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Storia sul bullismo 7/8 anni Lettura 9 min.

Il dinosauro verde e le parole che pizzicano

Matteo, un bambino preso in giro dai compagni per come si veste e gioca, affronta il dolore dei soprannomi e cerca il coraggio di parlarne con una maestra e alcuni amici.

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Un bambino di 8 anni dal viso rotondo, capelli castani corti, occhi grandi e brillanti, espressione timida ma sollevata, tiene un piccolo pallone arancione sul petto; a destra Sara, 8 anni, capelli castani in tre trecce e sorriso dolce, porge il pallone; dietro, a qualche passo, Luca, 8 anni, capelli biondi corti, sguardo sorpreso e imbarazzato, spalle leggermente abbassate; sullo sfondo una maestra di circa 30 anni con i capelli raccolti in uno chignon, accovacciata e protettiva vicino a un gruppo di bambini; scena in una piccola palestra scolastica con pavimento in legno chiaro, pareti pastello, cerchi colorati appesi, linee bianche a terra e una finestra con luce morbida; momento dopo un gioco, atmosfera di sostegno e cambiamento, toni pastello e contrasti delicati, composizione centrata sulle mani che si passano il pallone. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La maglietta nuova

Matteo aveva sette anni e quella mattina si era svegliato già stanco. Non era malato, solo… come quando il corpo fa “uff” prima ancora di alzarsi. Si sedette sul letto e guardò la pila di magliette nell'armadio.

“Mamma,” disse con una voce piccola, “posso mettere quella con il dinosauro verde?”

La mamma entrò, gli sistemò i capelli con un gesto dolce. “Certo. Ti piace tanto.”

Matteo abbassò gli occhi. “Però… i bambini dicono che è da piccoli.”

La mamma si fermò un attimo. “Chi lo dice?”

“Luca e due suoi amici. Ridono. Dicono che devo vestirmi come loro.” Matteo si tirò la manica, come se fosse troppo lunga. “Forse… se cambio, mi lasciano stare.”

La mamma si sedette accanto a lui. “Matteo, nessuno deve farti cambiare per essere accettato. Se qualcuno ti prende in giro spesso e ti fa sentire male, quello è un problema. E non sei da solo.”

Matteo annuì, ma dentro sentiva una specie di nodo. Alla fine scelse una maglietta blu, senza disegni. “Così non dicono niente,” mormorò.

A scuola, in corridoio, Luca lo guardò dalla testa ai piedi. “Oh! Finalmente ti sei vestito normale!” disse, ridendo.

Matteo provò a sorridere. “Sì… normale.”

Ma a ricreazione, quando Matteo prese la palla, Luca aggiunse: “Vediamo se oggi sai giocare senza fare il bebè.”

Matteo strinse i denti. Si sentì ancora più stanco, come se portasse uno zaino pieno di pietre.

Capitolo 2: Parole che pizzicano

Quel giorno c'era educazione motoria, e la maestra Anna disse: “Oggi attività libera in palestra! Potete scegliere: cerchi, corde, canestri, palloni. Ricordate: rispetto e gioco pulito.”

La palestra profumava di legno e di gomme nuove. Matteo si avvicinò ai cerchi colorati. Gli piaceva inventare percorsi: salto, passo, giro.

“Sembra un trenino per bambini piccoli!” commentò Luca, abbastanza forte da farsi sentire.

Due compagni risero. Matteo sentì le orecchie scaldarsi. Pensò: Se vado ai canestri, magari smettono.

Prese un pallone e si mise in fila vicino a Luca. Luca lo guardò e disse piano: “Se sbagli, ti chiamiamo ‘Mani di burro' per tutta la settimana.”

Matteo deglutì. Provò a tirare. Il pallone toccò il bordo e rimbalzò via.

“Mani di burro!” gridò Luca, e qualcuno ripeté.

Matteo rimase immobile. Non era una cosa “grave” come nei film, ma era come una puntura che torna e torna. E quando torna, fa male.

Accanto a lui, Sara, una bambina con le trecce, recuperò il pallone e lo passò a Matteo. “Ehi,” disse, “a volte si sbaglia. Vuoi provare con me? Possiamo allenarci insieme.”

Matteo la guardò, sorpreso. “Davvero?”

“Certo. E poi… non è simpatico chiamarti così,” aggiunse Sara, senza urlare.

Luca fece una smorfia. “Ma era uno scherzo!”

Sara lo guardò dritto. “Uno scherzo fa ridere tutti. Se uno si sente male, non è uno scherzo.”

Matteo respirò un po' meglio. Tirò di nuovo, più calmo. Questa volta segnò. Non era un canestro perfetto, ma entrò.

Sara batté le mani. “Visto? Mani di… canestro!”

Matteo rise piano. Per un secondo, la palestra sembrò più luminosa.

Capitolo 3: Parlare con coraggio

Dopo la palestra, Matteo si sentiva ancora stanco, ma non più schiacciato. Durante il pranzo, però, Luca passò vicino al suo tavolo e disse: “Allora, Mani di burro, oggi ti credi forte perché hai Sara che ti difende?”

Matteo abbassò la testa. La forchetta tremò un po'. Sara, seduta lì, si irrigidì.

“Non rispondere,” sussurrò Matteo, quasi senza voce. “Poi peggiora.”

Sara lo guardò. “A volte peggiora anche se non dici niente,” rispose piano.

Nel pomeriggio, la maestra Anna fece disegnare “Un posto dove mi sento bene”. Matteo disegnò la palestra, ma con una grande porta aperta e tante persone che giocavano insieme.

Quando la maestra passò tra i banchi, Matteo esitò. Poi alzò la mano.

“Maestra… posso parlarle dopo?” chiese.

La maestra sorrise. “Certo, Matteo.”

Dopo la campanella, Matteo restò con la maestra e Sara, che aveva chiesto di rimanere anche lei.

Matteo strinse il foglio del disegno. “Io… mi sento preso in giro spesso. Luca mi chiama nomi, e mi dice come devo vestirmi o giocare. Io ho provato a cambiare… ma non funziona. Mi fa venire mal di pancia e mi stanco.”

La maestra Anna si accovacciò per essere alla sua altezza. “Hai fatto bene a dirmelo. Quello che descrivi si chiama prepotenza. Succede quando qualcuno ripete parole o gesti per far star male un altro. Non è colpa tua.”

Sara aggiunse: “Io ho visto. E non mi piace.”

La maestra annuì. “Grazie, Sara. I compagni che vedono hanno un ruolo importante: possono dire ‘basta', stare accanto, e avvisare un adulto. Matteo, da oggi non sei più da solo in questo.”

Matteo sentì il nodo sciogliersi un poco. “Ma se poi Luca si arrabbia?”

“Ci pensiamo insieme,” disse la maestra con calma. “Parlerò con lui e con i suoi genitori. E in classe faremo un lavoro sulle parole: come possono aiutare o ferire. Tu intanto puoi venire da me ogni volta che vuoi. E possiamo scegliere un compagno di riferimento durante i giochi.”

Matteo guardò Sara. Sara fece un cenno deciso. “Io ci sono.”

Capitolo 4: Una squadra vera

Il giorno dopo, la maestra Anna iniziò la mattina con un cerchio di sedie. “Oggi parliamo di rispetto,” disse. “A volte qualcuno dice ‘era solo uno scherzo'. Ma lo scherzo è bello se tutti ridono. Se uno si sente piccolo, allora dobbiamo fermarci.”

Luca guardava il pavimento. La maestra non lo sgridò davanti a tutti, ma spiegò regole chiare: niente soprannomi che fanno male, niente commenti sui vestiti, niente risate quando qualcuno sbaglia.

In palestra, durante l'attività libera, la maestra propose un gioco semplice: “Percorso a stazioni. Si cambia compagno ogni due minuti. L'obiettivo è aiutarsi, non vincere.”

Matteo sentì una paura leggera, come una farfalla nello stomaco. Poi vide Sara che gli fece un sorriso. Anche Amir, un compagno tranquillo, si avvicinò. “Matteo, vuoi stare con noi alla prima stazione?” chiese.

“Va bene,” rispose Matteo.

Alla stazione dei cerchi, Matteo inciampò. Non cadde, ma fece un passo strano.

Luca, che era alla stazione vicina, aprì la bocca come per dire qualcosa. Poi si fermò. Guardò la maestra, guardò Sara, e disse soltanto: “Se vuoi, prova a mettere il piede qui, così non scivoli.” Lo disse senza ridere.

Matteo lo fissò, incredulo. “Ok… grazie,” rispose.

Più tardi, Luca si avvicinò mentre Matteo beveva dalla borraccia. “Senti,” disse piano, “la maestra mi ha parlato. Io… non pensavo ti facesse così male.”

Matteo strinse la borraccia. “Lo fa. Io la notte ci penso e mi sento stanco.”

Luca abbassò le spalle. “Scusa. Posso… smettere. E se qualcuno altro inizia, posso dire di no.”

Sara, che era lì, annuì. “Quello sì che è coraggio.”

Matteo sentì il petto più leggero. Non tutto era perfetto, ma qualcosa era cambiato: non doveva più cambiare lui per piacere. Dovevano cambiare le regole del gruppo, e ora c'erano adulti e amici a sostenerlo.

A casa, quella sera, Matteo tirò fuori la maglietta del dinosauro verde.

“Mamma,” disse, sbadigliando, “domani la metto. Perché mi piace.”

La mamma lo abbracciò. “E a me piace vederti così: te stesso.”

Matteo si infilò sotto le coperte, stanco, ma di una stanchezza buona, come dopo un gioco riuscito. Pensò alla palestra, ai cerchi, al canestro, e alle voci che avevano detto “basta” insieme a lui. E prima di addormentarsi si disse: “Quando una parola fa male, posso parlarne. E quando qualcuno è solo, possiamo essere squadra.”

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Deglutì
Fece passare il cibo o la saliva dalla bocca alla gola con un movimento.
Irrigidì
Diventò rigido, si mosse meno per paura, sorpresa o tensione.
Prepotenza
Quando qualcuno usa parole o gesti per far sentire un altro piccolo o spaventato.
Si accovacciò
Si abbassò piegando le ginocchia fino quasi a sedersi, per parlare più vicino.
Borraccia
Contenitore per bere, spesso di plastica o metallo, che si porta nello zaino.
Smorfia
Espressione del viso che mostra dispiacere, sorpresa, scherno o disagio.
Soprannomi
Nomi dati alle persone invece del loro vero nome, spesso per scherzo o insulto.
Percorsi
Vie da seguire in un gioco o in una gara, con punti o passaggi diversi.

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