicinò e le prese la mano, come nel sogno.

La nonna strinse le sue dita. “Grazie, tesoro.”

Luca guardò la candela accesa. La fiamma era piccola e coraggiosa.

Arrivarono al luogo della cerimonia. C'erano fiori, sedie, e una musica leggera che sembrava un respiro. Luca camminava vicino a mamma e papà, e ogni tanto guardava la nonna per controllare se stava bene.

Zio Carlo si chinò verso di lui. “Se ti viene da piangere, io ho dei fazzoletti,” sussurrò.

Luca lo guardò sorpreso. “Anche tu?”

Zio Carlo alzò le spalle. “Anche io. Sono un tipo attrezzato.”

Luca fece una piccola risata. Gli sembrò bello che gli adulti potessero essere seri e anche un po' buffi, senza mancare di rispetto.

Durante la cerimonia, una signora parlò del nonno: delle sue mani che riparavano le sedie, del suo modo di ascoltare, del suo saluto sempre gentile al panettiere.

Poi papà si alzò e disse: “Mio padre diceva che la dignità è anche saper ringraziare. Noi oggi diciamo grazie.”

Luca ascoltò e sentì un nodo in gola. Le lacrime arrivarono, ma non furono una valanga. Furono due gocce, come pioggia leggera. La mamma gli passò un fazzoletto e gli baciò la testa.

Alla fine, la nonna mise vicino ai fiori la margherita di Luca. Lui aggiunse una cosa piccola: il disegno del razzo, piegato bene.

“Ciao, nonno,” sussurrò. “Missione fatta.”

Uscendo, l'aria fresca gli accarezzò il viso. Il cielo aveva nuvole lente. Luca le guardò e, senza capire come, sentì una specie di saluto dentro.

A casa della nonna, dopo, mangiarono qualcosa di semplice. La nonna disse: “Pietro avrebbe voluto che ci prendessimo cura di noi. Anche questo è rispetto.”

Luca aiutò a portare i bicchieri al lavandino. “Nonna, posso venire a sedermi con te vicino alla finestra, come faceva il nonno?”

La nonna si commosse e poi sorrise. “Sì, amore. La sedia è grande abbastanza per i ricordi e per il presente.”

Si sedettero. Fuori, un merlo saltellava. La nonna disse: “Vedi? La vita continua. Non per dimenticare, ma per andare avanti con gentilezza.”

Luca appoggiò la testa sulla spalla della nonna. “Io ho sognato il nonno.”

La nonna lo guardò con occhi lucidi. “Che bello. Cosa ti ha detto?”

Luca pensò alle parole giuste. “Mi ha detto che la tristezza è amore che cerca un posto. E che posso piangere con dignità.”

La nonna annuì. “È vero.”

La sera, a casa, Luca fece una cosa nuova: prese un quaderno e scrisse in stampatello: “COSE CHE IL NONNO MI HA INSEGNATO.” Sotto, con l'aiuto della mamma, scrisse tre frasi:

1) “Guardare le nuvole.”

2) “Essere gentile.”

3) “Dire grazie.”

Poi disegnò una margherita e un razzo piccolo.

Quando andò a letto, la mamma gli chiese: “Vuoi parlare ancora?”

Luca si infilò sotto le coperte. “Solo una cosa. Il nonno… non torna, vero?”

La mamma si sedette accanto a lui. “No, amore. Non torna come prima.”

Luca sentì la tristezza muoversi, ma non era più una pietra. Era una palla morbida.

“Ma io posso portarlo con me,” disse Luca.

“Sì,” disse la mamma. “Nei ricordi, nelle storie, nei gesti. Questo è un modo dignitoso di amare.”

Luca chiuse gli occhi. “Buonanotte, nonno. Buonanotte, nuvole-barche.”

La mamma spense la luce. Nella stanza rimase un buio gentile. Luca respirò piano, con Bobo stretto al petto. Pensò alla candela, alla margherita, e al razzo che scendeva lento.

Il suo cuore trovò un posto comodo per la tristezza e per l'amore, uno accanto all'altro. E, senza fretta, Luca scivolò in un riposo dolce.

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