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Storia sul bullismo 11/12 anni Lettura 18 min.

Il manifesto che dice: non sei solo

Tommaso, ragazzo che si sente spesso messo da parte, affronta soprannomi e piccole prepotenze con l’aiuto della professoressa e dell’amica Sara mentre la classe crea manifesti per contrastare il bullismo, e i confronti tra compagni mettono in luce responsabilità e scelte da prendere.

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Un ragazzo di 12 anni, viso rotondo, capelli castani corti leggermente scompigliati, occhi nocciola aperti, espressione tremante e decisa (mani un po' contratte, mascella serrata), seduto su una vecchia panchina di legno, che tiene fogli colorati con un poster scolastico; una ragazza di circa 12 anni, capelli castani raccolti in una coda, sorriso calmo e sguardo protettivo, è in piedi accanto a lui con una mano sul bordo della panchina e un grande pennarello blu in mano; un altro ragazzo di circa 13 anni, più alto, capelli neri corti, espressione sorpresa e imbarazzata, è a qualche passo davanti a loro con due amici sullo sfondo, in postura esitante; luogo: piccolo parco giochi di quartiere al crepuscolo, pavimento di trucioli di legno, un'altalena che cigola, uno scivolo rosso lungo, una bacheca comunale in legno con un grande poster, foglie autunnali a terra e luce dorata tra gli alberi; situazione principale: confronto calmo e coraggioso — il ragazzo di 12 anni dice chiaramente che un soprannome gli fa male mentre la ragazza lo sostiene e l'altro ragazzo guarda sorpreso; composizione centrata sui tre personaggi a triangolo, colori caldi, texture di gouache visibili, tratti morbidi, ombre leggere, atmosfera intima e compassionevole. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Un posto nel banco e un nodo nello stomaco

Tommaso aveva undici anni e una sensazione che gli stava appiccicata addosso da settimane: essere “di troppo”. Non era una cosa enorme, non succedeva sempre, e proprio per questo era più difficile da spiegare. A volte bastava un sussurro dietro la schiena, una risatina quando alzava la mano, un “ma davvero?” detto con quel tono che ti fa venir voglia di sparire nel quaderno.

Quella mattina, entrando in classe, sentì di nuovo il suo nome.

“Tommy il professorino,” mormorò Riccardo, seduto due banchi più in là, senza neanche guardarlo.

Tommaso fece finta di niente. Mise lo zaino sotto il banco, allineò l'astuccio, aprì il diario come se stesse facendo un lavoro importantissimo. La professoressa Carli iniziò la lezione di italiano e lui cercò di concentrarsi sulle parole, sui periodi, sulle virgole. Gli piacevano, le virgole. Sembravano pause gentili.

All'intervallo, Tommaso andò alla finestra con il suo panino. Accanto a lui c'era Sara, che disegnava spesso sul retro dei fogli.

“Vuoi metà?” chiese Tommaso, indicando il panino.

Sara sorrise. “Solo se tu vuoi metà del mio succo.”

Scambiarono come se fosse un patto segreto. Tommaso sentì il nodo nello stomaco allentarsi un pochino.

Poi arrivò la voce di Riccardo, più vicina. “Oh, guardate. Tommaso fa la merenda diplomatica.”

Alcuni risero, altri rimasero zitti. Tommaso guardò i lacci delle sue scarpe. Non era un insulto terribile, eppure gli scaldò le orecchie. Sara chiuse il succo con calma.

“Che problema c'è?” disse lei, senza alzare la voce.

Riccardo alzò le spalle. “Nessuno. È che lui… si crede sempre speciale.”

Tommaso avrebbe voluto dire: Non mi credo speciale. Vorrei solo stare tranquillo. Ma le parole gli rimasero in gola come una caramella troppo grossa.

Quando suonò la campanella, la professoressa Carli scrisse alla lavagna: “Progetto: Manifesti di prevenzione. Rispetto e parole.”

“Ragazzi,” disse, “nei prossimi giorni creeremo delle affissioni per la scuola e per il quartiere. Parleremo di come riconoscere il bullismo e di come chiedere aiuto. Sarà un lavoro di classe: idee, frasi, disegni, esempi concreti.”

Tommaso si accorse che Sara lo guardava, come per dire: Questa cosa è anche per noi.

E, per la prima volta da un po', sentì che forse c'era un posto per lui. Anche se non sapeva ancora dove.

Capitolo 2 — Parole che pungono e parole che proteggono

Il giorno dopo, i banchi erano in cerchio. Sembrava una classe diversa: meno “noi contro loro”, più “tutti insieme”. La professoressa Carli appoggiò una scatola al centro.

“Qui dentro ci sono bigliettini anonimi, spiegò. “Ieri vi ho chiesto di scrivere una frase che avete sentito e che vi ha fatto stare male, oppure una che vi ha fatto stare bene. Ora le leggiamo e proviamo a capire la differenza.”

Tommaso sentì il cuore accelerare. Anche lui aveva scritto, ma non sapeva se sarebbe uscito proprio il suo biglietto.

La prof tirò su il primo: “Tanto non sei capace.”

Un silenzio corto. Poi lei disse: “Questa non è una critica costruttiva. È un'etichetta che chiude la porta.”

Ne lesse un altro: “Se vuoi, te lo spiego io.”

“Questa,” disse, “è una mano tesa.”

Le frasi continuavano: alcune sembravano sassolini nelle scarpe, altre una coperta leggera.

Poi uscì un biglietto che fece stringere le dita di Tommaso sul bordo della sedia: “Professorino.”

La professoressa Carli non guardò nessuno in particolare. “Sembra una battuta, vero? Ma a forza di ripeterla può diventare un modo per mettere qualcuno in un angolo. Il bullismo spesso inizia così: piccole punture, regolari, finché la persona si aspetta la puntura anche quando non arriva.”

Tommaso fissò il pavimento. Sentì un respiro profondo accanto: Sara. Dall'altra parte del cerchio, Riccardo tamburellava con una penna, come se la penna fosse colpevole di qualcosa.

“Cosa può fare un testimone?” chiese la prof.

Gabriele alzò la mano. “Dire ‘basta'?”

“Sì, se è sicuro,” rispose la prof. “Oppure stare vicino alla persona presa di mira. Cambiare argomento. Chiedere aiuto a un adulto. I testimoni sono importantissimi: quando stanno zitti, il bullismo cresce; quando si muovono, si restringe.”

La prof poi distribuì fogli grandi e pennarelli. “Ora pensiamo ai manifesti. Devono essere chiari e utili. Non voglio frasi complicate. Voglio frasi che uno possa ricordare anche quando è agitato.”

Tommaso e Sara lavorarono insieme. Scrissero al centro, in grande: “Le parole pesano. Scegli quelle che aiutano.”

In un angolo aggiunsero un elenco semplice:

1) Se ti fa male, non è ‘uno scherzo'.

2) Parlane con un adulto.

3) Stai con qualcuno di fidato.

4) Se vedi, non voltarti.

Tommaso esitò, poi disse: “Possiamo mettere anche… ‘Non sei solo'?”

Sara annuì. “Sì. In grande.”

Quando la prof passò tra i gruppi, si fermò al loro poster. “Bello. Diretto. E responsabile.

Tommaso sentì una piccola luce, come quando trovi una moneta nella tasca: non ti cambia la vita, ma ti fa sorridere.

Capitolo 3 — L'aria di giochi e la prova del coraggio

Quel pomeriggio, Tommaso andò all'area giochi del quartiere. Era un posto che conosceva bene: altalene che cigolavano un po', uno scivolo caldo al sole, una rete da arrampicata che sembrava una ragnatela gigante. C'erano bambini piccoli, ma anche ragazzi delle medie che si davano appuntamento lì, come se fosse una piazza in miniatura.

Tommaso si sedette su una panchina con lo zaino. Aveva portato i bozzetti del manifesto: la prof aveva detto che potevano appenderne una versione anche sulla bacheca vicino ai giochi, se il Comune dava il permesso. Tommaso ci teneva. Era come dire: Questo posto è di tutti. Anche mio.

Mentre sfogliava i fogli, sentì una voce alle spalle.

“Ehi, professorino. Stai facendo i compiti pure qui?”

Riccardo era lì, con due amici. Tommaso sentì il nodo tornare, rapido. Guardò la rete da arrampicata, come se potesse scappare dentro i quadratini.

“Sto… facendo dei disegni per scuola,” rispose, cercando di tenere la voce normale.

Riccardo allungò una mano verso i fogli. “Fammi vedere.”

Tommaso esitò. Non voleva che toccasse. Non voleva un'altra risata.

In quel momento arrivò Sara, con i capelli legati e una borsa di tela. “Ciao,” disse, come se fosse la cosa più semplice del mondo. “Tommaso, mia mamma ha stampato qualche foglio in più.”

Riccardo la guardò, poi fece un mezzo sorriso. “Ah, anche tu con lui?”

Sara non si spostò. “Sì. Stiamo facendo un lavoro per la scuola. Se vuoi puoi dire una frase utile anche tu.”

Riccardo fece una risatina. “Utile? Tipo ‘non piangere'?”

Tommaso sentì la frase pungerlo, anche se non era diretta. Sara lo guardò un secondo, come chiedendo: Vuoi che parli io o vuoi provare tu?

Tommaso inspirò. Si ricordò della lista: se ti fa male, non è uno scherzo. Parlane. Stai con qualcuno. Se vedi, non voltarti. E capì una cosa: adesso il testimone era Sara. Ma lui poteva fare la sua parte.

“Riccardo,” disse, piano ma chiaro, “quando mi chiami così davanti agli altri mi dà fastidio. Non è uno scherzo per me.”

Le parole uscirono tremando un poco, ma uscirono.

Riccardo si fermò, come se non si aspettasse una frase completa. “Ma dai, era per ridere.”

“Se uno ride e l'altro no,” intervenne Sara, “non è più una battuta. È una cosa che pesa.”

Uno degli amici di Riccardo, quello con la felpa blu, si grattò la nuca. “Oh, dai, Ric. Lascia stare.”

Riccardo sbuffò. Guardò i manifesti, poi Tommaso, poi l'altalena vuota. “Va bene. Che frase vuoi?”

Tommaso rimase sorpreso. “Non lo so…”

Sara aprì la borsa e tirò fuori un pennarello. “Possiamo scrivere: ‘Se ti dicono “è solo uno scherzo”, chiediti: a chi fa ridere?'”

Riccardo fece una faccia strana, a metà tra la noia e la curiosità. “Boh. Però è… ok.”

Tommaso gli porse il foglio, lentamente, come se porgesse una cosa fragile. Riccardo scrisse davvero, con grafia un po' grande. Poi rimise il pennarello sul tavolo della panchina.

“Non dire in giro che ho scritto,” borbottò.

Sara alzò un sopracciglio. “Perché? Hai fatto una cosa buona.”

Riccardo non rispose. Ma non disse nemmeno “professorino” di nuovo. Se ne andò con gli amici verso la rete da arrampicata.

Tommaso restò seduto, con il fiato che gli faceva un po' male nel petto, come dopo una corsa.

“Sei stato coraggioso,” disse Sara.

Tommaso guardò lo scivolo. “Mi tremavano le gambe.”

“Il coraggio,” rispose lei, “di solito trema.”

Capitolo 4 — Il manifesto che parla e l'adulto che ascolta

La sera, Tommaso raccontò tutto a sua madre mentre lei tagliava le zucchine. Il profumo dell'olio caldo rendeva la cucina un posto sicuro.

“Non è niente di gravissimo,” disse Tommaso in fretta, come se volesse ridimensionare per non disturbare.

Sua madre appoggiò il coltello. “Se ti ha fatto stare male, è importante. Anche le cose piccole, quando si ripetono, possono diventare grandi.”

Tommaso annuì, e sentì un sollievo: non doveva convincere nessuno.

Il giorno dopo, la professoressa Carli ascoltò Tommaso dopo la lezione. Non fece facce drammatiche, non si arrabbiò a caso. Prese appunti e gli chiese: “Succede spesso? Ci sono altri momenti oltre alla classe?”

Tommaso parlò dell'intervallo, dei soprannomi, del modo in cui alcuni ridevano per non essere presi di mira. Parlò anche dell'area giochi, e del fatto che Riccardo aveva scritto una frase.

La prof annuì. “Hai fatto bene a dirmelo. E hai fatto bene a parlare con lui in modo chiaro. Ora lavoriamo su due cose: proteggere te e responsabilizzare il gruppo.”

“Non voglio che Riccardo si metta nei guai,” disse Tommaso, subito. Non sapeva perché, ma lo sentiva.

“Non si tratta di ‘mettere nei guai',” rispose la prof. “Si tratta di cambiare comportamento. La responsabilità non è una punizione: è imparare a fare meglio.”

Quel pomeriggio, la classe si dedicò a rifinire i manifesti. La prof propose di aggiungere una sezione: “Cosa posso fare se sono un testimone?” e “A chi posso parlare?”

Tommaso scrisse, con la penna nera:

“A un insegnante.”

“Ai genitori.”

“Al referente di classe.”

“A un amico e poi a un adulto insieme.”

Sara disegnò due persone sotto un ombrello, e sopra scrisse: “Insieme è più facile.”

Quando arrivò il momento di scegliere quali manifesti esporre, quello di Tommaso e Sara fu tra i primi. La prof propose: “Ne mettiamo uno anche vicino all'area giochi, se il Comune conferma. Nel frattempo, possiamo appenderlo alla bacheca della scuola.”

Tommaso guardò il poster finito. Le lettere grandi, il bianco del foglio, i colori semplici. Sembrava una cosa piccola. Ma era una voce.

E lui, pian piano, stava imparando a usarla.

Capitolo 5 — Un incontro vero, senza pubblico

Due giorni dopo, la professoressa Carli chiese a Riccardo di fermarsi un momento. Poi chiamò anche Tommaso, ma disse subito: “Non è un processo. È una conversazione per capire e migliorare.”

Si sedettero in aula, con le sedie vicine, senza la cattedra in mezzo. Sembrava meno “io comando” e più “noi parliamo”.

Riccardo aveva lo sguardo basso. Faceva girare il tappo della penna tra le dita.

“Riccardo,” disse la prof, “abbiamo parlato di soprannomi e battute che si ripetono. Tommaso mi ha raccontato che alcune frasi lo fanno stare male. Tu come la vedi?”

Riccardo alzò le spalle. “Io… scherzo. In classe scherzano tutti.”

Tommaso si sentì di nuovo piccolo, ma la prof lo guardò come a dire: Puoi parlare.

“Non mi fa ridere,” disse Tommaso. “E mi viene voglia di non parlare più. E io vorrei… essere normale. Stare nel gruppo senza paura.”

Riccardo strinse la bocca. “Io non volevo farti paura.”

La prof non lo lasciò scappare con una frase comoda. “Allora è il momento di prendere responsabilità. Quando una cosa ferisce, anche se non era l'intenzione, si cambia. Cosa puoi fare, concretamente?”

Riccardo rimase in silenzio. Poi disse, quasi piano: “Smettere di chiamarlo così.”

“Bene,” disse la prof. “Altro?”

Riccardo si agitò sulla sedia. “Se gli altri ridono… io… mi sento forte.”

Tommaso lo guardò, sorpreso dalla sincerità. Era strano pensare che anche Riccardo cercasse un posto.

La prof annuì. “Capisco. Però la forza vera è quando non hai bisogno di schiacciare qualcuno per sentirti visto. Puoi farti notare in altri modi.”

Riccardo sospirò. “Ok. Posso… se mi viene da dire una cosa, prima penso se serve o se fa male.”

Tommaso disse: “E se vuoi scherzare, puoi farlo senza usare me.”

Riccardo annuì, e questa volta lo guardò negli occhi. “Scusa.”

La parola “scusa” non era magica. Non cancellava tutto. Ma era un inizio che faceva spazio.

La prof concluse: “Farete parte dello stesso gruppo per l'ultimo manifesto. Quello che andrà vicino all'area giochi. È un modo per trasformare un problema in un impegno.”

Riccardo fece una smorfia. “Con i pennarelli? Io sono negato.”

Sara, che stava passando in corridoio e sentì, si infilò nella porta. “Negato no. Al massimo… in allenamento.”

Tommaso quasi rise. Era una risata piccola, ma vera.

Capitolo 6 — Promessa alla panchina e un nuovo modo di stare

Il sabato mattina, la professoressa Carli accompagnò un piccolo gruppo all'area giochi per consegnare il manifesto alla bacheca del quartiere. C'era un addetto del Comune che annuiva serio, con una graffettatrice gigante che sembrava un attrezzo da supereroe.

Tommaso, Sara e Riccardo tenevano il foglio grande tra le mani, facendo attenzione al vento.

Il manifesto diceva, in alto: “QUI SI GIOCA, QUI CI SI RISPETTA.”

Sotto, in punti brevi:

“Se vedi qualcuno preso di mira, non ridere per paura: stai vicino.”

“Se ti fanno male con le parole, parlane.”

“Chiedere aiuto è un gesto forte.”

“Le scuse contano solo se seguono i fatti.”

Riccardo aveva insistito per aggiungere l'ultima frase. L'aveva scritta lui, con un pennarello rosso. Le lettere non erano perfette, ma erano decise.

Quando l'addetto lo fissò alla bacheca, Tommaso sentì un calore al petto. Non era orgoglio da “sono il migliore”. Era una sensazione più tranquilla: appartenenza.

I bambini piccoli si fermavano a guardare i colori. Una mamma lesse a voce alta: “Chiedere aiuto è un gesto forte.” Poi sorrise al figlio, come se fosse un promemoria anche per lei.

Riccardo si schiarì la gola. “Tommaso… se ti ridico un soprannome, me lo dici subito?”

Tommaso annuì. “Sì. E io… se mi chiudo e faccio finta di niente, provo a parlarne. Anche se mi vergogno.”

Sara li guardò tutti e due. “E noi, se vediamo, non facciamo gli spettatori.”

Rimasero un momento in silenzio, seduti sulla panchina. Il vento muoveva le foglie, l'altalena faceva un cigolio lento, come un vecchio violino.

Riccardo giocherellò con il tappo della penna, poi lo infilò nello zaino. “Non voglio essere quello che rovina le giornate agli altri,” disse. “Mi impegno a cambiare. Anche quando i miei amici mi guardano.”

Tommaso lo guardò, e sentì che quella frase pesava più di qualsiasi battuta. Pesava bene.

Quando si alzarono per andare via, Tommaso si voltò verso la bacheca. Il manifesto restava lì, fermo e semplice. Sembrava dire: se succede, si può parlare. Se si parla, si può cambiare.

E Tommaso, finalmente, sentì di avere un posto. Non perché qualcuno glielo concedeva, ma perché lo costruiva, con responsabilità e con gli altri accanto.

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Comportamento ripetuto che ferisce o umilia qualcuno, fatto da compagni più forti.
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