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Storia sull'uguaglianza di genere 11/12 anni Lettura 14 min.

Il cortile vicino allo scivolo: una partita per tutti

Nel cortile di un palazzo, Tommaso sfida le divisioni tra ragazzi e ragazze per includere Viola e gli altri in giochi misti, affrontando pregiudizi e imparando a rispettare le differenze.

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Tommaso, ragazzo di 12 anni dal volto determinato e sorriso timido, capelli castano chiaro corti, con maglietta blu e pantaloncini grigi tiene un pallone sotto il braccio e guarda verso la porta; Viola, bambina di circa 11 anni coi capelli corti neri e una casacca verde troppo larga, accovacciata da portiere davanti a due maglioni usati come pali; Marta, circa 11 anni con lunga coda di cavallo bruna, maglietta rossa e scarpe gialle, corre verso la palla in primo piano; Riccardo, ragazzo di 12 anni con capelli a spazzola e felpa a righe, è dietro Tommaso, sorridente e indeciso; Matteo, adolescente di circa 15 anni con giacca scura e braccia conserte sullo sfondo osserva senza intervenire. La scena si svolge in una corte condominiale lastricata con uno scivolo metallico blu sopra una panchina di cemento, muri con disegni di bambini, qualche erba tra le pietre e due maglioni come pali: partita di calcio improvvisata e mista, Viola tuffa per parare, palla in aria, risate e movimento, luce soffusa del tardo pomeriggio e colori caldi e contrastati. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1

Tommaso aveva dodici anni e una cosa che gli veniva naturale era dire la verità. Non perché volesse fare il perfetto, ma perché con le bugie gli sembrava di inciampare dentro di sé, come quando ti si impiglia il laccio della scarpa.

Quel pomeriggio, dopo scuola, scese nel cortile del palazzo con il pallone sotto il braccio. C'era il solito rumore: scarpe che strisciavano, risate, il “toc!” della palla contro il muro, e il fruscio del vento che faceva tremare le foglie del tiglio vicino allo scivolo.

Vicino allo scivolo, come sempre, i gruppi erano separati senza che nessuno lo dicesse ad alta voce: da una parte i maschi con la palla, dall'altra le femmine che chiacchieravano o giocavano con elastici e corde. In mezzo, un vuoto che sembrava disegnato col gesso.

Tommaso lanciò la palla a Riccardo. “Dai, facciamo due porte con le felpe.”

“Ok, ma niente femmine che si mettono in mezzo,” borbottò Riccardo, come se fosse una regola scritta.

Tommaso fece una smorfia. “Perché?”

Riccardo alzò le spalle. “Perché poi si mettono a urlare.”

Tommaso guardò verso lo scivolo. Viola, che aveva i capelli corti e una felpa verde troppo grande, stava da sola a spingere lentamente una macchinina di plastica sul bordo del marciapiede. Non sembrava né “del gruppo delle femmine”“del gruppo dei maschi”. Sembrava solo… Viola.

Tommaso sentì quel fastidio di quando qualcosa non torna. E lui, con le cose che non tornano, non riusciva a stare zitto.

Capitolo 2

La palla cominciò a correre tra i piedi. Tommaso dribblò, passò, rise anche lui. Ma ogni tanto gli scappava lo sguardo verso lo scivolo. Le ragazze giocavano a corda; due maschi più piccoli si arrampicavano sulla scaletta dello scivolo, ma si fermavano a metà, come se stessero invadendo un territorio.

A un certo punto Viola si avvicinò con la macchinina in mano. “Posso fare il portiere?” chiese, guardando Tommaso, non Riccardo.

Riccardo scoppiò a ridere. “Il portiere? Ma che ti credi?”

Viola non si mosse. “Mi piace parare.

Tommaso sentì le guance scaldarsi. Non era rabbia esplosiva, era una specie di calore che chiedeva di diventare parole giuste. “Se a lei piace, perché no?”

Riccardo fece roteare gli occhi. “Tommi, dai. Poi arrivano anche le altre e addio partita.”

“E se arrivano?” Tommaso si accorse che stava stringendo il pallone troppo forte. “Magari diventa più divertente.”

Dal lato dello scivolo, Marta—che di solito comandava il gioco della corda—si girò. “Che state dicendo?”

Riccardo alzò la voce, come per farsi sentire da tutti. “Che qui si gioca a calcio. Punto.”

Marta incrociò le braccia. “E allora? Anch'io so tirare.”

Si fece un attimo di silenzio, quello strano che succede prima che qualcuno scelga se ridere o ascoltare. Tommaso respirò e disse una cosa semplice, perché spesso il coraggio è una frase corta: “Proviamo. Se non funziona, lo diciamo. Ma senza prendere in giro.

Viola annuì. “Io intanto mi metto in porta.”

Riccardo sbuffò, ma si spostò. “Va bene, però poi non lamentatevi.”

Tommaso, fedele alla verità, si disse: non so come andrà. Ma so che è giusto provarci.

Capitolo 3

I primi minuti furono un caos allegro. Marta correva veloce e rideva quando la palla le scappava. Riccardo tirava sempre forte e poi faceva finta di non aver visto quando colpiva un cespuglio. Viola, in porta, era concentratissima: ginocchia piegate, occhi stretti come se stesse leggendo una frase difficile.

Tommaso passò la palla a Marta. “Vai!”

Marta calciò. La palla andò dritta, non fortissima, ma precisa. Viola si tuffò di lato e la parò con le mani. “Presaaaa!”

“Ehi!” Tommaso scoppiò a ridere. “Hai visto?”

Anche Riccardo, nonostante tutto, fece un mezzo sorriso. Poi però arrivarono due ragazzi più grandi, Matteo e Samir, e si piantarono vicino alle “porte” fatte con le felpe.

“Che succede qui?” chiese Matteo. “Squadra mista? Che roba è?”

Samir guardò Viola in porta. “Il portiere è una…?” Non finì la frase, ma il tono era come un dito puntato.

Viola abbassò lo sguardo. Marta si irrigidì. Tommaso sentì quel laccio invisibile che si impiglia: la paura di essere giudicati, tutti insieme.

“Allora,” disse Matteo, “ci mettiamo noi. Voi andate allo scivolo.”

Tommaso fece un passo avanti. Non era un passo da eroe, era un passo da ragazzo che non vuole perdere un'amicizia appena nata. “No. Stiamo giocando. E non è vostro il cortile.”

Matteo rise. “E tu chi sei, il sindaco?”

Riccardo guardò Tommaso, poi guardò Matteo. Sembrava indeciso, come quando sei a metà della scaletta dello scivolo: sali o scendi?

Tommaso parlò ancora, cercando di non alzare troppo la voce. “Non stiamo facendo niente di strano. Stiamo solo giocando insieme. Se volete, potete unirvi. Ma senza buttare fuori nessuno.”

Samir si grattò la nuca. “E se uno non vuole?”

“Allora gioca da un'altra parte,” disse Marta, sorprendente e ferma.

Viola, piano, aggiunse: “Io non sono un problema.”

Quelle parole caddero nel cortile come una pallina piccola, ma rimbalzò dentro Tommaso. “No,” disse lui, guardandola. “Il problema è prendere in giro.”

Matteo rimase zitto un secondo. Poi sbuffò. “Bah. Fate come vi pare.” Si allontanò, trascinando Samir.

La partita riprese, ma Tommaso sentiva il cuore battere ancora veloce. E insieme alla paura, una sensazione nuova: avevano difeso qualcosa di buono senza litigare davvero.

Capitolo 4

Quella sera, a cena, Tommaso raccontò tutto. Lo fece come sempre: senza aggiustare i dettagli per fare bella figura. Raccontò anche di quando aveva avuto paura, e di come gli era venuto da stringere la palla come se fosse uno scudo.

Il papà posò la forchetta. “Hai fatto bene a dire che potevano unirsi. È un modo intelligente di non chiudere la porta.”

La mamma annuì. “E com'è andata poi?”

“Meglio del previsto,” disse Tommaso. “Viola para davvero forte. E Marta… corre come un razzo. Però mi ha dato fastidio che Matteo facesse quelle facce, come se fosse vietato.”

La sorellina di Tommaso, Livia, che aveva otto anni e un talento speciale nel fare domande scomode, chiese: “Ma perché si dividono sempre? Chi lo decide?”

Tommaso si strinse nelle spalle. “Non lo so. Succede e basta.”

La mamma si asciugò le mani con il tovagliolo. “A volte le persone seguono abitudini vecchie senza pensarci. ‘I maschi fanno questo', ‘le femmine fanno quello'… Sono scorciatoie, ma spesso fanno male.”

Il papà aggiunse: “E ci sono anche persone che non si riconoscono in quelle etichette. Come Viola, forse. O magari no. L'importante è rispettare come ciascuno si sente.”

Tommaso restò un attimo in silenzio. “Io non voglio sbagliare le parole.”

“Puoi chiedere,” disse la mamma. “Con gentilezza. E se sbagli, puoi correggerti.”

Livia infilò un pisello sul bordo della forchetta come fosse una bandierina. “Io domani voglio provare lo scivolo al contrario.”

Il papà fece finta di svenire sulla sedia. “Lo scivolo al contrario? Scandalo!”

Risero tutti, e Tommaso si sentì più leggero. Non perché tutto fosse risolto, ma perché a casa sua le domande erano benvenute.

Prima di andare a dormire, Tommaso mandò un messaggio a Riccardo: Domani giochiamo ancora insieme? anche con Marta e Viola.

Dopo un minuto arrivò la risposta: Boh. Però Viola in porta è forte.

Tommaso sorrise. Per Riccardo, quello era quasi un discorso poetico.

Capitolo 5

Il giorno dopo, nel cortile, lo scivolo brillava sotto il sole come se avesse intenzione di essere protagonista. Tommaso arrivò con due bottigliette d'acqua e un'idea: non un grande piano, solo un piccolo gesto.

Marta era già lì con la corda. Viola sedeva sul bordo del marciapiede, i lacci delle scarpe slacciati. Riccardo palleggiava da solo, facendo finta di non guardare nessuno.

Tommaso si avvicinò a Viola. “Ehi. Come va?”

“Bene,” disse Viola. Poi aggiunse, piano: “Ieri… grazie.”

Tommaso scosse la testa. “Non devi ringraziare. Cioè… è normale.”

Viola lo guardò con un mezzo sorriso. “Magari lo fosse sempre.”

Tommaso deglutì. “Se ti va, oggi facciamo una cosa diversa. Un gioco vicino allo scivolo, ma… misto. Così non sembra ‘il calcio dei maschi' o ‘la corda delle femmine'. Solo un gioco.”

Marta si avvicinò, curiosa. “Che gioco?”

Tommaso indicò lo scivolo. “Staffetta. Si sale, si scende dallo scivolo, si corre fino alla palla, si fa un passaggio a chi vuoi e si torna. Squadre miste. E chi non vuole scendere dallo scivolo può fare il passaggio o tenere il tempo.”

Riccardo si fermò. “E io?”

“Tu sei bravo a organizzare,” disse Tommaso, perché era vero. “Fai l'arbitro del tempo. E poi giochi anche.”

Riccardo si gonfiò un po', come un palloncino che ha ricevuto aria buona. “Va bene. Però se qualcuno bara, io fischio.”

“Fischia pure,” disse Marta. “Tanto ti piace.”

Viola rise, e quella risata sembrò aprire uno spazio nel cortile.

Arrivarono anche altri ragazzi, attirati dal movimento. Alcuni guardarono storto, ma quando videro che era divertente—e che nessuno veniva preso in giro—si unirono.

A metà della staffetta, Matteo ricomparve. Restò a guardare, indeciso. Tommaso sentì un pizzico di tensione, come una nuvola piccola.

Riccardo, sorprendentemente, gli gridò: “Oh, Matteo! Vuoi fare una manche? Ti serve uno che corre veloce.”

Matteo fece finta di nulla. Poi disse: “Solo una.”

“Solo una,” confermò Riccardo, serio come un giudice.

Matteo corse. Scese dallo scivolo quasi saltando, fece un passaggio a Marta e, quando lei segnò un punto immaginario tra due sassi, Matteo si lasciò scappare una risata.

“Non male,” ammise, senza guardare nessuno in particolare.

Viola gli passò accanto e disse tranquilla: “Visto? Non mordo.”

Matteo arrossì. “Lo so.”

Non diventò all'improvviso gentile come in un film, ma smise di fare facce. E nel cortile, a volte, è già un inizio.

Capitolo 6

Quando il sole cominciò a scendere dietro i palazzi, la staffetta finì con tutti seduti sull'erba o sul bordo della sabbiera, sudati e contenti. Lo scivolo, finalmente, non divideva: univa, come una piccola montagna da condividere.

Riccardo bevve un sorso d'acqua e disse: “Ok, lo ammetto. È stato… forte.”

Marta gli diede una gomitata leggera. “Hai visto che non ti si è staccato il certificato da maschio?”

Riccardo rise. “Spiritosa.”

Viola guardò Tommaso. “Posso dire una cosa?”

“Certo,” disse lui.

“A me non piace quando la gente decide cosa dovrei fare solo perché sembro in un certo modo,” disse Viola, scegliendo le parole con cura. “O quando mi chiedono se sono ‘una cosa' o ‘un'altra'. A volte io stessa non ho voglia di spiegarlo. Vorrei solo… giocare.”

Tommaso annuì. “Ha senso.”

Matteo, seduto un po' in disparte, disse piano: “Io ieri ho esagerato. Non ci avevo mai pensato. A casa mia… mio padre dice sempre che certe cose sono da femmine.”

Tommaso lo guardò. “E tu puoi pensarla diversa.”

Matteo si grattò la guancia. “Sì. È che… ci vuole un attimo per cambiare.”

“Un attimo alla volta va bene,” disse Marta. “Basta iniziare.”

Si alzarono tutti. Prima di andare via, Riccardo raccolse le felpe-porta e le piegò. “Domani facciamo ancora staffetta?”

“Domani,” disse Tommaso, “e magari anche una partita. Mista. Con regole chiare: niente prese in giro.”

Viola fece un cenno. “E chi vuole fare il portiere, fa il portiere.”

“Esatto,” disse Tommaso.

Quella sera, mentre si infilava sotto le coperte, Tommaso ripensò al cortile vicino allo scivolo: a quel vuoto in mezzo che, piano piano, si era riempito di passi, risate e passaggi.

Capì che l'uguaglianza non era una parola enorme da dire in un discorso. Era un gesto concreto: invitare, ascoltare, chiedere scusa, fare spazio. E soprattutto permettere a ciascuno di essere se stesso, senza dover recitare una parte.

Chiuse gli occhi con una sensazione tranquilla: domani non sarebbe stato perfetto, ma sarebbe potuto essere un po' più giusto. E questo, per addormentarsi, era un pensiero bellissimo.

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Suono leggero e sottile, come foglie o stoffa che si muovono.
Tiglio
Albero con foglie a cuore e fiori profumati, spesso nei parchi.
Borbottò
Parlare a bassa voce, contrariato o scontento, quasi mormorando.
Smorfia
Espressione del viso che mostra disgusto, sorpresa o dubbio.
Dribblò
Superare un avversario nel gioco con una finta o un movimento rapido.
Palleggiava
Far rimbalzare o passare la palla usando i piedi o le mani.
Irrigidì
Diventare teso o fermarsi, spesso per sorpresa o paura.
Si tuffò
Gettarsi con forza in avanti o di lato, soprattutto per raggiungere qualcosa.
Prendere in giro
Deridere o fare scherzi su qualcuno per farlo sentire ridicolo.
Staffetta
Gara a turni in cui ogni partecipante corre e passa il turno a un compagno.
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