Capitolo 1: Un principe molto calmo e una risata che scappa
C'era una volta un regno incantato dove le fontane non buttavano acqua ma bollicine frizzanti, e i fiori facevano “sniff!” quando li annusavi, come se avessero il raffreddore. Il cielo aveva un azzurro che sembrava dipinto con un pennello di zucchero filato, e perfino le nuvole ogni tanto facevano la forma di un panino.
In quel regno viveva il principe Tito. Non era il tipo che correva ovunque gridando “Avventura!” ogni cinque minuti. Tito era calmo, calmissimo: quando qualcuno diceva “Che fretta!”, lui rispondeva con gli occhi tranquilli “La fretta inciampa”. E infatti non inciampava quasi mai. Camminava come una barca su un laghetto: piano, dritto, senza schizzi.
Un mattino, mentre Tito attraversava il corridoio del castello, sentì una risata scappare da sotto una porta. Proprio scappare, come una saponetta: “Pfff!” e via.
Tito si fermò. Il corridoio era lungo e lucido, e le armature ai lati sembravano ascoltare. Una di loro aveva anche un piumetto sulla testa che tremava come se stesse ridendo.
Il principe appoggiò l'orecchio alla porta. Da dentro arrivavano suoni strani: “Tump! Tump!” e poi “Hi-hi!” e poi, come se qualcuno avesse starnutito in rima: “Etciù… blu!”
Aprì piano e trovò la sala di ripetizione del castello. Non una sala per contare fino a dieci, ma una sala dove si provavano spettacoli, balli, musiche e inchini. C'erano specchi grandi come porte, un pavimento liscio come una caramella e tende rosse che sembravano fare “Ooh!” per la sorpresa.
Al centro della sala c'era la fata Birillina, piccola e brillante come una lucciola, che sventolava una bacchetta. Accanto a lei, tre paggi provavano a fare una pirouette. Solo che, invece di girare eleganti, rimbalzavano come palline di gomma. “Boing… boing… BOING!”
“Stop!” disse Birillina, ma lo disse ridendo, quindi suonò come “S-top-ihi!”
Tito tossì con gentilezza, come un campanellino che chiede permesso. Birillina si girò e fece un inchino così profondo che quasi si infilò nella sua stessa gonna.
“Principe Tito! Che onore! Stiamo… ehm… stiamo provando una magia importantissima.”
“Lo vedo,” disse Tito, guardando un paggio appiccicato a uno specchio come una figurina. “Una magia molto… adesiva.”
Birillina arrossì, e il suo rossore fece una scintilla. “È colpa della mia Bacchetta del Buonumore. Doveva far ridere durante la Festa delle Fiabe Classiche, ma ha esagerato. Ogni risata diventa una… una cosa!”
Come per dimostrarlo, un paggio rise “Ha!” e gli spuntarono due baffi finti, lunghi e arricciati, che gli solleticarono le guance. Il paggio starnutì e i baffi si trasformarono in due piume.
Tito restò calmo. Calmo come una tazza di latte tiepido. “Capisco. Serve ordine. Serve… squadra.”
Birillina annuì così forte che le sue campanelle fecero “ding-ding-ding”, come se applaudissero.
Il principe guardò la sala, gli specchi, le tende, i paggi che facevano “boing” e “ding”. E decise una cosa importante, con la calma di chi mette un biscotto nel tè senza farlo affondare.
“Da oggi,” disse, “nomino un Cavaliere del Sorriso.”
I paggi si fermarono a metà rimbalzo. Birillina spalancò gli occhi. “Un Cavaliere del Sorriso?”
“Sì,” disse Tito. “Un cavaliere che difende le risate… ma senza farle scappare in giro a combinare pasticci.”
E mentre lo diceva, una risata piccola e birichina uscì da sotto una panca e si infilò nella tasca del principe, come se avesse trovato casa.
Capitolo 2: La nomina del Cavaliere del Sorriso e l'oggetto che fa “plop”
Tito non aveva bisogno di un vero cavallo per nominare un cavaliere. Nel regno incantato bastava un gesto, una promessa e una piuma che svolazzava nel punto giusto. E quella piuma arrivò subito: venne dal soffitto, lenta lenta, come se stesse pensando.
Il principe chiamò a raccolta la sua piccola squadra: Birillina la fata, Mino il paggio più veloce (anche se era veloce soprattutto nel cadere), Lina la paggia più attenta (che prendeva appunti anche quando non c'era nulla da scrivere), e il cuoco Ubaldo, perché nel castello il cuoco arrivava ovunque, attirato dai rumori come un cucchiaio dalla minestra.
“Serve spirito di squadra,” disse Tito. “Uno da solo inciampa. Insieme… ci si tiene per mano.”
Mino alzò la mano. “Io posso tenere due mani! Anche tre, se mi prestano una mano in più.”
Ubaldo mise il naso in aria. “Io posso portare biscotti. I biscotti risolvono molte cose. Quasi tutte. Anche i baffi finti, se li mastichi piano.”
Birillina indicò la bacchetta. “Il problema è questo. Ogni volta che qualcuno ride, la magia scappa e fa… cose.”
Lina aprì il suo quaderno e scrisse “Cose” in grande, poi lo sottolineò tre volte.
Tito si avvicinò a una vecchia cassa in fondo alla sala di ripetizione. Sopra c'era scritto “Attrezzi per spettacoli: non agitare.” Sotto, in più piccolo: “Davvero.”
Tito la aprì e trovò un oggetto curioso: uno scudo rotondo, di legno leggero, dipinto con una faccia sorridente. Aveva due buchi per gli occhi e una bocca larga. Sembrava uno scudo che rideva.
Appena Tito lo toccò, lo scudo fece “plop” come una bolla che scoppia, e la faccia sorridente… sorrise ancora di più.
“Perfetto,” disse il principe. “Questo sarà lo Scudo del Sorriso. Con questo, il Cavaliere del Sorriso potrà raccogliere le risate scappate e riportarle al loro posto.”
“E chi sarà il cavaliere?” chiese Mino, già in punta di piedi.
Tito guardò tutti. Poi si guardò nello specchio: non per vanità, ma per controllare che non avesse baffi finti. Tutto a posto.
“Lo sarò io,” disse, semplice. “Ma non da solo. Un cavaliere senza squadra è come una risata senza compagnia: fa meno effetto.”
Birillina applaudì, ma ogni battito di mano faceva uscire una piccola scintilla che faceva “tic!” sul pavimento. Ubaldo si mise a ridere e, immediatamente, dal suo cappello spuntò una ciliegia enorme. Enorme come un cuscino.
“Ops,” disse Ubaldo, guardando la ciliegia. “Chi l'ha messa qui? Io no. Io metto ciliegie solo sulle torte.”
La ciliegia rimbalzò: “Pum… pum…” e finì dentro un secchio vuoto, perfetto come se avesse preso la mira.
“Ecco,” sospirò Birillina. “Questa è la Bacchetta del Buonumore quando è troppo felice.”
Tito si mise lo scudo al braccio. Non era pesante: sembrava fatto di risate pressate. Poi prese un elmo da teatro, più simile a una pentola lucida che a un elmo vero, e lo indossò con serietà. Mino lo guardò e disse piano: “Sembra un cavaliere… che ha perso la pentola e l'ha trovata.”
Tito non si offese. Anzi, la sua calma aveva una piccola piega di divertimento, come una coperta che fa una grinza.
“Bene,” disse. “Prima prova: riportiamo in ordine la sala di ripetizione. Se riusciamo qui, possiamo riuscire ovunque.”
Birillina sollevò la bacchetta. “Prometto di sventolarla piano.”
E la bacchetta fece “sciiii”, come una scopa gentile.
Capitolo 3: Prove, pasticci gentili e una risata sotto il tappeto
La sala di ripetizione diventò un piccolo mondo. Gli specchi riflettevano tutti, e ogni riflesso sembrava voler partecipare. Le tende rosse tremolavano come se avessero il solletico. E il pavimento… il pavimento era così liscio che perfino i pensieri scivolavano.
Tito organizzò la squadra con calma e chiarezza.
“Mino,” disse, “tu controlli gli angoli. Le risate scappate amano gli angoli, perché lì possono fare capriole senza farsi vedere.”
Mino fece un saluto troppo energico e quasi scivolò. “Agli ordini! Angoli! Arrivo!” E partì come una freccia morbida, cioè veloce ma un po' storta.
“Lina,” continuò Tito, “tu annoti cosa succede. Così capiamo la magia.”
Lina annuì e scrisse: “La magia: fa cose. Le cose: fanno plop.”
“Ubaldo,” disse Tito, “tu porti biscotti. Ma… non ridere troppo mentre li porti.”
Ubaldo fece una faccia serissima, la faccia di chi sta per assaggiare una zuppa troppo calda. “Io? Ridere? Mai.” Poi vide la sua ciliegia enorme nel secchio e gli scappò un “hi”. Subito, dal grembiule spuntò un cucchiaio che cantava “la-la-la”.
Ubaldo gli mise una mano sopra. “Zitto, cucchiaio. Non è il momento. Non è il momento.”
Birillina, intanto, provava a “richiamare” le risate con un piccolo incantesimo. Non uno difficile, solo una filastrocca:
“Risatina, risatella,
torna qui nella scodella,
non nel secchio, non sul muro,
qui nel cuore, piano e sicuro.”
Ogni volta che diceva “risatella”, le tende facevano “fru-fru” come ali di farfalla. Ogni volta che diceva “scodella”, il cucchiaio di Ubaldo provava a fare un inchino.
Tito camminava lentamente con lo Scudo del Sorriso davanti a sé. Lo scudo, a volte, tremava leggermente, come se sentisse il solletico: segno che una risata scappata era vicina.
All'improvviso, lo scudo fece “prrr” come un motorino stanco. Tito si fermò.
“Sotto il tappeto,” disse.
E infatti, dal bordo del tappeto usciva una risatina sottile, come il fischio di un tegame: “Hihihi…”
Mino arrivò di corsa e si buttò a pancia in giù. “La prendo io!” disse, e infilò il braccio sotto il tappeto. “Ahi! No, non morde. Mi fa il solletico!”
Lina annotò: “Le risate non mordono. Solleticano. Importante.”
Birillina sventolò la bacchetta con delicatezza. Troppa delicatezza, forse. La risatina si gonfiò e diventò una bolla trasparente con dentro… un cappello a cilindro. La bolla fluttuò in aria e il cappello fece un inchino.
Ubaldo guardò il cappello e mormorò: “Mi serve per servire la zuppa? No, quello è un mestolo. Scusa, cappello.”
Tito alzò lo scudo. “Scudo del Sorriso, fai il tuo lavoro. Piano, eh.”
Lo scudo sorrise (sì, sorrise ancora) e fece un suono come una calamita felice: “Zup!”
La bolla con la risata e il cappello venne attirata verso lo scudo. “Zup… zup…” e poi “plin!”, sparì dentro la faccia sorridente, come se lo scudo avesse una tasca segreta.
Tito sentì una piccola vibrazione al braccio, come un gatto che fa le fusa. “Una risata recuperata,” disse.
Tutti fecero un piccolo applauso. Anche gli specchi, sembrava: riflettevano le mani in modo così preciso che pareva un applauso doppio.
Ma l'applauso fece ridere Mino. E il suo ridere fece comparire… una pianta di pomodori in mezzo alla sala. Una pianta alta, con pomodori rossi come bottoni.
Mino strabuzzò gli occhi. “Io non ho piantato niente! Io pianto solo… confusione.”
Ubaldo si avvicinò, commosso. “Pomodori! Che meraviglia! Però… perché in sala di ripetizione?”
Birillina sospirò, ma sorrise. “La magia è gentile. Non fa dispetti cattivi. Solo… dispetti buffi.”
Tito annuì. “Allora risolviamo insieme, passo dopo passo. Nessuno da solo.”
Lina alzò il quaderno. “Propongo: spostare pomodori. E non ridere mentre li spostiamo.”
Mino cercò di non ridere, ma la pianta sembrava fargli il solletico solo a guardarla. Tito, calmo, diede il ritmo: “Uno, due… uno, due…” come una marcia lenta. E, seguendo quel ritmo, la squadra sollevò la pianta di pomodori e la portò vicino alla finestra, dove il sole poteva farle un saluto.
La sala tornò quasi normale. Quasi.
Perché, dal lampadario, scese una piccola risata con le ali. Aveva ali di farfalla, minuscole, e faceva “hihi” come un campanello timido.
Tito sollevò lo scudo. “Questa è per me,” disse. “Ma voi restate vicino. Un cavaliere del sorriso… ha bisogno della sua squadra per sorridere bene.”
Capitolo 4: La Festa delle Fiabe Classiche e il saluto ai remparts
Arrivò il giorno della Festa delle Fiabe Classiche. Nel regno incantato era una festa importante: si ricordavano le storie di castelli, boschi gentili, fate curiose e draghi che, al massimo, facevano solo starnuti di coriandoli.
Il cortile del castello era pieno di bandiere che svolazzavano come pesci colorati. I musicisti accordavano strumenti che sembravano fatti di legno e miele. E, sopra tutto, si sentiva un'eccitazione allegra, come quando una torta sta per uscire dal forno.
Prima dello spettacolo, Tito portò la squadra nella sala di ripetizione per un'ultima prova. Le tende rosse parevano più educate. Gli specchi, più tranquilli. Persino il pavimento sembrava meno scivoloso, come se avesse promesso di comportarsi bene.
Birillina guardò la bacchetta e disse piano: “Bacchetta del Buonumore, oggi devi far ridere… ma con ordine.”
La bacchetta fece un luccichio come per dire: “Va bene. Va bene.”
Tito, con lo Scudo del Sorriso al braccio e l'elmo-pentola in testa, sembrava un cavaliere davvero strano, ma molto affidabile. E questa cosa fece ridere tutti nel modo giusto: non una risata che scappa, ma una risata che resta vicina.
Durante lo spettacolo, la magia fece qualche scherzo piccolo: a un certo punto, una sedia fece “squitt!” e si spostò da sola di due passi, come se ballasse. Un nastro si annodò a forma di cuore. Un violino fece un suono che pareva “miao”. Tutti risero, ma nessuno perse il controllo.
Ogni volta che una risata provava a volare via, lo scudo faceva “zup” e la riportava indietro, delicatamente, come si riporta a casa un palloncino che ha perso la strada.
Mino, Lina e Ubaldo aiutavano senza confusione. Mino indicava dove la magia frizzava. Lina segnava mentalmente i momenti in cui ridevano di più, così dopo potevano ripeterli. Ubaldo distribuiva biscotti con serietà, come se fossero medaglie. Birillina, con la sua voce di campanellino, guidava tutto con filastrocche brevi e allegre.
E Tito, sempre calmo, faceva il cavaliere del sorriso nel modo più buffo e più bello: senza comandare troppo, ma mettendo insieme le forze di tutti, come si mettono insieme i pezzi di un puzzle.
Alla fine, lo spettacolo riuscì. Riuscì così bene che anche le armature nel corridoio sembravano più dritte, come se avessero applaudito dentro il metallo.
Quando il sole cominciò a scendere e il cielo diventò rosa, Tito portò la squadra sui remparts, i bastioni del castello. Da lì si vedeva tutto il regno: i campi lucidi, i tetti allegri, le fontane di bollicine che facevano “pss-pss” come risatine di soda.
Tito si appoggiò al parapetto. Il vento gli scompigliò un po' i capelli, e anche l'elmo-pentola fece “tlin” piano piano, come un campanellino stanco e contento.
“Abbiamo fatto un buon lavoro,” disse. “Insieme.”
Mino annuì. “Da solo avrei inseguito le risate e sarei finito… dentro un secchio. O dentro uno specchio.”
Lina chiuse il quaderno. “Confermo. In squadra: meno secchi. Più sorrisi.”
Ubaldo porse un biscotto a ciascuno. “Per festeggiare. E… prometto di ridere con moderazione.”
Birillina guardò la bacchetta, che ora luccicava tranquilla. “È stato lo spirito di squadra. La magia si calma quando si sente in compagnia.”
Tito sollevò lo scudo. La faccia dipinta sembrava soddisfatta, come se avesse mangiato una buona zuppa di risate. Il principe fece un piccolo inchino verso il regno, e la squadra lo imitò.
Poi Tito disse: “Facciamo un saluto ai remparts. Un saluto che tenga dentro tutte le risate, ma le lasci brillare negli occhi.”
E così, sui bastioni, i quattro e la fata salutarono. Salutarono il regno, salutarono il cielo, salutarono le fontane frizzanti. Il vento portò via il loro saluto come una canzone leggera, e le risate restarono al posto giusto: vicine, calde, in squadra.
E mentre la sera arrivava piano, piano, la storia rallentò come una ninna nanna allegra, e il castello rimase lì, tranquillo e sorridente, con un Cavaliere del Sorriso che sapeva una cosa semplice: insieme si ride meglio.