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Storia divertente sui compagni 11/12 anni Lettura 21 min.

Il passaggio coperto dei punti invisibili e del carrello ribelle

Un gruppo di amici si ritrova nel passaggio coperto e affronta piccole avventure — consegne sbagliate, un carrello ribelle e strani rumori — mettendo alla prova coraggio, ingegno e amicizia.

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Lina, 12 anni, determinata e sorridente, treccia rossa ondeggiante, tiene un piccolo quaderno a quadretti e spinge con energia il manico di un carretto di legno; Nico, circa 12 anni, vispo e espressivo, capelli castani spettinati, parla al carretto come a un cavallo mentre tende la mano verso una scatola traballante; Sara, circa 12 anni, concentrata e maliziosa con occhiali tondi, indica il pavimento guidando il gruppo verso la zona antiscivolo; Jamal, 13 anni, calmo e robusto, tira con forza il manico con lo zaino colmo di forniture sulle spalle; Bea, 11–12 anni, coraggiosa e buffa, tiene stretta una grande scatola sul carretto per impedirne il ribaltamento, volto arrossato dallo sforzo, accanto a Lina. Ambientazione: un passaggio coperto cittadino con pavimento a mosaico di piastrelle colorate, vetrine piene di bottoni e nastri, fontana in pietra che gorgoglia, tetto di vetro che diffonde luce morbida, manifesti e ghirlande sospese. Situazione principale: scena dinamica e calorosa di amici uniti per fermare un carretto di consegna che corre da solo, scatole inclinate, espressioni vivaci, risate e tensione comica, goccioline d'acqua e pezzi di nastro sospesi nell'aria. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il passaggio coperto e il Contapunti

Il passaggio coperto di Via delle Magnolie sembrava un corridoio segreto tra due mondi: fuori c'era la strada con i motorini e i clacson, dentro c'era l'eco dei passi, l'odore di pizza al taglio e le vetrine che luccicavano come occhi curiosi. Sopra, un tetto di vetro faceva entrare una luce morbida, come se il sole avesse messo le pantofole.

Lina, dodici anni e una treccia che oscillava come un metronomo allegro, entrò nel passaggio con il suo quaderno a quadretti sotto il braccio. Sul quaderno c'era scritto, in grande: “PUNTI PER IL CORAGGIO (E PER LE RISATE)”.

«Raduno ufficiale!» annunciò, fermandosi vicino alla fontanella che faceva “plin-plin” con l'aria di sapere troppi segreti.

Arrivarono gli altri, uno dopo l'altro, come una piccola parata.

C'era Nico, che aveva sempre una battuta pronta e una merendina già a metà. C'era Sara, occhiali tondi e cervello velocissimo, capace di ricordare il numero di piastrelle del pavimento solo perché “mi rilassa”. C'era Jamal, alto e tranquillo, con uno zaino che sembrava contenere l'intero reparto cartoleria. E c'era Bea, che parlava poco ma rideva forte, e quando rideva sembrava accendersi una lampadina.

«Allora?» chiese Nico, masticando. «Oggi a cosa si vince?»

Lina aprì il quaderno con un gesto teatrale. «Oggi… si vince in amicizia. E in punti. Ho deciso che ogni volta che qualcuno aiuta un altro, o non si arrabbia quando succede una cosa strana, prende un punto.»

«Quindi io ho già perso,» disse Nico, «perché mi arrabbio quando finisce la merendina.»

«Non è vero,» intervenne Jamal, serio come un giudice. «Tu ti intristisci. È diverso.»

«Punto per la precisione!» Lina segnò una tacchetta. «Jamal: uno.»

Sara si sporse. «E chi conta i punti?»

Lina alzò il quaderno. «Io. Ma se mi distraggo, mi ricordate voi. È un contapunti cooperativo.»

Bea fece un cenno solenne, come se stessero firmando un trattato.

Il passaggio coperto intorno a loro brulicava: una signora con un cane minuscolo e convinto di essere un lupo, un negoziante che impilava scatole, un profumo di zucchero filato che arrivava da chissà dove. E proprio lì, tra l'eco e le vetrine, il gruppo si sentiva al sicuro, come se quel tetto di vetro fosse una bolla.

«Prima sfida!» dichiarò Lina. «Dobbiamo consegnare questo biglietto alla signora del negozio di bottoni. È la signora Rina. Mia mamma dice che è importantissimo. E noi lo facciamo insieme. Punti extra se lo facciamo senza… ehm… disastri.»

«Disastri?» Nico si illuminò. «Io sono nato pronto.»

Capitolo 2: Il biglietto “segretissimo” e la signora sbagliata

Il negozio di bottoni era poco più avanti, riconoscibile perché in vetrina c'erano bottoni grandi come biscotti e piccoli come briciole, tutti ordinati in file che mettevano voglia di fare “clic” con la lingua.

Lina teneva il biglietto come se fosse una reliquia. «Niente pieghe, niente macchie, niente… Nico, non ci soffiare sopra.»

«Io soffio solo per l'effetto drammatico.»

Sara indicò la targa. «Dice “Rina - Merceria”. Perfetto.»

Proprio in quel momento, una signora uscì da una porta laterale, con una pettinatura così alta che sembrava una torta. Portava una scatola di bottoni in equilibrio e borbottava: «Eh, questi clienti, questi clienti…»

Lina si fece avanti. «Signora Rina! Abbiamo un bigli—»

«Oh, finalmente!» la signora la interruppe, velocissima. «Datemi il biglietto, forza, forza. E attenti ai bottoni, che se cadono mi si ribellano.»

Lina consegnò il biglietto. La signora lo aprì, lo lesse… e sgranò gli occhi.

«Ma… questo è un invito a una festa di compleanno!» esclamò, scandalizzata. «Io non faccio feste di compleanno. Io faccio asole!»

«Aspetti…» Lina sbatté le palpebre. «Mia mamma—»

Nico allungò il collo. «Che dice il biglietto?»

La signora lo sventolò: «“Cara Rina, vieni sabato alle cinque. Ci sarà torta al cioccolato. Porta allegria.” Ma io porto bottoni, non allegria. Anche se… a volte i bottoni sono molto allegri.»

Sara guardò Lina, poi la signora, poi la targa. «Secondo me lei non è la signora Rina. Perché la targa è sul negozio, e lei è uscita dalla porta laterale che porta… al magazzino del negozio di scarpe.»

Jamal annuì, serio. «È un indizio molto indizioso.»

Bea scoppiò a ridere. «Una torta con i bottoni sopra!»

La signora arrossì fino alle orecchie. «Io mi chiamo Irina. Con la I. Lavoro al negozio di scarpe. La merceria è là.» Indicò due metri più in là. Due metri. Due. Metri.

Nico appoggiò una mano al cuore. «Siamo vittime di un inganno… di due metri.»

Lina si morse il labbro, poi alzò il quaderno. «Punto per Sara, che ha notato la porta. Punto per Jamal, che ha detto “indizioso”. E punto per la signora Irina, perché ha… ehm… gestito bene la confusione.»

«Io prendo punti?» chiese la signora, sospettosa.

«Sono punti invisibili,» spiegò Lina. «Ma fanno bene lo stesso.»

Irina sospirò. «Allora teneteli, i vostri punti invisibili. E riportate l'invito alla vera Rina. Che se no poi si presenta a una festa e mi ruba la torta.»

«Missione!» disse Nico. «Salvare la torta!»

Corsero due metri, con la serietà di chi attraversa un deserto. E entrarono nella merceria vera, dove un campanellino fece “din”.

Dietro il bancone, una donna con i capelli raccolti e un metro da sarta al collo li guardò. «Ciao, ragazzi. Cercate… bottoni o guai?»

«Entrambi!» rispose Nico, senza pensarci.

Lina consegnò il biglietto giusto, che questa volta era davvero giusto. La signora Rina lo lesse, sorrise e disse: «Ah, bene. Era l'ordine dei nastri per la recita. Bravi. E… vi siete già cacciati in un guaio, vedo.»

«Guaio piccolo,» disse Lina. «Due metri.»

«Due metri di guaio,» precisò Sara.

Rina rise. «Allora siete nel posto giusto. Qui misuriamo tutto.»

Capitolo 3: La sfida del carrello ribelle

Appena uscirono dalla merceria, nel passaggio coperto si sentì un rumore: “clac-clac-clac”, come una corsa di zoccoli.

Un carrello delle consegne, carico di scatole, stava scivolando lentamente da solo. Senza mani. Senza guida. Con l'aria di chi ha deciso di diventare libero.

«Oh no,» disse Jamal.

«Oh sì,» disse Nico, con gli occhi che brillavano. «Un carrello ribelle!»

Il corriere, un ragazzo con un cappellino storto, era rimasto indietro a prendere il telefono che gli era caduto. Quando si voltò, il carrello era già partito.

«FERMO!» gridò lui, ma il carrello non ascoltò. Anzi, sembrò accelerare, come se avesse sentito la parola “fermo” e avesse capito “festa”.

Lina alzò il quaderno come una bandiera. «Sfida inattesa! Chi aiuta prende punti!»

Sara puntò il dito. «Se va a sbattere contro la fontanella, le scatole volano. Fisica semplice: disastro.»

«Io posso prenderlo!» disse Jamal, già in movimento.

Bea fece un passo avanti e poi due. «Io faccio da barriera umana… ma senza farmi male, eh.»

Nico guardò le vetrine. «E io… io distraggo il carrello!»

«Come distrai un carrello?» chiese Lina.

«Gli parlo!» Nico corse a fianco del carrello. «Ehi, carrello! Guarda che là ci sono… ruote più belle delle tue!»

Il carrello continuò imperterrito, clac-clac, con un'aria offesa.

Jamal lo affiancò dall'altro lato e afferrò il manico. Il carrello, però, tirò come un mulo testardo.

Bea, senza pensarci troppo, afferrò una scatola in cima e la tenne stretta. «Se voli, volo con te.»

«Bea, non volare!» Lina le mise una mano sulla spalla e spinse anche lei, dalla parte opposta.

Sara, rapidissima, si piazzò davanti e indicò il pavimento. «C'è una striscia liscia qui. Se lo portiamo lì, scivola meno. Seguite la linea!»

Sembrava una coreografia improvvisata: Jamal tirava, Lina spingeva, Bea stabilizzava, Sara faceva il navigatore, Nico parlava al carrello come se fosse un cavallo da corsa.

«Bravo, carrello! Pianooo… Non fare il drammatico! Nessuno ti vuole togliere la libertà, solo impedire che tu faccia un tuffo nella fontanella!»

Il carrello, forse offeso dal “drammatico”, rallentò quel tanto che bastò. Jamal piantò i piedi, Lina fece una spinta finale, Bea strinse la scatola come se fosse un trofeo, e… stop. Il carrello si fermò con un “tunk” soddisfatto.

Il corriere arrivò, ansimando. «Ragazzi! Mi avete salvato la consegna. E… forse la vita. O almeno il mio capo.»

Lina scrisse velocissima. «Jamal: punto forza. Sara: punto strategia. Bea: punto coraggio. Nico: punto… conversazione motivazionale. E io… punto coordinamento!»

Nico si mise le mani sui fianchi. «Io pretendo due punti. Uno per ogni frase poetica detta al carrello.»

«Le tue frasi non erano poetiche,» disse Sara. «Erano minacce velate alle ruote.»

«Poesia moderna,» ribatté Nico.

Il corriere rise e tirò fuori dalla tasca cinque caramelle incartate. «Ricompensa ufficiale: zucchero per eroi.»

Bea ne prese una e la alzò. «Punto per la condivisione?» chiese.

Lina segnò. «Punto per tutti. È il punto più facile e più bello.»

Capitolo 4: Il malinteso del “mostro” sotto il tetto di vetro

Con le caramelle in tasca e i punti nel quaderno, il gruppo riprese a camminare nel passaggio coperto. Le loro voci rimbalzavano sulle pareti, come palline felici.

Poi, dall'altra parte, arrivò un suono strano: “SCRAAATCH”.

Tutti si bloccarono.

«Avete sentito?» sussurrò Bea.

«Sì,» disse Jamal, guardando in alto. «Sembra… un mostro che si gratta.»

Sara aggrottò la fronte. «I mostri non esistono. Però i rumori sì.»

Nico indicò il tetto di vetro. «E se è un mostro che vive tra i vetri? Un mostro trasparente, tipo… Gelatinoso!»

Lina cercò di non ridere, perché voleva restare seria e rassicurante, ma le scappò un sorriso. «Ok, squadra. Indagine. Con calma. Chi ha paura prende un punto lo stesso, se lo dice.»

Bea alzò la mano. «Io ho un po' paura. Ma soprattutto curiosità. È un sentimento misto.»

«Punto sincerità,» disse Lina.

Il rumore tornò: “SCRAAATCH… scritch… scritch.”

Una signora con una busta della spesa passò e disse: «È quel coso lì che fa sempre casino!»

«Il coso!» ripeté Nico. «Lo sapevo! È un coso mostruoso!»

Sara seguì con lo sguardo il dito della signora: sul bordo del tetto, vicino a una grondaia, c'era qualcosa che si muoveva.

Jamal strinse lo zaino. «Mi avvicino piano.»

Lina lo seguì. Nico e Bea dietro. Sara già ragionava a voce alta: «Potrebbe essere un uccello incastrato. O un cartello allentato. O… un oggetto con attrito. Attrito uguale rumore. Rumore uguale panico. Panico uguale Nico che parla al carrello. Tutto torna.»

«Io non parlo solo ai carrelli!» protestò Nico, sottovoce. «Parlo anche alle piante, quando nessuno guarda.»

Arrivarono sotto la grondaia. Il rumore veniva da lì, proprio lì. Lina alzò il mento e vide… una lunga striscia di plastica trasparente che sbatteva contro il metallo, graffiandolo.

«Il mostro è… una plastica?» Bea scoppiò a ridere.

Nico fece finta di essere indignato. «Una plastica? Ma io mi ero già preparato un discorso eroico!»

Jamal indicò il punto dove la plastica era incastrata. «Se la tiriamo giù, smette. Però serve qualcosa per arrivarci.»

Sara aprì lo zaino di Jamal senza neanche chiedere. Dentro c'erano: un righello lungo, nastro adesivo, una cordicella, una penna, una bottiglietta d'acqua e… una pinza per fogli.

«Jamal, tu sei un negozio ambulante.»

Jamal alzò le spalle. «Mi piace essere pronto.»

Lina ebbe un'idea. «Righello più nastro, facciamo un bastone. Bea, tieni fermo. Nico, smettila di fare il discorso eroico e passa il nastro.»

«Io posso fare il discorso mentre passo il nastro. È una competenza.»

Con un po' di impaccio e tante risate (perché il nastro si attaccava alle dita, ai capelli di Lina, e per un secondo anche al gomito di Nico), costruirono una specie di “acchiappa-plastica”.

Sara guidava: «Un po' più a destra. No, la tua destra. L'altra destra. Quella giusta!»

«Ho troppe destre!» si lamentò Nico.

Bea, trattenendo le risate, tenne fermo il righello. Lina allungò e riuscì a prendere la plastica con la punta appiccicosa. Tirò piano, molto piano. La plastica scese con un fruscio, come una bandiera che si arrende.

Il rumore smise.

Il passaggio coperto sembrò sospirare.

Una coppia di anziani che guardava da lontano applaudì piano. «Bravi ragazzi! Finalmente silenzio!» disse la signora.

Nico fece un inchino. «Il mostro è stato sconfitto. Io sono Sir Nico, Domatore di Plastiche.»

Lina segnò punti. «Punto per Jamal e il suo zaino magico. Punto per Sara, comandante delle destre. Punto per Bea, che ha tenuto fermo. Punto per Nico… per il coraggio di parlare anche alle piante.»

«Grazie,» disse Nico, serio per un secondo. «Le piante apprezzano.»

Capitolo 5: La gara delle risate (e la torta immaginaria)

Dopo il “mostro”, avevano una voglia enorme di fare qualcosa di semplice. Qualcosa che non scappasse, non graffiasse, non richiedesse nastro adesivo.

«Facciamo una pausa,» propose Lina. «Sotto la grande insegna rossa. Lì non c'è niente che cade. Spero.»

Si sedettero sul muretto basso vicino alla fontanella. La luce filtrava dal tetto di vetro, disegnando rettangoli chiari sul pavimento. Sembrava un gioco da tavolo gigante.

Nico tirò fuori le caramelle. «Regola: una caramella a testa. E chi fa ridere gli altri prende un punto. Ma senza prendere in giro. Solo cose stupide e gentili.»

Sara lo guardò sospettosa. «Stupide e gentili è un equilibrio difficile.»

«Io sono un funambolo,» disse Nico, e subito gli scappò una caramella di mano che rotolò via. «Ecco, il funambolo è caduto.»

Bea ridacchiò. Jamal recuperò la caramella e gliela restituì. «Punto gentilezza per Jamal,» disse Lina automaticamente, già con la penna pronta.

«Ok,» disse Nico, schiarendosi la voce. «Inizio io. Immaginate una torta… con sopra… bottoni. E ogni bottone è una candela. E quando soffi… invece di spegnersi… si abbottona!»

Bea scoppiò a ridere, una risata piena, contagiosa. Sara provò a resistere ma le tremò la bocca. Jamal fece un sorriso largo.

«Punto risata!» disse Lina, segnando.

Sara si raddrizzò. «Ora tocca a me. Perché la plastica faceva “scratch”? Perché voleva diventare un disco. Un disco… graffiato. Ok, lo so, è terribile.»

Nico si piegò in due. «È meravigliosamente terribile!»

Bea batté le mani. Jamal rise con un suono basso, come un motore contento.

Lina segnò un punto a Sara. «Punto coraggio comico.»

Jamal, che di solito parlava poco, schiarì la voce. «Io… ho una cosa. Se il carrello potesse parlare davvero, cosa direbbe? Direbbe: “Non sono ribelle. Sto solo cercando la mia… corsia.”»

Ci fu un attimo di silenzio. Poi Lina scoppiò a ridere per prima, e gli altri dietro, come una cascata.

«Jamal!» gridò Nico. «Questa era… pulita. E cattivissima. Ma in modo buono!»

Bea rideva così forte che le vennero le lacrime. «Mi fa male la pancia! È bellissimo!»

Lina segnò un punto enorme, disegnando anche una stellina. «Punto stellina per Jamal. Non si fa spesso. Ma oggi sì.»

Bea alzò le spalle. «Io non so raccontare barzellette. Però posso fare la faccia di uno che ha appena scoperto che la sua torta è fatta di bottoni.»

E la fece. Una faccia così tragica e seria, con gli occhi enormi, che sembrava una statua comica.

Nico cadde indietro sul muretto. Sara si tenne la pancia. Jamal dovette appoggiarsi allo zaino.

Lina segnò un altro punto. «Bea, sei un talento per le facce. Punto teatrale.»

Le risate rimbalzavano nel passaggio coperto, ma non davano fastidio. Sembravano leggere. Persino il cane-lupo di prima, passando, fece un “bau” minuscolo come se stesse partecipando.

Un signore che spazzava davanti al suo negozio li guardò e disse: «State bene, voi. È bello sentirvi.»

Lina lo salutò con la mano. «Stiamo facendo allenamento di amicizia.»

«Continuate,» disse lui. «È un buon sport.»

Capitolo 6: Un piccolo finale e un silenzio contento

Piano piano, la luce nel passaggio cambiò. I rettangoli sul pavimento si allungarono, come se stessero sbadigliando. Anche le voci intorno diminuirono: qualche negozio abbassava la serranda, qualcuno salutava, il “din” delle porte si fece più raro.

Lina guardò il quaderno. Pagine piene di tacche, stelline, note tipo “Nico ha parlato alle piante (verificare)” e “carrello: quasi libero cittadino”.

«Allora?» chiese Sara. «Chi ha vinto?»

Lina chiuse il quaderno lentamente. «Abbiamo vinto tutti. Perché i punti non servivano a scegliere un campione. Servivano a ricordarci quante volte ci siamo aiutati. E quante volte abbiamo riso insieme.»

Nico fece un fischio basso. «Che cosa… tenera. Mi fa quasi venire voglia di essere serio.»

«Non esagerare,» disse Bea, spingendolo piano con la spalla.

Jamal si sedette meglio. «Mi è piaciuto quando abbiamo fermato il carrello. Eravamo… incastrati insieme. In modo buono.»

Sara annuì. «E quando abbiamo capito che il mostro era plastica. È stato un malinteso collettivo. Ma nessuno ha preso in giro nessuno. Abbiamo solo… indagato.»

«E abbiamo inventato una torta di bottoni,» aggiunse Nico. «Che secondo me esiste da qualche parte. In un universo molto strano.»

Lina guardò il tetto di vetro. Ora era calmo, senza graffi, senza rumori. Solo la luce che si spegneva piano, e il passaggio che respirava.

«Domani facciamo altri punti?» chiese Bea.

«Se volete,» rispose Lina. «Ma anche senza quaderno… li sentiamo lo stesso.»

Rimasero lì ancora un po'. Le caramelle finivano lentamente, una alla volta. Il rumore della fontanella era un “plin” regolare, come un metronomo gentile. Il passaggio coperto, che all'inizio sembrava una galleria piena di cose, adesso sembrava una stanza tranquilla.

Nico aprì la bocca per dire qualcosa, poi la richiuse. Sara si aggiustò gli occhiali senza fretta. Jamal guardò le sue mani, rilassate. Bea appoggiò il gomito sul ginocchio e sorrise.

Lina non scrisse più punti. Non ce n'era bisogno.

E il gruppo, insieme, si lasciò cadere in un silenzio contento, caldo e leggero, come una coperta dopo una giornata di corse e risate.

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