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Storia sull'ecologia 11/12 anni Lettura 18 min.

Il patto dei cinque minuti e il ruscello che ride

Arianna, una ragazza curiosa, scopre durante una gita al parco l'importanza dell'acqua e, con le amiche, decide di mettere in pratica piccoli gesti quotidiani per prenderesi cura dell'ambiente.

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Ci sono tre ragazze di circa 11 anni: al centro una bionda castano chiaro con coda di cavallo e lentiggini, accovacciata e che raccoglie una piccola bottiglia di plastica; a sinistra una ragazza dalla pelle olivastra con capelli neri lunghi sotto un berretto verde, sorridente, porge una borraccia d'acciaio lucida; a destra una bionda con capelli a caschetto e occhiali tondi tiene un piccolo timer da cucina rosso come sfida. Siamo su un sentiero forestale luminoso con terra battuta, un ruscello argentato a sinistra, felci e un cartello di legno “Zona di rispetto” a destra, e sullo sfondo una valle verde e cielo blu con nuvole. Le ragazze partecipano a un'azione ecologica: raccolgono rifiuti vicino al ruscello e si scambiano una borraccia e un timer per promuovere docce più brevi; scena dinamica, colori saturi, atmosfera ottimista. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1

Arianna aveva quasi undici anni e una curiosità che faceva rumore, come le monetine in tasca quando corri. Quel sabato mattina si era svegliata con l'idea di sistemare la sua stanza “in dieci minuti”, che nella sua testa voleva dire “prima di pranzo”.

Sul letto c'era lo zaino per l'uscita al Parco Naturale Regionale della Valle Verde. La scuola aveva organizzato una passeggiata speciale con una guida, e Arianna ci andava insieme alle sue due migliori amiche: Giulia e Samira, anche loro quasi undicenni.

Giulia bussò al citofono con il dito impaziente. — Ari! Sei pronta o stai ancora litigando con i calzini?

Arianna aprì la porta ridendo. — Non litigano, si nascondono. È diverso.

Samira, con un cappellino verde oliva e una borraccia piena d'acqua, le porse un foglietto piegato in quattro. — Ho fatto una lista di cose da non dimenticare: merenda, cappello, crema solare, sacchetto per i rifiuti… e buon umore.

— Il mio buon umore è già in tasca — disse Arianna, frugando. — Però ho dimenticato i fazzoletti.

Mentre camminavano verso la fermata del pullman, l'aria sapeva di pane appena sfornato e di tigli. Arianna sentiva quella specie di elettricità che arriva prima di un'avventura, anche se l'avventura era “solo” una passeggiata.

Sul pullman, la professoressa Rinaldi contò le presenze, poi annunciò: — Oggi non andiamo solo a vedere. Oggi impariamo a prenderci cura. Con gesti veri, di quelli che potete fare anche a casa.

Giulia fece una smorfia simpatica. — Tipo… non buttare i compiti nel bidone?

— Tipo usare meglio l'acqua — rispose la prof. — E rispettare gli animali. E non lasciare tracce.

Samira si voltò verso Arianna. — L'acqua mi interessa. A casa mia mio padre dice sempre: “Ogni goccia è un viaggio”.

Arianna alzò le spalle. — Io faccio docce velocissime. Cioè… quasi.

Giulia la guardò con occhi furbi. — “Quasi” vuol dire che canti tre canzoni intere?

Arianna arrossì. — Dipende dal ritornello.

Fuori dal finestrino, la città lasciava posto ai campi. Le strade diventavano più strette, e il cielo sembrava più grande. Arianna si appoggiò al vetro: per un attimo immaginò la Terra come una casa enorme, con tantissime stanze. E pensò che, a volte, lei lasciava il rubinetto aperto come se la casa avesse acqua infinita.

Capitolo 2

Al Parco Naturale Regionale della Valle Verde l'aria era diversa: fresca, con un profumo di resina e foglie bagnate, anche se non pioveva. Gli alberi facevano ombra come grandi ombrelli, e il sentiero era punteggiato di pietre chiare che brillavano.

La guida si chiamava Marta e portava un binocolo al collo. — Benvenute. Oggi cammineremo piano, perché qui non si corre: qui si ascolta.

— Anche i sassi? — chiese Giulia.

Marta sorrise. — Anche i sassi, se stai abbastanza in silenzio.

Dopo pochi minuti, trovarono una piccola radura con un cartello: “Zona di rispetto: non uscire dal sentiero”. Arianna notò che sotto al cartello c'era una bottiglietta di plastica abbandonata, un po' schiacciata. Le venne un fastidio sottile, come quando trovi briciole nel letto.

Samira la raccolse senza dire niente e la infilò nel sacchetto.

Arianna si sentì un po' in ritardo. — Dovevi farmelo fare a me.

— Lo puoi fare la prossima volta — rispose Samira. — Il bello è che la prossima volta c'è sempre.

Più avanti, Marta si fermò vicino a un ruscello. L'acqua correva veloce tra pietre lisce, facendo un suono allegro, come risate piccole.

— Questo ruscello sembra infinito — disse Arianna.

— Sembra — ripeté Marta. Poi indicò il letto del ruscello, dove alcune pietre erano scoperte. — In estate, a volte, il livello si abbassa molto. Per questo è importante non sprecare acqua anche quando non ce ne accorgiamo.

Giulia guardò l'acqua con aria pensierosa. — Ma la nostra doccia cosa c'entra con questo? L'acqua mica viene da qui.

Marta annuì. — Arriva da altre parti, ma l'acqua dolce è una risorsa limitata ovunque. E per portarla nelle nostre case servono energia, tubi, impianti. Ogni minuto in più sotto la doccia è acqua che deve essere presa, pulita, riscaldata, trasportata.

Samira fece un fischio piano. — Quindi anche l'acqua calda costa “natura”.

— Esatto — disse Marta. — E c'è un gesto semplice che cambia tanto: accorciare la doccia.

Arianna si sentì pizzicare la coscienza. Le tornarono in mente le sue docce con la musica alta, il vapore che appannava lo specchio, il tempo che scivolava via senza che lei lo contasse.

Giulia la guardò di lato. — Ari, stai facendo quella faccia da “oddio ho lasciato il forno acceso”.

— Sto solo… pensando — borbottò Arianna.

Marta continuò: — Non serve diventare perfette. Serve diventare attente.

Prima di ripartire, Marta propose un gioco: — Ognuna scelga un dettaglio della natura e lo “adotti” con lo sguardo per cinque minuti. Senza parlare. Solo osservare.

Arianna scelse una foglia di felce. Era arrotolata in un ricciolo verde, come un piccolo pugno che si stava aprendo. Sembrava dire: “Sto imparando anche io”.

Capitolo 3

A metà percorso, arrivarono a un'area picnic con tavoli di legno. La classe si sedette. Le merende uscirono dagli zaini come piccoli tesori: panini, frutta, biscotti.

Arianna tirò fuori una confezione di succo con la cannuccia e si bloccò. La confezione era comoda, ma improvvisamente le sembrò rumorosa: troppo imballaggio per troppo poco.

Samira notò l'esitazione. — Ti va un sorso dalla mia borraccia? Ho limone e menta.

Arianna bevve. L'acqua era fresca e profumata. — Buonissima.

— Lo vedi? — disse Samira. — Anche le cose semplici possono sembrare speciali.

Giulia addentò una mela. — Io però non capisco come faccio a fare una doccia più corta. Quando sono sotto, mi dimentico del tempo.

— Io canto — confessò Arianna, e poi si affrettò a precisare: — Cioè… non perché voglio sprecare. È che mi rilassa.

Samira infilò una mano in tasca e tirò fuori un piccolo timer da cucina, di quelli rotondi. — Mia madre lo usa per il tè. Potresti usarlo per la doccia. Cinque minuti.

Giulia si mise a ridere. — Immagina la scena: “Ding!” e tu sei ancora tutta insaponata.

— Allora impari a insaponarti più in fretta — disse Samira con calma. — Oppure fai “stop acqua” mentre ti insaponi e la riapri per sciacquarti.

Arianna spalancò gli occhi. — Si può fare?

— Certo — intervenne la professoressa Rinaldi, che aveva ascoltato. — Io lo faccio sempre. E vi dico una cosa: all'inizio sembra strano, poi diventa normale. Come allacciare le scarpe.

Arianna immaginò la sua doccia: lei con lo shampoo in testa, la musica, il getto che scorre anche quando non serve. Sentì un po' di vergogna, ma anche una scintilla: se era una cosa semplice, poteva provarci.

Giulia la fissò. — Facciamo un patto?

— Che patto? — chiese Arianna.

— Per una settimana, docce da cinque minuti. E ci raccontiamo com'è andata.

Samira aggiunse: — E se sgarri, niente tragedie. Solo ci riprovi.

Arianna annuì. — Va bene. Però posso cantare una canzone corta.

Giulia fece finta di essere severa. — Solo se è una canzone da due minuti. Niente versioni lunghe.

Dopo la merenda, Marta li portò in un punto panoramico. Da lì si vedeva la valle: un tappeto di verdi diversi, con un nastro argentato di fiume in mezzo.

— Ogni casa in quella valle — disse Marta — usa acqua ogni giorno. Pensate se ognuna risparmiasse anche solo un po'. Sarebbe come restituire al fiume una parte del suo respiro.

Arianna inspirò profondamente. L'aria le riempì i polmoni come una bevanda fresca. Le sembrò un dono. E i doni, pensò, non si sprecano.

Capitolo 4

Tornata a casa, Arianna appoggiò lo zaino in corridoio. La madre stava tagliando verdure in cucina, e l'odore di cipolla dolce e pomodoro riempiva l'aria.

— Com'è andata? — chiese.

Arianna si sedette sullo sgabello. — Abbiamo visto un ruscello. Sembrava ridere. E abbiamo parlato dell'acqua… del fatto che non è infinita.

La madre annuì, sorpresa e contenta. — È vero.

Arianna inspirò. — Posso provare a fare docce più corte? Tipo con un timer.

La madre la guardò come se le avesse appena detto di voler imparare a volare. — Certo. Ti aiuto.

— Però non voglio che diventi una guerra — disse Arianna in fretta. — Se sbaglio, non urlare “sprecona!”

— Promesso — rispose la madre. — Possiamo farne un gioco.

Quella sera Arianna entrò in bagno con il timer di Samira appoggiato sul lavandino. Lo caricò fino a cinque minuti. Il ticchettio sembrava una coccinella che camminava su un foglio.

Aprì l'acqua. Il getto caldo le fece venire voglia di restare lì per sempre.

— Cinque minuti — sussurrò a se stessa. — Ce la fai.

Si bagnò, chiuse l'acqua. Silenzio. Quel silenzio le parve strano, come una stanza senza musica. Si insaponò in fretta, ridendo da sola: era come fare una prova di velocità, ma senza ansia. Poi riaprì l'acqua per sciacquarsi.

Il timer continuava a correre. Arianna prese lo shampoo e, per non perdere tempo, cantò sottovoce un ritornello cortissimo.

Quando sentì il “ding”, aveva appena finito. Spense l'acqua e rimase un secondo immobile, sorpresa.

— Ho vinto? — disse al suo riflesso appannato.

Il riflesso, naturalmente, non rispose. Ma Arianna si sentì più leggera, come se avesse lasciato andare un peso invisibile.

A cena, raccontò tutto.

— Cinque minuti precisi — annunciò, sollevando la forchetta come un trofeo.

Il padre sorrise. — Brava. Sai quanta energia risparmi anche per scaldare l'acqua?

— Lo so — disse Arianna, felice di poterlo dire. — Non è solo la doccia. È tutto il viaggio dell'acqua.

La settimana però non fu perfetta. Un giorno, dopo l'allenamento, Arianna era stanca e infangata. Si mise sotto la doccia e il calore la avvolse come una coperta. Dimenticò il timer. Quando uscì, si accorse che erano passati… parecchi minuti.

Si guardò allo specchio e fece una faccia drammatica. — Tradimento acquatico.

In camera, prese il telefono per scrivere a Giulia e Samira. Poi esitò. Dire la verità faceva un po' paura. Ma il patto era un patto.

Scrisse: “Oggi ho sforato. Mi sono dimenticata. Domani riparto.”

Giulia rispose subito: “Io ieri ho cantato una versione lunga. Siamo pari.”

Samira: “Brave per averlo detto. Ripartire è il gesto più ecologico di tutti: non buttare via l'impegno.”

Arianna sorrise. Il mondo, pensò, non chiede perfezione. Chiede costanza.

Capitolo 5

Il sabato successivo le tre amiche si ritrovarono al parchetto vicino a casa con un quaderno e una penna. L'idea era nata da Giulia: creare un “Diario dei gesti piccoli”, per ricordarsi che le cose cambiano davvero solo se le ripeti.

Si sedettero su una panchina al sole. Le foglie degli alberi facevano ombra a macchie, come un mantello di leopardo tranquillo.

Giulia aprì il quaderno. — Allora. Gesti semplici. Primo: doccia breve o a intermittenza.

Samira aggiunse: — Secondo: borraccia invece di bottigliette.

Arianna propose: — Terzo: spegnere le luci quando esci.

Giulia alzò un sopracciglio. — Questo lo dice pure mia nonna da sempre.

— Appunto — rispose Arianna. — Se lo dice da sempre, vuol dire che è importante.

Scrissero anche: differenziare bene i rifiuti, usare entrambe le facciate dei fogli, portare un sacchetto per raccogliere cartacce quando passeggi.

— Non per diventare “poliziotte” — precisò Samira — ma per lasciare i posti un po' meglio di come li abbiamo trovati.

Arianna si ricordò la bottiglietta nel parco e annuì.

Poi arrivò il momento della sfida. Giulia tirò fuori dal suo zaino una piccola clessidra da tre minuti. — Mia sorella la usava per lavarsi i denti. Possiamo fare il “test doccia” con questa e con il timer.

Arianna la guardò sospettosa. — Non vorrai farmi fare la doccia qui, vero?

— Tranquilla — rise Giulia. — È solo per allenare la testa. Immagina: tre minuti per bagnarti e insaponarti. Poi due minuti per sciacquarti. Totale: cinque.

Samira batté le mani piano. — È come dividere un compito grande in parti piccole. Così fa meno paura.

Mentre parlavano, un signore con il cane si fermò poco distante. Il cane annusò un cestino pieno fino all'orlo e tirò fuori una cartaccia. Il signore lo riprese subito, mortificato.

Arianna scattò in piedi e, senza pensarci troppo, prese un sacchetto dallo zaino (Samira ne aveva sempre qualcuno in più) e iniziò a raccogliere alcune carte cadute a terra.

Giulia la seguì. — Ok, capitana.

Samira sorrise e si unì. In pochi minuti il prato sembrò respirare meglio.

Il signore si avvicinò. — Grazie, ragazze. A volte uno si distrae e…

— Capita — disse Arianna. — Anche noi ci distraiamo. Però possiamo anche rimediare.

Quando tornarono alla panchina, Arianna si sentiva come dopo una corsa breve: fiato un po' corto, ma cuore contento.

— È strano — disse. — Quando fai qualcosa di concreto, anche piccolo, ti viene più voglia di continuare.

Samira annuì. — È la responsabilità. Non pesa, se la condividi.

Quella sera Arianna fece la doccia con il timer. Cinque minuti. E mentre si asciugava, guardò la clessidra sul ripiano: la sabbia era ferma, ma lei no. Lei stava imparando, un granello alla volta.

Capitolo 6

A fine mese, la scuola organizzò un piccolo incontro in aula: ognuno poteva raccontare un gesto ecologico provato a casa. Arianna aveva il cuore in gola. Parlare davanti a tutti le faceva sempre sudare le mani.

Giulia le sussurrò: — Se ti blocchi, pensa al ruscello che ride.

Samira aggiunse: — E respira. Come nel parco.

Quando toccò a lei, Arianna si alzò con il quaderno in mano. Vedeva facce, occhi, penne che ticchettavano. Si schiarì la voce.

— Io… ho imparato a fare docce più corte — disse. Qualcuno fece un “oh” interessato, qualcun altro ridacchiò. Arianna continuò. — All'inizio era difficile perché mi dimenticavo del tempo. Ma ho usato un timer e ho provato a chiudere l'acqua mentre mi insapono. Non sono stata perfetta, però… ci sto riuscendo sempre di più.

Si fermò un attimo, poi aggiunse, più sicura: — E sapete cosa? Mi sento meglio. Non solo perché risparmio acqua, ma perché ho la sensazione di fare la mia parte.

La professoressa Rinaldi sorrise. — Questa è una responsabilità che fa crescere.

Dopo l'incontro, tornando a casa, Arianna passò davanti alla fermata del pullman. Il cielo aveva lo stesso blu profondo del giorno del parco. Si ricordò la felce arrotolata, il ricciolo verde che si apriva piano.

Pensò: “Sono così anch'io. Mi apro piano.”

Quella sera, prima di andare a dormire, Arianna preparò lo zaino per la settimana e mise il timer nel bagno, in un posto ben visibile. Sullo specchio appiccicò un post-it: “Cinque minuti: abbastanza per essere pulita, abbastanza per essere gentile.”

Poi scrisse a Giulia e Samira: “Domani doccia da cinque. Chi viene con me… in spirito?”

Giulia: “Io! E canto solo il ritornello.”

Samira: “Io. Ogni goccia è un viaggio. Buonanotte.”

Arianna spense la luce. Nel silenzio, immaginò la Valle Verde, il fiume come un nastro luminoso, le foglie che frusciano come pagine. Sentì una fiducia nuova, non enorme e rumorosa, ma stabile: la fiducia che nasce quando capisci che puoi riprovare, migliorare, scegliere.

E si addormentò con un pensiero semplice, caldo e pieno di speranza: la Terra è una casa grande, e lei, nel suo piccolo, aveva imparato a chiudere il rubinetto al momento giusto.

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