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Storia sulla povertà 11/12 anni Lettura 19 min.

Goccia a goccia, grazie a grazie

Tommaso scopre, grazie a piccoli gesti e alle persone del suo condominio, quanto conta risparmiare e rispettare l’acqua, imparando a trasformare preoccupazioni in gesti di cura e gratitudine.

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Un ragazzo di 12 anni, espressione determinata e dolce, viso rotondo, capelli castani corti un po’ scompigliati, tiene un grande bicchiere di vetro sotto un rubinetto che gocciola; è leggermente inclinato, sguardo concentrato, postura attenta. La madre (circa 35–40 anni) è seduta a un piccolo tavolo da cucina sullo sfondo, viso stanco ma sollevato, capelli raccolti, guarda delle bollette con una mano sul petto. Una vicina (Amina, circa 50 anni) è nell’anta della porta con una sciarpa colorata al collo, tiene una piccola tanica blu, sorriso calmo e benevolo, vicino al ragazzo ma in disparte. Ambientazione: piccola stanza bagno/cucina di un vecchio appartamento urbano, piastrelle consumate crema e blu, lavabo smaltato con rubinetto cromato che gocciola, asciugamano appeso, pianta sul davanzale, luce calda e soffusa. Situazione: il ragazzo raccoglie ogni goccia nel bicchiere; gocce visibili, bicchiere a metà, atmosfera intima e solenne ma piena di speranza. Stile grafico: colori piatti e contrastati, contorni netti, leggere texture carta, composizione semplice e leggibile, focus sulle mani e sul bicchiere, espressioni calde. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il rubinetto che canta

Tommaso aveva undici anni e un modo tranquillo di guardare il mondo, come se ogni cosa meritasse un secondo in più. Abitava con sua mamma in un appartamento piccolo ma ordinato, al terzo piano di un palazzo un po' vecchio. Il pianerottolo profumava sempre di detersivo e minestra: qualcuno puliva, qualcuno cucinava, e quei profumi si mescolavano come una canzone.

Quella mattina il rubinetto del bagno faceva un rumore strano: non gocciolava, proprio cantava. “Tic… tic… tic…” con una pazienza infinita.

— Sembra un metronomo — disse Tommaso, mentre si lavava i denti.

Mamma sorrise, ma aveva le occhiaie leggere di chi conta le ore e le monete. — Sì, e alla fine quel metronomo lo paghiamo noi. L'acqua costa, Tommy.

Tommaso spense il rubinetto a metà, poi lo richiuse bene. Si guardò allo specchio: i capelli scuri ancora arruffati, la maglietta del giorno prima, lavata e stesa sul termosifone.

A colazione c'erano pane tostato e marmellata, poca ma lucida come un vetro arancione. Mamma versò il tè in due tazze sbeccate. — Oggi passa il tecnico a controllare la caldaia. E dobbiamo stare attenti con le bollette, d'accordo?

Tommaso annuì. Non era una frase nuova, ma ogni volta gli sembrava diversa, come quando si rilegge una pagina e si capisce un dettaglio in più.

A scuola, in corridoio, sentì due compagni parlare della piscina comunale.

— Mio padre mi ha preso il biglietto mensile! — vantò Luca.

— Io ci vado due volte a settimana — aggiunse Marco.

Tommaso fece un sorriso piccolo. Non disse che lui la piscina non la vedeva da mesi. Non perché gli mancasse l'acqua addosso: perché a casa sua ogni spesa aveva un posto in fila, e quella era in fondo, molto in fondo.

In classe arrivò una novità: la professoressa di scienze, la signora De Angelis, portò una scatola con dentro dei misurini e una caraffa trasparente.

— Questa settimana parliamo di risorse — disse. — E di una parola che a volte dimentichiamo: “gratitudine”. Non è solo dire grazie. È accorgersi.

Tommaso alzò gli occhi dalla cartellina. “Accorgersi.” Gli piacque.

La prof appoggiò la caraffa sulla cattedra. — Sapete quanta acqua serve per una doccia lunga? E per lavarsi i denti col rubinetto aperto?

La classe mormorò. Tommaso pensò al rubinetto che cantava.

Quando tornò a casa, sul tavolo c'era una busta con le bollette. Mamma non disse niente, ma la posò vicino al portapenne, come si fa con un oggetto che pesa.

Tommaso si avvicinò al bagno e ascoltò. “Tic… tic… tic…”

— Mamma — disse piano — vuoi che metta un bicchiere sotto, almeno finché non lo aggiustiamo?

Mamma lo guardò, sorpresa e contenta insieme. — È un'ottima idea.

Tommaso prese un bicchiere alto e lo sistemò sotto il beccuccio. Il tic continuò, ma ora faceva nascere gocce dentro un vetro. Sembrava meno triste.

Capitolo 2 — La tanica della signora Amina

Il giorno dopo, tornando da scuola, Tommaso trovò la signora Amina sul pianerottolo. Era la vicina del secondo piano: portava spesso una sciarpa colorata e rideva con gli occhi.

Accanto a lei c'era una tanica grande, di plastica, con un tappo blu.

— Buongiorno, Tommaso — disse. — Mi dai una mano a portarla dentro? È pesante come un elefante piccolo.

Tommaso rise. — Certo.

Sollevò la tanica: era davvero pesante. — Dentro c'è… acqua?

— Sì — rispose Amina. — L'ho riempita ieri sera alla fontanella pubblica. Nel mio appartamento oggi l'acqua calda non va. Succede ogni tanto.

Tommaso spalancò gli occhi. — Ma… allora come fate?

Amina fece spallucce con dignità. — Si fa. Scaldiamo un po' d'acqua sul fornello, ci laviamo a pezzi, come dice mio figlio: “a zone”. E si usa la stessa acqua con attenzione. Niente sprechi.

“A zone” gli fece ridere, ma gli rimase in testa come un'etichetta.

Entrarono in casa di Amina. Era piccola come la sua, ma piena di piante in barattoli di vetro e scatole riutilizzate. Sul tavolo c'era un quaderno con numeri e colonne.

Amina seguì il suo sguardo. — È il mio “libro dei conti”. Scrivo tutto: pane, autobus, luce. Così non mi spavento. Quando sai dove va ogni cosa, la paura diventa più piccola.

Tommaso pensò alle bollette sul tavolo di mamma. La paura, a casa sua, faceva spesso rumore, come un frigorifero vecchio.

— Vuoi un biscotto? — chiese Amina. — Sono semplici, ma profumano di cannella. La cannella fa sembrare ricco anche un pomeriggio normale.

Tommaso ne prese uno. — Grazie.

Amina lo guardò. — Sai, dire “grazie” è bello. Ma ancora più bello è sapere per cosa lo dici.

Tommaso ci pensò, masticando. — Per… il biscotto. E perché mi hai parlato.

Amina annuì. — Bravissimo.

Quando tornò a casa, raccontò tutto a mamma, anche dell'acqua “a zone”.

Mamma ascoltò, poi disse: — La signora Amina è una persona forte. E gentile. Potremmo aiutarla?

Tommaso si sentì caldo dentro. — Potremmo prestarle la nostra doccia, quando vuole… se non è strano.

Mamma sorrise. — Non è strano se lo fai con rispetto. Possiamo chiederle.

Poi Tommaso andò in bagno e vide il bicchiere sotto il rubinetto: era mezzo pieno.

Prese una piantina piccola sul davanzale, una che sembrava sempre sul punto di arrendersi. Versò quell'acqua gocciolata nel terriccio.

— Ecco — sussurrò. — Non sprechiamo.

La pianta non rispose, ma sembrò un po' più dritta.

Capitolo 3 — Il progetto “Goccia a goccia”

A scuola, la professoressa De Angelis scrisse alla lavagna: “Goccia a goccia”.

— Faremo un progetto di classe — annunciò. — Non per prendere un voto, ma per fare una cosa utile. Misureremo quanta acqua si può risparmiare con piccoli gesti quotidiani. E poi lo racconteremo agli altri.

Tommaso alzò la mano. — Possiamo anche parlare di chi non ne ha abbastanza?

La prof lo guardò con attenzione. — Sì, ma con delicatezza. Non per far pena, ma per capire.

Luca sbuffò. — Ma dai, l'acqua esce dal rubinetto. Basta aprirlo.

La prof appoggiò il gesso. — Non sempre. E anche quando esce, non è “gratis”. Ci sono famiglie che devono scegliere tra una bolletta e un'altra. E nel mondo ci sono posti dove l'acqua potabile è lontana.

Tommaso pensò alla tanica di Amina, al suo peso.

Quel giorno lavorarono a gruppi. Tommaso finì con Giulia, una ragazza precisa, e con Samir, che faceva battute quando si imbarazzava.

— Ok — disse Giulia, aprendo il quaderno. — Idee concrete.

Samir alzò un sopracciglio. — Tipo non fare la doccia per tre settimane?

— Tipo no — rispose Tommaso, serio. — Tipo chiudere il rubinetto mentre ti insaponi. O usare un bicchiere per lavarti i denti.

Giulia scrisse. — E raccogliere l'acqua fredda mentre aspetti che diventi calda. La usi per pulire o per le piante.

Samir fece un fischio. — Questa è da ninja dell'acqua.

Tommaso sorrise. — Mia mamma la farebbe, se glielo propongo.

La prof passò tra i banchi. — Ricordate: non è una gara a chi sacrifica di più. È un allenamento a rispettare.

Nel pomeriggio, a casa, Tommaso portò una bacinella in bagno. La mise sotto la doccia.

— Che fai? — chiese mamma, entrando.

— Raccolgo l'acqua mentre aspettiamo quella calda. Poi la usiamo per lavare il pavimento.

Mamma lo osservò come se stesse vedendo una versione nuova di lui. — Va bene. Facciamolo insieme.

La sera, quando mamma fece la doccia, Tommaso entrò dopo e vide la bacinella piena di acqua fredda e pulita. La sollevò con attenzione: pesava, ma non come una tanica. La portò in cucina.

— Non rovesciarla! — disse mamma, ridendo piano.

— Sì, signora comandante.

Risero entrambi, e la risata fece sembrare l'appartamento più grande.

Più tardi, Tommaso scrisse sul quaderno: “Risparmiare acqua = accorgersi. Non è triste. È intelligente.”

Prima di dormire, sentì ancora il tic del rubinetto. Il bicchiere era quasi pieno.

— Domani lo svuoto in una bottiglia — disse. — Così la usiamo tutta.

Mamma gli sistemò la coperta. — Sai cosa mi piace? Che tu non lo fai per paura. Lo fai perché hai capito.

Tommaso chiuse gli occhi. — E perché voglio dire grazie… anche quando non c'è molto.

Capitolo 4 — Una visita e una piccola vergogna

Il sabato arrivò il tecnico della caldaia, un uomo con una cassetta degli attrezzi che sembrava una valigia di metallo.

— Allora, dov'è il malato? — chiese, indicando il bagno.

Mamma lo accompagnò. Tommaso rimase in cucina, ma ascoltava il clac dei ferri e le parole smozzicate.

Guarnizione consumata… — disse il tecnico. — Serve cambiarla. Niente di grave, ma se continua a gocciolare, sono litri.

“Litri” sembrava una parola enorme.

Quando il tecnico se ne andò, mamma sospirò. — Ci costerà un po', ma almeno si risolve.

Tommaso annuì e poi, con un gesto rapido, aprì il salvadanaio a forma di razzo. Ne uscì un mucchio di monete e due banconote stropicciate.

— Le prendi tu — disse. — Per la guarnizione.

Mamma si bloccò. — Tommaso, no. Sono i tuoi soldi.

— Li avevo messi da parte per le cuffie nuove — ammise lui. Sentì un pizzico di vergogna: non per le cuffie, ma perché sembravano improvvisamente una cosa lontana e un po' sciocca. — Però… l'acqua serve a tutti.

Mamma gli prese le mani. — Grazie. Ma useremo solo una parte, d'accordo? E le cuffie arriveranno. Magari più tardi, ma arriveranno.

Tommaso respirò. Non era un “no” duro. Era un “insieme”.

Nel pomeriggio arrivò Luca per fare i compiti. Portava uno zaino nuovo, con le cerniere lucide.

— Che odore di bucato — disse entrando. Poi vide il razzo-salvadanaio aperto sul tavolo. — Stai contando i soldi? Per cosa?

Tommaso esitò. Sentiva la lingua diventare secca. — Per… una riparazione.

Luca fece spallucce. — Ah. Mio padre chiama l'idraulico e basta.

Tommaso si morse l'interno della guancia. Avrebbe voluto dire: “Non è così semplice per tutti.” Ma non voleva fare una lezione a Luca. Non voleva nemmeno sentirsi diverso.

Invece disse: — Sì. Anche noi lo chiamiamo. Però intanto cerchiamo di non sprecare.

Luca lo guardò come se avesse detto una cosa strana e allo stesso tempo interessante. — Tipo?

Tommaso prese un foglio e disegnò un rubinetto. — Vedi? Se lo lasci aperto mentre ti lavi i denti, l'acqua scappa via senza salutare. Se usi un bicchiere, resta con te.

Luca rise. — “Senza salutare” è forte.

— È vero — disse Tommaso. — È come buttare via merenda.

Luca si fece serio un attimo. — Mio nonno dice sempre: “Non buttare il pane.” Forse vale anche per l'acqua.

Tommaso annuì. Dentro di lui, la piccola vergogna si sciolse un po'. Parlare senza accusare era come aprire una finestra.

Quando Luca se ne andò, Tommaso portò giù la spazzatura e incontrò Amina sul pianerottolo.

— Ciao, campione — disse lei. — Oggi l'acqua calda è tornata. Ma grazie per ieri. Mio figlio era contentissimo della vostra proposta.

Tommaso si grattò la nuca. — Non abbiamo fatto molto.

Amina sorrise. — A volte “molto” è una parola gonfia. “Abbastanza” è più vera.

Tommaso pensò: “Abbastanza” è anche una forma di gratitudine.

Capitolo 5 — Il cartellone e le mani pulite

A scuola, il progetto “Goccia a goccia” prese forma. La classe preparò un cartellone enorme, con disegni e frasi.

Giulia scrisse in alto: “Piccoli gesti, grande rispetto”.

Samir disegnò un supereroe con un mantello fatto di asciugamano. Sotto scrisse: “Capitan Risparmio: chiude il rubinetto più veloce della luce”.

— Questo fa ridere — disse la prof, — ma è anche vero. L'umorismo aiuta a ricordare.

Tommaso propose una sezione: “Non tutti partiamo dallo stesso punto”. Fece un disegno di una fontanella e di un rubinetto, poi una strada tra i due.

— Possiamo scrivere che alcune persone devono organizzarsi di più — spiegò. — Non perché sono meno brave, ma perché hanno meno strumenti. E che chiedere aiuto non è vergognoso.

La prof annuì. — È un messaggio importante.

Il giorno della presentazione, la classe andò in palestra. C'erano altre classi, alcune più piccole. Tommaso teneva in mano un barattolo con dentro una quantità d'acqua misurata: era “l'acqua risparmiata in una settimana” da tre famiglie che avevano provato i consigli.

— Sembra poca — sussurrò Samir.

— Aspetta — disse Tommaso. — Se la moltiplichi per un mese, e poi per tante famiglie, diventa tanta.

Quando fu il loro turno, Tommaso parlò al microfono. La voce gli tremò un po', ma era una tremarella buona.

— Io mi sono accorto di una cosa — disse. — L'acqua non è solo una cosa che usi. È una cosa che ricevi. E quando ricevi qualcosa, puoi dire grazie in due modi: con le parole e con le azioni.

Mostrò il barattolo. — Questo è un grazie.

Alla fine ci fu un applauso, non enorme ma sincero. Tommaso si sentì leggero.

Nel pomeriggio, mamma lo portò al mercato rionale. I banchi erano colorati, con montagne di arance e cassette di verdure un po' ammaccate ma profumate.

— Prendiamo queste — disse mamma, scegliendo pomodori maturi. — Costano meno e sono buonissimi. Non dobbiamo buttare via le cose solo perché non sono perfette.

Tommaso annuì. Il venditore aggiunse un mazzetto di basilico.

— Regalo — disse. — Perché mi piace quando la gente non spreca.

Mamma ringraziò. Tommaso inspirò il basilico: quell'odore era come estate in miniatura.

A casa, lavarono le verdure in una bacinella invece che sotto l'acqua corrente. Poi usarono quell'acqua per sciacquare il balcone.

— Vedi? — disse mamma. — Le mani pulite non hanno bisogno di un fiume.

Tommaso rise. — Me la scrivo: “Non serve un fiume”.

La sera, il rubinetto non cantava più. Silenzio. Tommaso rimase un attimo fermo a ascoltare, come se gli mancasse quel tic. Poi pensò che il silenzio era un buon segno.

— Abbiamo fatto bene — disse.

— Sì — rispose mamma. — E domani, con i soldi risparmiati, magari prendiamo un libro usato. Uno che profuma di altre mani.

Tommaso si sentì grato per quel “magari”, che non prometteva tutto ma apriva una porta.

Capitolo 6 — Una busta, una fontanella, un grazie

Passarono due settimane. La busta delle bollette arrivò di nuovo. Mamma la aprì al tavolo, con calma. Tommaso la guardava come si guarda il risultato di un esperimento.

Mamma fece scorrere il dito sulle righe. Poi alzò lo sguardo.

— È un po' più bassa — disse. Non urlò di gioia, non saltò. Ma nei suoi occhi c'era un sollievo chiaro, pulito come vetro.

Tommaso sentì una specie di orgoglio tranquillo. — Davvero?

— Davvero. Non cambierà la vita in un giorno — aggiunse mamma — ma è un passo. E i passi, messi in fila, portano lontano.

Quella sera andarono a trovare Amina. Portarono un contenitore di pasta al forno, semplice ma caldo.

Amina aprì la porta e fece entrare i profumi come se fossero ospiti importanti.

— Ma che meraviglia! — disse. — Io ho fatto tè alla menta. E biscotti… sì, ancora. La cannella non molla mai.

Si sedettero tutti e tre. Amina raccontò che stava cercando un lavoro con più ore, e che intanto aiutava altre mamme a compilare moduli.

— Quando sai leggere le parole difficili — disse — puoi aprire passaggi per chi si perde.

Tommaso ascoltava e pensava che la povertà, quella vera, non era solo “non avere”. Era anche “doverci pensare sempre”. Ma dentro a quel pensiero c'era spazio per la dignità, per le soluzioni, per le persone che si aiutano.

Prima di andare via, Amina mise in mano a Tommaso un quadernino.

— Cos'è? — chiese lui.

— Un diario — disse Amina. — Per segnare i tuoi “grazie”. Ogni giorno, uno. Anche piccolo. Anche sciocco. Vedrai che non finiscono.

Tommaso lo aprì: la prima pagina era bianca, pronta.

Tornando a casa passarono davanti alla fontanella pubblica. L'acqua scorreva sottile, luccicando sotto il lampione.

Tommaso si fermò. — È qui che riempi la tanica, vero?

Amina annuì. — Sì. È una fatica, ma è anche un posto di incontri. Ci si saluta, ci si scambia notizie. A volte qualcuno porta una borsa per te.

Tommaso guardò l'acqua. Pensò alla sua doccia, alla bacinella, al rubinetto aggiustato, alla bolletta un po' più leggera. Pensò che molte cose che dava per scontate erano un regalo quotidiano.

A casa, prima di dormire, aprì il quadernino. Scrisse con cura:

“Oggi grazie per l'acqua che arriva. Grazie per chi la rispetta. Grazie per mamma che non si arrende. Grazie per Amina e la cannella. Grazie per il silenzio del rubinetto.”

Poi aggiunse un'ultima frase, più grande:

“Domani chiudo il rubinetto e apro gli occhi.”

Spense la luce. Nel buio non c'era il tic. C'era il respiro della casa, e un senso di pace che non era ricchezza, ma qualcosa di vicino: la gratitudine, goccia a goccia.

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Occhiaie
Segni scuri sotto gli occhi che escono quando si è stanchi.
Caldaia
Macchina che riscalda l’acqua per il riscaldamento e le docce.
Guarnizione
Pezzetto di gomma o materiale che chiude e impedisce le perdite.
Tanica
Contenitore grande di plastica usato per portare o conservare liquidi.
Bacinella
Recipiente largo e basso usato per raccogliere o lavare cose.
Salvadanaio
Contenitore dove si mettono i risparmi, spesso per monete.
Bollette
Documenti che dicono quanto si deve pagare per acqua, luce o gas.
Gratitudine
Sentimento di riconoscenza quando qualcuno fa qualcosa di buono.
Sbeccate
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