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Conte africano 11/12 anni Lettura 14 min.

Il patto del fiume e la prova del baobab

Kofi, insieme ad Awa e Malik, parte per scoprire perché il fiume si è fermato e incontra uno spirito del legno che chiede prove di rispetto e solidarietà; il villaggio dovrà ascoltare, cambiare abitudini e agire unito.

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Kofi, uomo adulto dalle spalle larghe e volto rotondo, calma e determinazione negli occhi, pelle abbronzata e capelli corti, si inginocchia e posa delicatamente una piccola ciotola di terracotta piena d'acqua su pietre fangose; Awa, adolescente magra e vivace con capelli intrecciati, sorride maliziosa e tiene una foglia per coprire la ciotola, leggermente dietro a destra di Kofi; Malik, giovane uomo tozzo e ridente dalla pelle scura, tiene una corda appoggiato a un grosso tronco a sinistra, pronto ad aiutare; Sékou, spirito del bosco, creatura non umana di corteccia, rami e muschio con occhi lucenti di resina, si erge sopra la diga di rami come guardiano, una mano di rami tesa verso il gruppo; luogo: riva di un piccolo fiume con diga di rami e fango in primo piano, erbe alte e un grande baobab sullo sfondo, cielo aranciato di fine pomeriggio; situazione: momento solenne e carico di speranza — Kofi offre la ciotola per mostrare rispetto, Sékou inizia ad allentare la diga e l'acqua riprende a scorrere piano, con lievi schizzi e luce dorata sui volti. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il villaggio alla fine della pista

Alla fine della pista, dove la polvere si appoggia alle caviglie come farina calda, c'era un piccolo villaggio di capanne e tetti di paglia. Il vento passava tra gli alberi come un tamburo lontano: bum… bum… e pareva chiamare i nomi di tutti.

Lì viveva Kofi, un uomo adulto dalle spalle larghe e dal passo quieto. Non era un guerriero famoso né un cacciatore leggendario. Era uno che ascoltava. E il suo desiderio, più limpido dell'acqua nel secchio appena tirato dal pozzo, era uno solo: ascoltare gli anziani.

La sera, quando il sole diventava una moneta rossa e scivolava dietro le colline, gli anziani sedevano sotto il grande baobab. Il baobab era un vecchio re: panciuto, rugoso, e pieno di storie nelle crepe della corteccia.

Kofi si avvicinava piano, come si entra in una capanna dove dorme un neonato. Portava sempre qualcosa: un po' di miglio, una zucca d'acqua, o anche solo un sorriso.

—Kofi, —diceva nonna Adama, che aveva occhi piccoli e brillanti come semi di kola— vieni a mettere l'orecchio vicino alla parola.

—Io ci metto anche il cuore, —rispondeva lui, e i giovani ridevano piano, perché Kofi parlava serio ma con una gentilezza che faceva venire voglia di ridere.

Quella notte, il griot del villaggio, zio Bemba, tamburellò sulle ginocchia e disse:

—Ascolta, Kofi. La parola degli anziani è una zucca: se la tieni stretta, ti disseta; se la lasci cadere, si rompe e rimani con la sete.

Kofi annuì. Dentro di lui, il desiderio si fece più grande, come una luna che cresce notte dopo notte.

Capitolo 2: Il fiume che parlava a metà

Il giorno dopo, il villaggio si svegliò con un silenzio strano. Gli uccelli cantavano, sì, ma l'acqua… l'acqua del fiume era scesa. Il fiume, che di solito rideva tra le pietre, quella mattina sembrava borbottare soltanto metà frase.

Le donne tornarono con le brocche mezze vuote. I bambini portarono secchi leggeri come tamburi senza pelle.

—Il fiume è diventato avaro? —scherzò un ragazzo.

—No, —disse Kofi, serio— quando l'acqua si ritira, è perché qualcosa la sta trattenendo.

Sotto il baobab, gli anziani fecero cerchio. Zio Bemba si schiarì la gola, e la sua voce uscì lenta e musicale:

—C'è una diga di rami a monte. Qualcuno, o qualcosa, ha chiuso la bocca al fiume.

—Andiamo a vedere, —propose Kofi. Il suo tono era calmo, ma dentro aveva una fiamma ordinata, come quella di una lampada.

Nonna Adama lo fissò e disse:

—Va', ma non andare da solo. La pista è lunga e la sete è una cattiva compagna.

Kofi guardò i giovani che spingevano per partire, ognuno con il proprio orgoglio in tasca. Poi guardò i più piccoli, e le donne, e gli anziani. Il villaggio era un cesto: se un filo si rompe, tutto si sfilaccia.

—Non partirò da solo, —disse— ma non partirò nemmeno con chi vuole solo correre. Partirò con chi vuole ascoltare.

Si fece avanti Awa, una ragazza rapida di lingua e di piedi:

—Io ascolto, Kofi. Anche quando non mi conviene.

E poi Malik, che era bravo a ridere e a portare pesi:

—Io ascolto… soprattutto quando qualcuno mi dice di non mangiare tutta la manioca.

Risero. La risata, come un uccello, alleggerì la paura.

Partirono in tre, con una corda, un machete, una zucca d'acqua e una cesta di arachidi. E lungo la pista, Kofi ripeteva piano un proverbio che zio Bemba gli aveva insegnato:

“Un solo dito non lava il viso.” Un solo dito non lava il viso.

Capitolo 3: La diga e lo spirito del legno

La pista diventò stretta. L'erba alta faceva fruscii come sussurri. Ogni tanto, una lucertola scappava via come una freccia verde.

Quando arrivarono al punto dove il fiume doveva cantare forte, lo trovarono strozzato da una massa di rami, foglie e fango. Sembrava una sciarpa annodata intorno al collo dell'acqua.

Awa mise le mani sui fianchi:

—Chi ha fatto questo? Un ippopotamo con troppo tempo libero?

Malik annusò l'aria:

—Oppure un coccodrillo architetto.

Kofi non rise subito. Si accovacciò, toccò il legno, ascoltò. Sì, ascoltò proprio: come se il legno avesse una voce sottile.

All'improvviso, dal groviglio uscì un suono: craaak… come un vecchio che si stira.

—Non tagliate, —disse una voce roca, ma non cattiva— non tagliate senza chiedere.

Awa fece un passo indietro:

—Chi parla?

Una figura si disegnò tra le ombre dei rami: non era un uomo, non era un animale. Era come un intreccio di corteccia e foglie con occhi lucidi di resina. Uno spirito del legno, amico del bosco, guardiano delle piccole cose.

—Io sono Sékou, —disse la creatura— e questa diga l'ho fatta io. Per fermare il fiume, sì. Perché a valle qualcuno spreca l'acqua. L'acqua è vita. E la vita non è un gioco.

Malik si grattò la testa:

—Noi… beviamo. Cuciniamo. Laviamo. Anche i capretti hanno sete.

—Eppure, —disse Sékou— ho visto secchi rovesciati per ridere, ho visto giochi dove l'acqua veniva buttata come fosse polvere. Ho sentito canzoni di scherno contro la sete.

Kofi si alzò lentamente. La sua calma era un tappeto steso a terra: invitava a camminare senza inciampare.

—Sékou, guardiano del legno, io non sono venuto a combattere. Sono venuto ad ascoltare. Gli anziani dicono che la rabbia è un fuoco: scalda se lo tieni nel braciere, brucia se lo lanci nel granaio.

Sékou inclinò la testa:

—Parole buone. Ma parole non riempiono le brocche.

—Allora facciamo così, —propose Kofi— tu sciogli la diga un poco, così il fiume respira. Noi torniamo al villaggio e insegniamo a rispettare l'acqua. E se non manteniamo, tu potrai richiudere la bocca del fiume. Ma se manteniamo… tu ci aiuterai a capire come condividere meglio.

Awa sussurrò:

—Kofi, stai trattando con un mucchio di rami che parla.

—E tu stai sussurrando a un uomo che ascolta, —rispose lui, e Malik scoppiò a ridere.

Sékou rimase in silenzio, come fa la foresta quando decide. Poi disse:

—Vi darò una prova. Non basta promettere. Portatemi domani, qui, tre cose: una ciotola piena d'acqua portata senza sprecarne una goccia, una storia vera degli anziani, e un gesto di solidarietà fatto dal villaggio. Se lo farete, la diga si aprirà.

Kofi chinò la testa:

—Accettiamo.

Capitolo 4: La ciotola, la storia e il gesto

Tornarono al villaggio con il sole che già piegava le ginocchia. Sotto il baobab, gli anziani ascoltarono il racconto. I bambini si strinsero, come polli sotto l'ala della madre.

Zio Bemba batté le mani una volta:

—Uno spirito che chiede una storia? Ah! Anche gli spiriti hanno fame di parole.

Nonna Adama però guardò Kofi con serietà:

—La prova più difficile non è la ciotola. Non è la storia. È il gesto. Perché la solidarietà non si dice: si fa.

Kofi convocò il villaggio. Parlò semplice:

—Domani dobbiamo portare acqua senza sprecarla. Dobbiamo portare una storia degli anziani. E dobbiamo mostrare che sappiamo essere un unico cesto.

Un uomo giovane, Tano, sbuffò:

—Io non ho tempo per le prove degli spiriti. Io devo coltivare.

Una donna rispose, con un sorriso tagliente ma non cattivo:

—Se il fiume muore, coltiverai polvere.

Risero alcuni, ma la risata si spense presto.

Allora Kofi fece una cosa inattesa. Andò nella capanna di Tano con Malik e Awa. Portarono due giare d'acqua del loro poco, e una porzione di arachidi.

—Tano, —disse Kofi— oggi noi ti aiutiamo nel campo. Tu domani aiuterai noi con la prova.

Tano li guardò, come si guarda un nodo difficile. Poi sospirò:

—Va bene. Ma se mi rubate le arachidi, vi inseguo fino al deserto.

—Impossibile, —disse Malik— il deserto mi fa sudare, e io sudo solo quando c'è una festa.

L'indomani, il villaggio si mosse come un unico animale grande e gentile. I ragazzi portarono foglie larghe per coprire le ciotole, così l'acqua non ballava fuori. Le donne legarono i contenitori con stoffe, come si fascierebbe un bimbo. I più piccoli camminavano piano, con la lingua tra i denti per la concentrazione.

La ciotola d'acqua di Kofi era piena, e sopra galleggiava una piccola foglia, come una barca.

Per la storia, zio Bemba venne con loro. Camminava appoggiandosi a un bastone, ma la sua voce correva più veloce di tutti.

E il gesto di solidarietà? Il gesto era visibile: nessuno andava avanti da solo. Quando un bambino inciampò, tre mani lo sollevarono. Quando una donna sentì il peso, Malik le prese la giara senza vantarsi. Quando Tano scivolò nel fango, Awa gli tese una mano e disse:

—Non dirlo a nessuno, o penseranno che sono gentile.

—Non lo dirò, —rispose Tano— lo canterò.

Capitolo 5: Il patto sotto le foglie

Arrivarono alla diga. Sékou li aspettava, immobile, ma i suoi occhi di resina brillavano.

Kofi posò la ciotola. L'acqua tremò appena, ma non una goccia scappò.

Zio Bemba si sedette su una pietra e iniziò la storia, con quel ritmo che sembra un cammino:

—C'era una volta un villaggio che litigava per una capra. Una capra, una capra! E mentre litigavano, il leone rubò tutte le galline…

I bambini si misero a ridere, e anche Sékou fece un suono come foglie mosse dal vento. La storia parlava di come il villaggio, unito, avesse poi costruito un recinto insieme e condiviso il lavoro. “Perché la capra è di uno, ma la notte è di tutti”, diceva il proverbio della storia.

Poi Kofi fece un passo avanti:

—Ecco il gesto, Sékou. Non siamo venuti come tre persone. Siamo venuti come villaggio. Abbiamo imparato che l'acqua non è un giocattolo e che la sete non si prende in giro.

Sékou guardò a lungo. Poi disse:

—Avete ascoltato. E chi ascolta diventa più grande senza alzarsi in punta di piedi.

Con un gesto lento, lo spirito sciolse parte della diga. I rami si mossero come una porta che si apre. Il fiume riprese a correre, prima piano, poi con un canto più chiaro.

—Ma ricordate, —aggiunse Sékou— la solidarietà non è una corda che si usa una volta. È una corda che si intreccia ogni giorno.

Awa domandò:

—E tu, Sékou, tornerai a chiudere tutto se qualcuno spreca?

Sékou sembrò sorridere:

—Io preferisco aprire. Ma la foresta insegna: se una mano taglia senza pensare, l'altra mano deve medicare.

Kofi fece un inchino:

—Allora insegniamo al villaggio a non ferire.

Sulla via del ritorno, il fiume cantava più forte, e pareva dire: “insieme, insieme, insieme”.

Capitolo 6: Il domani nel secchio

Quella sera, sotto il baobab, gli anziani ascoltarono il resoconto e annuirono come palme che salutano il vento.

Nonna Adama prese la parola:

—Kofi ha fatto ciò che un adulto deve fare: non ha corso più veloce degli altri, ha camminato al ritmo di tutti. Questa è la vera forza.

Tano, che di solito parlava poco, disse:

—Io ho capito una cosa. Quando spreco acqua, è come se bucassi il tetto della mia stessa capanna. La pioggia poi entra su tutti.

Malik aggiunse:

—E io ho capito che le arachidi… —si interruppe, vedendo lo sguardo di Awa— va bene, ho capito anche che non si ride della sete.

Awa fece spallucce:

—Io ho capito che posso essere gentile senza perdere la mia lingua veloce.

Risero. Il griot batté piano le mani e intonò un ritornello semplice, che tutti ripeterono:

—Un solo dito non lava il viso.

—Un solo dito non lava il viso.

Poi Kofi si sedette vicino agli anziani, come aveva sempre sognato. Ascoltò ancora: storie di stagioni dure, di raccolti condivisi, di litigi risolti con una zucca di latte e una risata. Ogni parola era un seme, e Kofi sentiva la terra dentro di sé diventare più morbida.

Quando la notte stese il suo grande mantello blu, Kofi uscì un momento dalla capanna. Guardò le stelle: sembravano fori di luce in una zucca gigante. Sentì il fiume lontano, vivo.

Pensò: “Domani insegneremo ai bambini a portare l'acqua senza sprecarla. Domani faremo turni per pulire il sentiero del pozzo. Domani, quando qualcuno cadrà, ci sarà sempre una mano pronta.”

E in quel pensiero, il domani non era una cosa lontana e spaventosa. Era un secchio pieno, tenuto con due mani. Era un cammino fatto insieme, passo dopo passo, fino alla fine della pista e anche oltre.

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