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Fiaba 11/12 anni Lettura 16 min.

Elvira e lo specchio d’acqua che liberò il mattino

Elvira, donna che ascolta i fiumi, parte con un merlo e uno specchio d’acqua per affrontare il Duca di Nerofumo e liberare la luce rubata al popolo dei Piccoli del Rame.

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Donna adulta Elvira, volto caldo con rughe agli occhi, espressione determinata e dolce, capelli grigi intrecciati in due trecce, semplice vestito di lino beige macchiato di terra, tiene di fronte a sé un piccolo specchio d'acqua lucente che riflette un'immagine tremolante; merlo maschio Bric, piume nere lucide e becco dorato, posato sulla sua spalla destra con ali semiaperte e sguardo vigile; giovane Rina (circa 30 anni), pelle ambrata, treccine sottili e mani ancora macchiate di polvere rossa, dietro Elvira a sinistra con volto speranzoso pronta a sostenere il gruppo; ragazzi Nilo (adolescente ~15 anni) e Tano (~13 anni), capelli corti e spettinati e sorriso timido, tengono attrezzi da miniera appoggiati a terra in secondo piano; uomo adulto Dario (il duca, ~35 anni), volto giovane ma stanco, abiti scuri spiegazzati, accucciato a destra con mani aperte in segno di resa e sguardo vergognoso rivolto allo specchio d'acqua; interno della torre del duca, ampia stanza circolare in pietra scura con fessure e fuliggine, vapori grigi e una finestra alta e stretta che lascia entrare un raggio di luce dorata che attraversa la polvere; scena: Elvira al centro con lo specchio d'acqua sollevato verso un'ombra che si dissolve, la luce attraverso lo specchio illumina dolcemente i volti creando contrasti caldi e riflessi d'acqua, atmosfera di rivelazione e perdono. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La donna che ascoltava i fiumi

Nel Paese di Meraviglia, dove le nuvole sembravano pecore distratte e le colline avevano il profumo del pane appena sfornato, viveva Elvira. Era una donna adulta, semplice e gentile, con mani che sapevano rammendare calze e anche speranze. Aveva una casa piccola come un segreto, appoggiata al bordo del Bosco dei Sussurri, e un'abitudine insolita: parlava con l'acqua.

Ogni mattina si sedeva vicino al Fiume Lirico, che scorreva cantando. Non era un canto come quello dei bambini in cortile; era più simile a una ninna nanna antica, con note che parevano luci. Elvira chinava il capo e ascoltava.

«Oggi hai la voce stanca» disse una volta, accarezzando la riva con la punta delle dita.

Il fiume frusciò tra i sassi e rispose, perché in quel paese l'acqua aveva parole: «Ci hanno messo una catena, Elvira. Una catena invisibile, ma pesa come ferro.»

Elvira sgranò gli occhi. «Chi?»

«L'Ombra del Duca di Nerofumo» mormorò il fiume, e il suo canto tremò. «Non incatena l'acqua soltanto. Incatena un popolo intero: i Piccoli del Rame. Li tiene nelle miniere, a lucidare monete che non spenderanno mai. E per non farli scappare, ha rubato loro la luce del mattino.»

Elvira sentì un nodo in gola. Nel Paese di Meraviglia, la luce del mattino era più di un'alba: era un invito a vivere. Senza, tutto diventava grigio, come un disegno lasciato a metà.

«Allora andrò» disse, semplice come chi decide di aprire una finestra. «Se la luce è prigioniera, la libererò.»

Dall'albero vicino, un merlo con il becco dorato ridacchiò. «Tu? Con quel grembiule?»

Elvira lo guardò senza offendersi. «Il grembiule serve a non sporcarsi. Ma se devo sporcare il cuore di coraggio, sono pronta.»

Il merlo smise di ridere. «Mi chiamo Bric. Se vai, ti accompagno. Ho visto cose dall'alto… e certe ombre fanno paura anche alle ali.»

Il fiume cantò più forte, come per dar loro fiato. E così, con una borsa di stoffa, un pezzo di pane, e una purezza ostinata negli occhi, Elvira partì.

Capitolo 2: La strada di miele e sale

Il sentiero verso Nerofumo era una striscia che cambiava umore: a tratti profumava di miele, a tratti pungeva come sale. I cespugli di ribes bisbigliavano pettegolezzi, e le pietre del cammino sbadigliavano al loro passaggio.

Bric volava basso e commentava tutto. «Vedi quella roccia? È un vecchio che finge di dormire. Se lo svegli, ti racconta barzellette lunghissime.»

«Allora lo lasciamo riposare» disse Elvira, sorridendo.

Poco dopo incontrarono un cervo dal mantello color luna. Portava al collo un campanello d'argento che non suonava mai.

«Perché non tintinna?» chiese Elvira.

Il cervo abbassò la testa. «Il Duca ha chiesto silenzio al mondo. Ha pagato con paura. Il mio campanello non osa più parlare.»

Elvira posò una mano sul campanello. Era freddo, come un pensiero triste. «Non c'è silenzio che duri per sempre» disse. «Anche i sassi, a forza di stare insieme, imparano a cantare.»

Il cervo la fissò. «Tu hai una voce che scalda. Stai andando a Nerofumo?»

«Sì. Per liberare i Piccoli del Rame e riportare la luce del mattino.»

Il cervo fece un passo avanti, poi un altro. «Non posso combattere con corna e zoccoli contro l'ombra. Ma posso dare questo.» Dal suo respiro uscì una piccola scintilla, che si posò sul palmo di Elvira come una lucciola. «È un frammento di alba. Tienilo. Ti ricorderà che la purezza non è debolezza: è una fiamma pulita.»

Elvira lo ringraziò. Bric fischiò piano. «Non male per un cervo poeta.»

Più avanti, una volpe con un mantello rosso come una pagina di diario li fermò. «State andando dove l'aria sa di ferro. Sapete che l'Ombra del Duca non teme le spade, ma teme una cosa: gli specchi.»

«Gli specchi?» ripeté Elvira.

«Sì. Perché uno specchio non inventa: restituisce. E l'ombra odia vedersi per intero.» La volpe indicò una fonte tra le felci. «Lì vive la Sorgente Chiara. Chiedetele un dono.»

Elvira ringraziò ancora. In quel paese, perfino i consigli sembravano semi: piccoli, ma capaci di diventare foreste.

Capitolo 3: La Sorgente Chiara e lo specchio d'acqua

La Sorgente Chiara era una pozza di acqua così limpida che sembrava un pensiero appena nato. Attorno, le felci facevano da guardiane, e una rana verde scuro sedeva su una foglia come su un trono.

«Password?» gracchiò la rana, importante.

Bric sussurrò: «Non lo so. Prova con “per favore”. Funziona spesso.»

Elvira si chinò. «Per favore.»

La rana sbatté le palpebre, sorpresa. «Oh. Di solito dicono “apriti” o “sono un eroe”. Per favore… è raro.» Si spostò di lato. «Passa, donna dal cuore pulito.»

Elvira si avvicinò alla sorgente. Nell'acqua vide il suo volto, ma anche i giorni in cui aveva avuto paura, le sere in cui aveva pianto in silenzio. Vide la sua stanchezza, e dietro, una luce piccola che non si era mai spenta.

Una voce, che pareva venire dal fondo e dal cielo insieme, parlò: «Perché mi cerchi, Elvira?»

«Perché voglio uno specchio per l'ombra» disse lei. «Non per ferirla, ma per mostrarle cosa fa.»

L'acqua tremolò, come se sorridesse. «Uno specchio non è solo vetro. È coraggio di guardare. Tu ne hai.»

Dal centro della sorgente emerse una lastra sottilissima, come una bolla solidificata. Elvira la prese con attenzione: era uno Specchio d'Acqua, leggero, fresco, e dentro si muovevano minuscole onde, come pensieri.

«Ricorda» disse la voce. «Lo specchio riflette anche chi lo tiene. Se mentirai a te stessa, si appannerà. Se resterai pura nelle intenzioni, brillerà.»

Bric si posò sulla spalla di Elvira. «Quindi niente trucchi.»

«Niente trucchi» confermò Elvira. «Solo verità e gentilezza. E un po' di ostinazione.»

La rana, che ascoltava, commentò: «L'ostinazione è una sorella della speranza. Una sorella un po' rumorosa.»

Risero piano. Ma la strada verso Nerofumo li chiamava come una campana lontana.

Capitolo 4: Le miniere del Rame e il popolo senza mattino

Quando arrivarono alle terre del Duca, il cielo sembrò più basso. Gli alberi erano magri, come se avessero smesso di mangiare sole. L'aria sapeva di moneta e di sospiri.

All'ingresso delle miniere, due guardie di carbone stavano immobili: uomini? no, figure d'ombra con elmi lucidi. Non respiravano, ma ascoltavano.

Elvira avanzò con calma, come chi porta un bicchiere d'acqua a un malato. «Cerco i Piccoli del Rame.»

Una guardia inclinò la testa. La sua voce era raschiante. «Qui non si cerca. Qui si obbedisce.»

Elvira tirò fuori il pane dalla borsa. «Allora obbedisco al mio cuore. E il mio cuore dice che nessuno dovrebbe lavorare senza luce.» Spezzò il pane in due e lo porse.

Le guardie si fissarono, confuse. L'ombra non capisce la condivisione: è un linguaggio che le fa inciampare. Una mano nera esitò, poi afferrò il pane. Per un attimo, la sua superficie tremò, come se sotto ci fosse qualcosa di umano.

Bric sussurrò: «Sta funzionando. L'ombra si distrae quando incontra bontà.»

Elvira approfittò di quel momento e scivolò dentro.

Le miniere erano corridoi di roccia umida. Il rumore dei picconi sembrava pioggia che cade al contrario. In una grande sala, vide i Piccoli del Rame: non erano bambini, ma un popolo minuto, con occhi vivaci spenti dalla fatica. Le loro mani brillavano di polvere rossastra. Lucidavano monete che riflettevano una luce falsa, fredda come un sorriso obbligato.

Una donna del popolo, con trecce sottili e guance scavate, sollevò lo sguardo. «Chi sei?»

«Mi chiamo Elvira. Sono venuta per liberarvi.»

Un mormorio si alzò, come vento tra le canne. Qualcuno rise amaramente. «Liberarci? Le porte sono chiuse. E anche se uscissimo, il mattino non ci troverebbe. Il Duca lo ha rubato.»

Elvira strinse lo Specchio d'Acqua. «Allora andremo a prenderlo.»

La donna sospirò. «L'Ombra del Duca vive nella Torre del Fumo. Non è un uomo, ormai. È una fame.»

Elvira guardò quei volti. Vide stanchezza, ma anche scintille nascoste, come braci sotto la cenere. «La fame si placa con ciò che non può divorare: la luce condivisa.»

Bric svolazzò davanti a loro. «E con un merlo molto intelligente.»

Qualcuno rise davvero. Un riso piccolo, ma vero. E quel suono, in quel luogo, fu come un fiore che spacca una pietra.

Capitolo 5: La Torre del Fumo e l'Ombra che voleva tutto

La Torre del Fumo si alzava fuori dalle miniere come un dito accusatore. Non aveva finestre, solo fessure da cui usciva una nebbia grigia che pareva tristezza.

Elvira salì le scale insieme a Bric e a tre Piccoli del Rame che avevano scelto di seguirla: la donna dalle trecce, di nome Rina, e due fratelli, Nilo e Tano, che parlavano in rima senza volerlo.

«Se cadiamo, ci rialziamo» disse Tano.

«Se tremiamo, poi danziamo» aggiunse Nilo.

Bric commentò: «Persino la paura qui fa poesia. Ottimo segno.»

In cima, una porta nera li attendeva. Non aveva maniglia. Elvira appoggiò lo Specchio d'Acqua al legno. Lo specchio scintillò e la porta si aprì, come se si vergognasse di essere chiusa.

Dentro c'era una sala vuota e piena allo stesso tempo: piena di ombra. Al centro, sospesa, fluttuava una forma che cambiava: a volte un mantello, a volte un volto, a volte una mano enorme.

«Chi osa?» sibilò l'Ombra del Duca. La sua voce era una stanza senza finestre.

Elvira fece un passo avanti. «Io. Non porto spada. Porto uno specchio.»

L'ombra rise, e quel riso fu come cenere gettata sul vento. «Gli specchi sono inutili. Io non ho volto.»

Elvira sollevò lo Specchio d'Acqua. «Allora te ne darà uno.»

L'ombra scattò, cercando di avvolgerla. Bric gridò: «Elvira, adesso!»

Elvira non fuggì. Restò ferma, e il suo gesto fu come un faro in mezzo alla tempesta. Lo specchio catturò l'ombra e la restituì: sul suo fondo apparve un'immagine sorprendente. Non un mostro, ma un uomo giovane, con occhi pieni di paura e mani tese come chi chiede e non sa chiedere.

L'Ombra tremò. «No!» urlò. «Non guardarmi!»

«Guardati» disse Elvira, con voce dolce. «Non per punirti. Per ricordarti. Hai rubato il mattino perché avevi freddo dentro. Hai incatenato un popolo perché ti sentivi piccolo. Ma la purezza non ti giudica: ti invita a cambiare.»

Rina sussurrò: «È vero…»

Nilo e Tano aggiunsero insieme, senza pensarci:

«Chi ruba la luce, perde la pace.

Chi dona il chiarore, trova un cuore.»

L'ombra vacillò, come una candela senza ossigeno. «Io… io volevo che nessuno brillasse più di me» confessò, e quelle parole caddero pesanti. «E ora sono solo.»

Elvira abbassò lo specchio appena, quel tanto che bastava per non ferire. «Allora smetti di voler tutto. Scegli una cosa sola: essere migliore.»

Nel silenzio, Elvira tirò fuori la scintilla d'alba ricevuta dal cervo. La posò sullo Specchio d'Acqua. La scintilla si allargò, come una macchia di sole su un pavimento buio.

L'ombra strillò, non di dolore, ma di spavento. Poi si rannicchiò, diventando più piccola. Più piccola. Finché restò un mantello grigio, vuoto.

Da dietro, una voce umana, fragile, disse: «Mi chiamo Dario… Non so più essere duca.»

Elvira lo guardò. Non c'era trionfo nei suoi occhi, solo misericordia. «Allora impara a essere persona.»

Capitolo 6: Il mattino liberato e la natura in festa

La torre tremò. Non come un edificio che crolla, ma come un corpo che finalmente respira. Dalle pareti uscì una luce pallida, poi dorata. Il mattino, imprigionato chissà dove, scivolò fuori come un uccello liberato da una gabbia.

Fuori, il cielo si alzò. Gli alberi si raddrizzarono come studenti richiamati alla lezione più bella. Le nuvole tornarono pecore distratte. E il Fiume Lirico, lontano, ricominciò a cantare con voce piena.

Nelle miniere, le catene invisibili si spezzarono senza rumore. I Piccoli del Rame sentirono sulle guance un calore nuovo: non era solo luce, era dignità.

Rina pianse, ma con un sorriso. «Non pensavo di rivederlo, il mattino.»

Elvira li guidò fuori. Le guardie di carbone, al passaggio della luce, si sciolsero in polvere scura che il vento portò via come un brutto sogno. In quel pulviscolo, qualcuno giurò di aver visto piccoli semi.

Dario, l'ex duca, uscì anche lui. Non portava più ombra addosso, solo vergogna e una strana leggerezza. «Che ne sarà di me?» chiese.

Elvira gli porse una brocca d'acqua. «Comincia con questo. Bevi. E poi… chiedi scusa. La purezza non è dimenticare, è ricominciare con mani pulite.»

Bric si mise a fare il giudice. «E niente più torri che puzzano di tristezza, chiaro?»

Dario annuì. «Chiaro.»

Il Paese di Meraviglia celebrò come sa fare la natura quando è felice: senza parole difficili. I fiori aprirono bocche colorate. Le api fecero una musica allegra. Le rane organizzarono un coro stonato ma entusiasta. Persino le pietre del sentiero, quelle pigre, si misero a vibrare come tamburi.

Il Fiume Lirico arrivò fino a loro, gonfio di gioia, e cantò così forte che pareva una banda. «Elvira! Elvira!» gorgheggiò, facendo spruzzi che sembravano risate.

Elvira si sedette sull'erba. Sentiva stanchezza nelle ossa, ma dentro aveva una calma luminosa. Rina e il suo popolo danzavano, e dalle loro tasche cadevano monetine che non erano più catene, ma soltanto metallo: un ricordo di ciò che non volevano diventare.

Bric, sulla spalla di Elvira, le sussurrò: «Hai vinto con uno specchio e un pezzo di pane. Chi lo avrebbe detto?»

Elvira guardò il mattino, che ora accarezzava tutto come una mano gentile. «L'amore e la luce» disse piano «non hanno bisogno di essere rumorosi. Basta che siano veri.»

E mentre la natura festeggiava, il Paese di Meraviglia imparò una morale semplice come acqua limpida: la purezza non è ingenuità, ma forza; e chi libera gli altri dalla paura accende, senza saperlo, anche la propria luce.

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Uno specchio fatto d'acqua che riflette immagini come un vero specchio.
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