Il quaderno delle parole
Nina aveva quasi cinque anni e andava alla scuola dell'infanzia con uno zainetto giallo. Le piacevano i puzzle, le merende con la banana e disegnare case con i tetti rossi. Ma, a volte, in cortile si sentiva un po' stretta nello stomaco, come quando la maglietta pizzica.
Nina faceva parte di una piccola banda di quattro: lei, Leo, Sara e Amir. Leo correva veloce e rideva forte. Sara aveva le trecce e portava spesso una molletta a forma di stella. Amir amava costruire piste per le biglie con i bastoncini. In classe stavano bene insieme.
Quel giorno, dopo la canzoncina del buongiorno, la maestra Giulia disse: “Oggi, se il tempo regge, andiamo in cortile. Ricordate: mani gentili e parole gentili.”
In cortile c'era il grande tetto del preau, che faceva ombra, e dietro il preau un angolo con due panchine e un muro dipinto di blu. Lì si sentivano meno le grida e più il fruscio delle foglie.
Nina andò con gli altri dietro il preau per giocare al “negozio”. Leo faceva il venditore, Sara la cliente e Amir preparava le “monete” con i tappi. Nina aveva una scatolina di cartone che diventava un cestino.
A un certo punto passò Tommi, un bambino della sezione accanto. Non era cattivo tutto il tempo, ma a volte diceva cose che pizzicavano più di una maglietta.
Guardò Nina e disse, con una risatina: “Che orecchie grandi. Sembri un coniglio.”
Nina rimase ferma. Non voleva piangere. Si sentì calda in faccia. Leo abbassò gli occhi. Sara strinse la scatolina. Amir si girò, come se cercasse un sasso interessante.
Tommi se ne andò correndo. Il gioco del negozio sembrò più piccolo.
Nina pensò: “Quella è una parola che fa male.” Non sapeva bene cosa farne. Allora, quando rientrarono in classe, prese un quadernetto con la copertina verde che usava per i disegni. In un angolo, piano, fece un segno e scrisse come poteva, con lettere grandi e un po' storte: “coniglio”.
Non era un elenco per arrabbiarsi. Era un modo per capire. Nina lo guardò e sussurrò: “Non mi piace.”
Dietro il preau
Il giorno dopo, il cielo era chiaro e il cortile profumava di terra. La maestra Giulia stava vicino alla porta. “Se avete un problema, venite da me,” ricordò.
Nina si sentiva meglio con Leo, Sara e Amir. Andarono di nuovo dietro il preau. Amir aveva trovato un rametto a forma di Y e voleva farne una fionda finta, solo per gioco, senza tirare niente. Sara disse: “Facciamo una gara di foglie: quale vola più lontano?”
Nina sorrise. L'angolo dietro il preau sembrava un posto segreto.
Poi arrivarono Tommi e un altro bambino, Pietro. Non si fermarono a giocare. Guardarono e parlarono forte apposta.
Tommi disse: “Nina è lenta. Sempre lenta.”
Pietro rise, ma era una risata corta, come se non fosse sicuro.
Nina sentì di nuovo quel pizzico. Lenta. Le venne voglia di nascondersi dietro la panchina. Leo guardò Tommi e aprì la bocca, ma non uscì niente. Sara si avvicinò a Nina e le prese piano la mano. Amir fece un passo avanti e poi uno indietro.
Tommi continuò: “E poi fa quei disegni da bebè.”
Questa volta Nina respirò forte. Nel suo cuore c'era una piccola luce che diceva: “Non è giusto.”
Sara sussurrò: “Non mi piace quando dici così.”
Tommi alzò le spalle. “Sto scherzando.”
Nina ricordò le parole della maestra: parole gentili. E ricordò anche che, quando una cosa fa male, non è un gioco.
Quando suonò la campanella per rientrare, Nina toccò il quaderno verde nello zainetto. In classe, mentre gli altri coloravano, aggiunse un'altra parola al suo angolo: “lenta”. Poi un'altra: “bebè”.
Le guardò tutte e tre. Sembravano piccole, ma facevano rumore nella testa.
Amir le chiese: “Che fai?”
Nina esitò. Poi disse piano: “Segno le parole che mi fanno male. Così… capisco.”
Leo si avvicinò. “Anche a me quando mi dicono ‘nano' non piace,” confessò.
Sara annuì. “A me ‘piagnona'.”
Amir disse: “Io non so cosa dire quando succede.”
Nina sentì una cosa nuova: non era sola.
“Allora,” disse Sara, “lo diciamo a qualcuno grande?”
Nina strinse il quaderno. Aveva paura, ma anche un po' di coraggio, come una coperta calda.
Parole forti e mani amiche
Dopo la merenda, Nina andò dalla maestra Giulia con il quaderno verde. Leo, Sara e Amir le camminavano vicino, come quattro anatroccoli in fila.
La maestra si abbassò all'altezza di Nina. “Ciao. Che succede?”
Nina aprì il quaderno e indicò le parole. “Queste… mi fanno male quando le dicono. Succede in cortile, dietro il preau.”
La maestra guardò le parole e poi guardò Nina negli occhi. La sua voce era calma. “Hai fatto bene a parlarne. Queste sono parole che feriscono. E quando qualcuno ripete parole che feriscono, si chiama prepotenza. Non è uno scherzo.”
Nina sentì un sospiro uscire da sola.
La maestra Giulia chiese: “Chi le dice? E chi c'era?”
Nina non voleva fare la “spia”, ma la maestra spiegò: “Dire la verità per farsi aiutare non è fare la spia. È proteggersi.”
Allora Nina disse i nomi. E disse anche: “Leo e Sara e Amir erano lì.”
La maestra annuì. “Anche i testimoni hanno un ruolo importante. Possono dire ‘stop', possono stare vicini, e soprattutto possono chiamare un adulto.”
Leo alzò la mano: “Io ieri non ho detto niente… mi è venuta la paura.”
“È normale,” disse la maestra. “La paura arriva. Ma possiamo imparare frasi semplici. Tipo: ‘Non si dice.' ‘Non è un gioco.' ‘Lascia stare.' E poi venite da me.”
Più tardi, in cortile, la maestra Giulia si mise vicino al preau, senza fare troppo rumore. Quando Tommi passò, la maestra lo chiamò con gentilezza: “Tommi, vieni un attimo.”
Nina rimase con Sara e Amir. Leo le stava accanto. Nina vedeva da lontano Tommi che parlava con la maestra. Non sembrava un film cattivo. Sembrava una cosa vera: un adulto che ascolta e mette regole.
Dopo un po', la maestra chiamò anche Pietro. Poi tornò da Nina e dagli altri. “Abbiamo parlato. Adesso facciamo una cosa insieme.”
Tommi arrivò con le mani dietro la schiena. Non guardava per terra, ma neanche rideva. Disse piano: “Mi dispiace. Ho detto parole brutte. Non lo faccio più.”
Nina sentì che il cuore batteva forte. Non doveva per forza perdonare subito. Poteva solo respirare.
La maestra chiese a Tommi: “Sai cosa puoi dire invece?”
Tommi pensò. “Posso dire… ‘vuoi giocare con noi?'”
Sara aggiunse: “E se non ti piace un gioco, puoi dire ‘preferisco un altro gioco', senza prendere in giro.”
Amir disse: “Se qualcuno è lento, si può aspettare.”
Leo disse, con voce più sicura: “E se qualcuno dice una parola cattiva, noi diciamo ‘stop' e andiamo dalla maestra.”
Pietro fece un passo avanti. “Io… ho riso. Non dovevo. Posso stare con voi oggi?”
Nina guardò il quaderno verde nello zaino. Le parole scritte c'erano ancora, ma adesso non erano sole. Accanto, nella sua testa, c'erano anche parole nuove: aiuto, insieme, stop.
“Va bene,” disse Nina. “Possiamo provare.”
Un cortile più grande
Nei giorni seguenti, il cortile sembrò più grande, come se ci fosse più aria. Dietro il preau, la banda di quattro continuò a giocare. A volte si univa anche Pietro. Tommi ogni tanto passava e chiedeva: “Posso?” Non sempre Nina diceva sì, ma spesso diceva: “Sì, se usi parole gentili.”
Una volta Tommi dimenticò e disse: “Che disegno strano.” Poi si fermò, come se avesse visto un cartello. “Scusa. Volevo dire: che colori hai usato? Mi piacciono.”
Nina sorrise un pochino. Era un piccolo cambiamento, ma vero.
La maestra Giulia fece anche un cerchio in classe. Ognuno disse una frase gentile da usare. Leo scelse: “Giochiamo insieme?” Sara: “Ti aiuto.” Amir: “Facciamo a turno.” Nina: “Non mi piace. Basta.”
La sera, prima di dormire, Nina aprì il quaderno verde. Guardò le parole che avevano fatto male. Poi, sotto, scrisse con cura, lentamente, altre parole: “mi aiuti?” e “sto con te” e “stop”.
Chiuse il quaderno e lo appoggiò sul comodino. Sentì che, se una parola brutta tornava, lei avrebbe potuto riconoscerla. E avrebbe potuto parlarne.
Nel buio morbido della stanza, Nina pensò al cortile e alle panchine dietro il preau. Non era perfetto. Ma adesso c'erano occhi amici, mani vicine, e una maestra pronta ad ascoltare.
E Nina si addormentò con un pensiero semplice e caldo: quando le parole fanno male, non bisogna tenerle in tasca. Meglio metterle alla luce, insieme agli altri, perché insieme si diventa più forti.