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Storia sulla separazione e il divorzio 11/12 anni Lettura 19 min.

Due case e una lista per il cuore

Emma impara ad affrontare la separazione dei genitori organizzando le sue cose e le emozioni con un quaderno e una lista, trovando conforto nella gentilezza e nel dialogo con mamma e papà.

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Una ragazza di 12 anni dal viso rotondo, capelli castani medi con frangia, sguardo preoccupato ma coraggioso, occhi grandi e lucenti, seduta sui gradini di una scala interna con un piccolo quaderno aperto e un sasso liscio in mano; dietro a sinistra la madre (~38 anni) coi capelli lunghi legati a coda, maglione color senape e una mano rassicurante sulla spalla della figlia; a destra, leggermente indietro, il padre (~40 anni) con lieve barba, camicia blu, sguardo stanco ma benevolo, con un calendario colorato e un cartoncino segnato "Scatola ancora qui"; salotto luminoso dai toni pastello, tavolo di legno con sedie vuote, finestra con tenda leggera che filtra una luce dolce e un piccolo tappeto blu vicino ai gradini; atmosfera calma e affettuosa mentre la famiglia parla della separazione e la ragazza scrive una lista nel suo quaderno, colori tenui, contorni morbidi. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1

A dodici anni, Emma aveva imparato a capire molte cose senza che gliele spiegassero troppo. Per esempio, capiva quando la casa era “piena” e quando invece sembrava un po' vuota, anche se i mobili erano gli stessi.

Quella sera, in cucina, la luce era calda e il profumo di pasta al pomodoro era buono come sempre, ma le sedie attorno al tavolo sembravano più lontane.

La mamma parlò piano, come quando si racconta una notizia importante senza voler spaventare nessuno. «Emma, io e papà… abbiamo deciso che vivremo in due case diverse.»

Emma guardò il bordo del suo bicchiere. Era trasparente e semplice, eppure sembrava complicatissimo.

Il papà aggiunse: «Non è colpa tua. E non significa che ti vogliamo meno bene. Ti vogliamo bene uguale, tantissimo, solo… in due posti.»

Emma sentì una cosa strana nello stomaco: non proprio un dolore, più un nodo che si stringeva e poi si allentava. Cercò le parole come si cercano i calzini spaiati: frugando, senza fretta.

«Io… devo scegliere con chi stare?» chiese.

La mamma scosse la testa. «No. Non devi scegliere. Avrai dei giorni con me e dei giorni con papà. E noi saremo d'accordo su tutto ciò che ti serve.»

Il papà sorrise, un sorriso un po' stanco ma vero. «E se hai domande, le fai. Anche cento.»

Emma annuì. Era una bambina saggia: non perché non si emozionasse, ma perché sapeva che le emozioni passano meglio quando si lasciano uscire.

«Posso… andare un attimo in camera?» domandò.

«Certo,» disse la mamma. «Grazie per averlo chiesto con gentilezza.»

Emma salì le scale piano, come se ogni gradino avesse bisogno di tempo. In camera, guardò la sua scrivania. Sopra c'era un quaderno a righe e una penna blu. Le sembrarono due compagni affidabili.

Si sedette e scrisse in cima alla pagina: “Cose da non dimenticare quando cambio casa”.

Sotto, fece un piccolo respiro e aggiunse, quasi come una promessa: “E anche le cose che mi fanno stare bene”.

Capitolo 2

Il giorno dopo, Emma portò il quaderno nello zaino. A scuola la professoressa di italiano spiegava le figure retoriche, ma Emma pensava a una figura molto concreta: lei con due zaini, due spazzolini, due pigiami.

All'intervallo, la sua amica Sara la raggiunse vicino alle finestre. «Hai la faccia “nuvola con pioggia leggera”. Che succede?»

Emma rise appena. Sara aveva un modo buffo e gentile di descrivere le cose.

«I miei… si separano,» disse Emma, e le uscì più piano di quanto credeva.

Sara rimase zitta un secondo, poi disse: «Mi dispiace. Vuoi che ti ascolti o vuoi che ti distragga? Posso fare entrambe.»

Emma si sentì alleggerire, come quando qualcuno ti tiene la porta. «Ascoltami… e poi magari mi distrai.»

Si sedettero sul davanzale basso. Emma raccontò delle due case, del nodo allo stomaco e della lista.

«La lista è una grande idea,» disse Sara. «Così non ti dimentichi le cose. Tipo… il caricatore del telefono. Quello è fondamentale per la sopravvivenza della specie umana.»

Emma scoppiò a ridere. «Anche per la mia. Ogni volta lo perdo.»

«Vuoi che ti aiuti a pensare cosa scrivere?» chiese Sara.

Emma aprì il quaderno e lesse ad alta voce quello che aveva già segnato:

1) Spazzolino e dentifricio

2) Pigiama

3) Quaderno e astuccio

4) Felpa preferita

Sara aggiunse: «Metti anche una cosa che ti fa sentire a casa. Non una cosa utile: una cosa “cuore”

Emma ci pensò. Nella tasca dello zaino aveva sempre un piccolo sasso liscio, trovato al mare anni prima. Lo toccava quando era nervosa, senza accorgersene.

Scrisse: 5) Sasso del mare.

La campanella suonò. Prima di entrare, Emma disse: «Grazie.»

Sara alzò le spalle. «Prego. E comunque, se ti serve, posso anche essere la tua “memoria esterna”. Ti mando messaggi tipo: “Hai preso il sasso?”»

Emma sorrise. La giornata non era diventata perfetta, ma era diventata più affrontabile. E quello, per ora, bastava.

Capitolo 3

Il sabato arrivò con un cielo chiaro e un silenzio nuovo. Il papà sarebbe andato a prendere le chiavi del suo appartamento e poi sarebbe tornato per parlare con Emma del calendario.

Si sedettero in salotto. Il papà aveva un foglio con dei giorni segnati in colori diversi.

«Allora,» disse, «questa è l'idea: lunedì e martedì con la mamma, mercoledì e giovedì con me, e il weekend alternato. Ma possiamo aggiustare tutto. È un piano, non una prigione.»

Emma apprezzò quella frase. Piano, non prigione. La scrisse mentalmente come se fosse un'altra voce nella lista.

«E se mi dimentico qualcosa di importante?» chiese.

Il papà si grattò la barba corta. «Succederà. Siamo umani. Ma possiamo mettere dei rimedi. Tipo: avere doppioni di alcune cose. E fare una lista insieme.»

Emma corse a prendere il quaderno. «Ce l'ho già!»

Il papà si illuminò, sinceramente. «Brava. Mi fai vedere?»

Emma glielo porse. Si sentì un po' orgogliosa, come quando consegnava un tema fatto bene.

Il papà lesse e annuì. «Spazzolino… pigiama… felpa… sasso del mare. Questo mi piace. È una cosa tua.»

Emma esitò, poi disse: «Posso aggiungere anche… le “regole di sicurezza”? Cioè, cose che mi aiutano quando mi sento confusa.»

Il papà si appoggiò allo schienale. «Ottima idea. Le scriviamo insieme. Però prima… posso dirti una cosa?»

«Sì.»

«Anche se avremo due case,» disse il papà, «tu sei la stessa Emma. E noi siamo gli stessi genitori. Non ci stiamo separando da te. Ci stiamo solo… riorganizzando.»

Emma annuì, e nel nodo allo stomaco si aprì un piccolo spazio d'aria.

Presero la penna e scrissero sul quaderno una nuova sezione:

“Quando mi sento in ansia:”

— Fare tre respiri lenti.

— Dire a mamma o papà come mi sento, anche se mi sembra strano.

— Chiedere chiarimenti invece di immaginare il peggio.

— Tenere in tasca il sasso e ricordare che posso amare entrambi.

Emma aggiunse: «E la gentilezza? Cioè… a volte quando sono triste rispondo male. E poi mi dispiace.»

Il papà la guardò con un'espressione dolce. «La gentilezza non significa essere sempre allegri. Significa provare a rispettarsi. Possiamo scrivere anche quello.»

E scrissero:

— Dire “per favore” e “grazie”, anche quando sono agitata.

— Se sbaglio tono, posso scusarmi.

Quando arrivò la mamma con il tè, Emma le offrì la sedia. «Vuoi sederti, per favore?»

La mamma la guardò sorpresa e commossa. «Grazie, amore.»

Per un attimo, il salotto sembrò di nuovo pieno. Non perché tutto fosse come prima, ma perché c'era spazio per parlare senza spingersi.

Capitolo 4

La settimana dopo, il papà mostrò a Emma la nuova casa. Non era lontana, ma aveva un odore diverso: di pittura fresca e legno.

«La tua stanza è qui,» disse lui aprendo una porta.

La stanza era vuota, tranne per un letto semplice e una scrivania ancora da montare. Dalla finestra si vedeva un cortile con un albero alto.

Emma entrò piano, come se la stanza fosse un animale timido.

«È strano,» ammise. «Sembra… che manchi qualcosa.»

«Manca la tua vita,» rispose il papà. «La porterai tu, un po' alla volta.»

Emma osservò l'albero nel cortile. Le foglie si muovevano come mani che salutano.

«Possiamo mettere una scatola per le cose che restano qui?» chiese. «Così non devo portare tutto avanti e indietro.»

«Sì. La chiameremo… scatola “ancora qui”

Emma rise. «Nome bellissimo.»

Mentre sistemavano alcune cose — due libri, un cuscino, una lampada — Emma fece scivolare il quaderno sul letto e aprì la lista. Aggiungeva e cancellava, come un esploratore che aggiorna la mappa.

Nuove voci apparvero:

6) Caricatore del telefono

7) Diario (se voglio scrivere)

8) Libretto della biblioteca

9) Calzini “fortunati” (quelli con le stelle)

Il papà, intanto, lottava con la scrivania. Un pezzo sembrava al contrario.

«Papà, quello è il lato B,» disse Emma, controllando le istruzioni.

«Ah. Io pensavo fosse il lato… “perché”

Emma lo guardò. «Il lato perché?»

«Sì. Perché non entra!» disse lui, serio come un detective.

Emma scoppiò a ridere così forte che per un attimo si dimenticò del nodo allo stomaco. La risata rimbalzò sulle pareti vuote e le rese meno vuote.

Più tardi, scesero a comprare un piccolo tappeto. Il papà chiese al negoziante: «Buongiorno. Potremmo vedere i tappeti più morbidi?»

Emma notò la sua voce educata, il modo in cui aspettava il turno. Anche lei disse: «Per favore, possiamo vedere quello blu?»

Il negoziante sorrise. «Certo, signorina.»

Quando tornarono, Emma posò il tappeto ai piedi del letto. «Adesso sembra più… mio.»

Il papà annuì. «La tua stanza inizia da un tappeto e da una risata. Mi sembra un buon inizio.»

Capitolo 5

Il primo “cambio casa” arrivò un mercoledì. Emma preparò lo zaino con attenzione, seguendo la lista come se fosse una canzone da cantare sottovoce.

Spazzolino. Pigiama. Quaderno. Felpa. Caricatore. Sasso.

Poi si fermò. Aveva una sensazione strana: non era solo tristezza, era anche paura di dimenticare qualcuno. Come se, andando via, potesse lasciare l'amore sul tavolo.

In cucina, la mamma le mise una mano sulla spalla. «Hai fatto la lista?»

Emma annuì. «Sì. Però… mi sento come se stessi tradendo qualcuno. Se sono contenta con papà, poi penso che la mamma si offende. E se sto bene con la mamma, penso che papà ci resti male.»

La mamma le fece girare il viso verso di sé. «Ascoltami bene. Il tuo amore non è una torta che finisce. È più come una luce: puoi accenderla in due stanze e non si spegne.»

Emma inspirò, lentamente. Quella immagine le piacque.

La mamma continuò: «E se ti capita di essere felice in un posto, va benissimo. È proprio quello che voglio per te.»

Quando arrivò il papà, Emma si avvicinò. «Ciao. Grazie per essere venuto puntuale.»

Il papà si inchinò teatralmente. «La puntualità è il mio superpotere. Il secondo è… dimenticare dove ho messo le chiavi.»

Emma lo guardò con finta severità. «Allora useremo la lista anche per le chiavi.»

Prima di uscire, Emma disse alla mamma: «Ci vediamo venerdì. Ti mando un messaggio stasera. Per favore, non preoccuparti.»

La mamma la abbracciò. «Grazie. E ricordati: se ti senti triste, me lo puoi dire. Anche da lontano.»

In auto, Emma guardò fuori dal finestrino. Le strade erano le stesse, ma la sensazione era nuova, come cambiare scarpe: all'inizio pizzicano, poi si adattano.

Arrivati nell'appartamento del papà, Emma posò lo zaino e aprì la scatola “ancora qui”. Dentro c'erano già il suo cuscino e due libri.

«È come un nido,» disse.

«Un nido intelligente,» rispose il papà. «Che non vola via col vento.»

Dopo cena, Emma si ricordò la parte “sicurezza” della lista. Fece tre respiri lenti. Poi disse: «Papà, oggi ho avuto una paura… di essere ingiusta con qualcuno.»

Il papà sparecchiava e si fermò. «Grazie per avermelo detto. Non è ingiusto voler bene. È… umano. E coraggioso.»

Emma sentì il nodo sciogliersi un po'. Parlare era come aprire una finestra.

Capitolo 6

La sera di venerdì, Emma tornò dalla mamma. Questa volta, il cambio sembrava meno spigoloso. Eppure, quando aprì la porta di casa, si accorse che mancava qualcosa: il sasso del mare non era nella tasca.

La paura arrivò veloce. Non era solo un sasso. Era il suo “cuore tascabile”.

Emma appoggiò lo zaino e cercò dappertutto, sempre più agitata. Il respiro diventò corto.

La mamma la osservò e parlò con calma. «Emma, fermiamoci un attimo. Facciamo tre respiri insieme.»

Emma voleva dire “non posso”, ma si ricordò della lista. Annuì.

Inspirarono. Espirarono. Una volta. Due. Tre.

«Ora dimmi,» chiese la mamma, «cosa è successo?»

«Ho perso il sasso,» disse Emma con la voce che tremava. «E mi sento stupida. Era nella lista! Dovevo controllare!»

La mamma le porse un bicchiere d'acqua. «Non sei stupida. Sei stanca. E anche un po' triste, forse. È normale. Vuoi chiamare papà insieme, con gentilezza?»

Emma si asciugò il viso con la manica. «Sì… per favore.»

La mamma compose il numero e mise il vivavoce. Il papà rispose subito. «Ciao! Tutto bene?»

Emma si schiarì la gola. «Ciao papà. Scusa se disturbo. Ho… dimenticato il sasso del mare. Puoi controllare nella mia stanza?»

«Certo,» disse il papà, senza un briciolo di irritazione. «Grazie per avermelo chiesto così. Aspetta un secondo.»

Si sentirono passi, un cassetto che si apriva, poi la voce del papà: «Trovato! Era sul comodino, vicino al libro. Vuoi che te lo porti domani o preferisci che lo metta nella scatola “ancora qui”

Emma chiuse gli occhi, sollevata. «Mettilo nella scatola, per favore. Così sarà… al sicuro.»

«Fatto. E, Emma?»

«Sì?»

«Hai fatto bene a chiamare. Quando ci si aiuta, le cose pesano meno.»

Emma sorrise, anche se la mamma non poteva vederlo bene. «Grazie. Buona serata.»

«Buona serata anche a te,» disse il papà.

Dopo la chiamata, Emma guardò la mamma. «Mi dispiace per prima… stavo per arrabbiarmi.»

La mamma le accarezzò i capelli. «Hai riconosciuto l'emozione e hai scelto un modo gentile. È una cosa da grandi.»

Emma si sentì più forte, non perché non dimenticava mai niente, ma perché sapeva cosa fare quando sbagliava.

Quella notte, prima di dormire, aggiunse una riga alla lista:

— Se dimentico qualcosa, posso chiedere aiuto senza vergogna.

Capitolo 7

Una domenica sera, qualche settimana dopo, Emma era nella sua stanza dalla mamma. Aveva il pigiama addosso e i capelli ancora un po' umidi. Sul letto c'era il quaderno aperto, con la lista ormai piena e ordinata.

Aveva fatto anche una versione “breve” per le mattine di fretta:

- Igiene (spazzolino, pettine)

- Scuola (quaderno, astuccio)

- Calore (felpa)

- Tecnologia (caricatore)

- Cuore (sasso / foto / libro preferito)

- Educazione (per favore, grazie, scusa)

La mamma bussò piano. «Posso entrare?»

«Sì.»

La mamma entrò con una tisana. «Ne vuoi un po'?»

«Sì, grazie,» disse Emma, e prese la tazza con due mani.

Si sedettero insieme. La casa era silenziosa, ma non vuota. Si sentiva il rumore leggero del termosifone e, lontano, un'auto che passava.

«Com'è andata questa settimana?» chiese la mamma.

Emma ci pensò davvero, senza rispondere subito per riempire il silenzio. «È stata… diversa. A volte mi viene ancora il nodo. Però adesso so cosa fare. E ho capito una cosa.»

«Quale?»

«Che posso essere triste e felice nella stessa giornata. E che va bene. Non devo scegliere un'emozione sola.»

La mamma annuì. «È vero. Le emozioni possono stare nello stesso posto, come i libri sullo scaffale.»

Emma indicò il quaderno. «La lista mi aiuta. Quando so cosa portare, mi sento meno… sparpagliata.»

La mamma sorrise. «Vuoi leggerla ad alta voce?»

Emma lo fece, con un tono quasi divertito, come se stesse recitando un copione che ormai conosceva:

«Spazzolino, pigiama, quaderno, astuccio, felpa, caricatore, libro della biblioteca, calzini con le stelle. E poi… le parole gentili.»

«Le parole gentili sono importanti,» disse la mamma. «Sono come una coperta invisibile.»

Emma bevve un sorso di tisana. «Oggi ho detto “grazie” al papà quando mi ha accompagnata. E ho detto “scusa” quando ho risposto male al telefono. Non è stato facile.»

«Ma l'hai fatto,» disse la mamma. «E questo conta.»

Emma appoggiò la tazza sul comodino. «Mamma… mi vuoi bene anche se la famiglia è cambiata?»

La mamma la guardò negli occhi, senza fretta. «Ti voglio bene sempre. La separazione cambia l'organizzazione, non l'amore.»

Emma sentì il nodo diventare piccolo, come un laccetto che si scioglie da solo.

Quella sera, la mamma le rimboccò le coperte. Prima di spegnere la luce, Emma disse: «Buonanotte. E grazie per avermi ascoltata.»

«Buonanotte, Emma. Grazie a te per come parli dei tuoi pensieri.»

La stanza si riempì di buio morbido. Emma pensò al papà nella sua casa, alla scatola “ancora qui” con il sasso al sicuro, al calendario colorato, alle due stanze accese dalla stessa luce.

Chiuse gli occhi. Aveva due case, sì. Ma anche due braccia pronte ad abbracciarla, due voci che poteva chiamare, e una lista che le ricordava che, passo dopo passo, poteva sentirsi al sicuro.

E quella notte, il sonno arrivò tranquillo, come un ultimo “tutto bene” sussurrato piano.

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Rimbalzò
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