Il mattino di Brillino
Brillino aprì gli occhi quando il sole ancora pettinava i rami del bosco. Le sue squame verdi brillavano come foglie bagnate di rugiada, e le punte dorate sulla coda facevano tintinnare la luce. Nella sua casetta di pietre calde, sotto un ciliegio, tutto profumava di cannella e arancia: era il profumo del suo respiro, morbido come una sciarpa in inverno.
“Buongiorno, giorno,” mormorò, stirando le ali. Preparò la colazione: due fette di pane di ghiande, un cucchiaio di marmellata di more e un soffio tiepido per tostare. Il pane diventò dorato e croccante in un attimo. Brillino sorrise. Non faceva grandi fiamme, lui. Faceva calore gentile. E gli piaceva così.
Fuori, il sentiero di foglie lo portò alla Scuola del Bosco. Le cicale cantavano piano, i funghi puntavano il cappello tra i muschi, e un vento piccino giocava con i ricci di castagna.
“Ciao, Brillino!” disse Lilla la lumaca, con il guscio a spirale tutto dipinto di macchie violette.
“Ciao!” rispose lui. “Sei bellissima oggi.”
Lilla arrossì, piano come fa una lumaca. Tito il riccio arrivò rotolando, con una castagna sotto la zampa. Maia la rana saltellava di pozzanghera in pozzanghera, anche se era quasi asciutto. Nube la pipistrella, con piccoli occhiali scuri, sbadigliò: “Ho letto fino all'alba. Scusatemi se parlo piano.”
In classe, Maestro Gufo batteva il becco sul legno. “Oggi è la Giornata dei Talenti. Ognuno mostra un pezzetto di sé.”
Maia fece tre salti e atterrò su una foglia senza farla tremare. Tito spiegò come tenere le spine in ordine “per non pungere gli abbracci”. Lilla tracciò una linea argentata di bava, disegnando una spirale bellissima.
“E tu, Brillino?” chiese Maestro Gufo.
Brillino prese aria. Si sentì un “puff” e, invece di una fiamma, nacquero bolle tiepide, profumate di cannella. Le bolle salirono, danzando tra i banchi. Lilla rise, ma con gli occhi gentili. Tito allungò la zampa per toccarne una, che scoppiò facendogli il naso profumare di dolce.
“Che meraviglia!” disse Maestro Gufo. “Il tuo soffio fa sorridere il naso e il cuore.”
Brillino abbassò un attimo lo sguardo. Non erano fiamme, è vero. Ma gli occhi degli amici luccicavano. Sentì dentro una scintilla buona, come la prima stella della sera.
Compiti speciali
Dopo l'intervallo, Maestro Gufo scrisse alla lavagna: “Compito di oggi: un gesto gentile verso qualcuno diverso da voi. Prima chiedete: ‘Come posso aiutarti?' Poi ascoltate.”
Sul sentiero di ritorno, Brillino camminò piano. “Se vado piano,” pensò, “forse vedo cose che di solito volano via.”
Vicino a un sasso rotondo trovò Lilla ferma, la cornina un po' tirata. “Va tutto bene?”
“Il sasso è caldo,” sospirò Lilla. “Io preferisco l'ombra e l'umido. Non so come passarlo.”
Brillino spiegò un'ala come una piccola tenda. “Così?” chiese.
“Così è perfetto,” disse Lilla, sorridendo. “Grazie. Sei come una nuvola gentile.”
Brillino scosse una foglia carica di rugiada con la punta della coda. Gocce fresche scesero sul sentiero, e Lilla proseguì scivolando contenta. Poco più avanti, Maia la rana fissava una pozzanghera lontana. “Il terreno è secco. Ho paura di scaldarmi troppo.”
“Facciamo una strada di foglie bagnate,” propose Brillino. “Ti va?”
“Mi va.” Maia batté le mani piccole.
Con Lilla, misero foglie in fila e le bagnarono con altra rugiada. Maia saltò di foglia in foglia, felice come una nota di musica.
Sotto un ramo, Nube la pipistrella teneva il libro vicino. “La luce mi pizzica gli occhi,” disse piano. “Vorrei leggere due pagine ancora.”
Brillino guardò in su. “Se appendiamo una foglia larga come tenda?” chiese.
“Tenda!” ripeté Nube, allegra. Tito arrivò e aiutò a fissarla con una spina dolcemente incastrata. Brillino scalda un sassolino liscio con il suo soffio. “È una tazza senza manico,” disse ridendo, “ma tiene il tè alla temperatura giusta.” Nube bevve un sorso e sospirò. “Che conforto.”
Brillino sentì il cuore battere calmo. Non aveva acceso nessun fuoco, è vero. Ma c'erano ombra, acqua, tè tiepido, e tre sorrisi diversi. “Forse aiutare è questo,” pensò, “chiedere, ascoltare, inventare cose piccole.”
La Merenda delle Differenze
Il giorno dopo, la radura profumava di timo e di frutti di bosco. “Vorrei organizzare una merenda,” disse Brillino agli amici. “Ognuno porta qualcosa che parla di sé. E sediamo dove stiamo meglio.”
“Porto foglie croccanti,” disse Lilla. “Ma le tengo umide.”
“Io castagne,” disse Tito, “arrostite ma non troppo, sennò le spine si emozionano.”
“Io porto canzoni,” disse Nube, mettendo il libro nella borsa. “E anche qualche mora raccolta al tramonto.”
“Io posso fare focaccine di ghiande,” propose Brillino. “Le scaldo con il mio respiro.”
Prepararono un grande cerchio: per Nube un ramo alto e ombroso; per Lilla una foglia larga bagnata di rugiada; per Tito una pietra liscia che non facesse rumore sotto le spine; per Maia una sedia di erba vicino alla pozzanghera; per Brillino, un sasso tiepido che il suo soffio poteva tenere caldo. Appesero un cartello scritto con la scia argentata di Lilla: “Benvenuti come siete!”
Brillino soffiò sulle focaccine. Il profumo di cannella volò tra le foglie. “Attento a non esagerare,” ridacchiò Tito.
“Se starnutisco, diventano dolci al volo,” scherzò Brillino. E proprio allora, “Ecciù!” Una nuvolina profumata si posò sulle castagne e sulle more. Tutti scoppiarono a ridere. “Ora sappiamo di pasticceria,” disse Nube, felice.
Mentre mangiavano, si raccontavano piccoli pezzi di vita. “Quando piove, tutto è concerto,” disse Maia. “Io ballo il ritmo delle gocce.”
“A me piace quando la terra è tiepida,” disse Tito. “Mi sdraio vicino ai sassi e penso ai pensieri.”
“Io ascolto il bosco di notte,” raccontò Nube. “Le storie si nascondono nel fruscio.”
“E io,” disse Lilla, “amo fare il giro lungo. Vedo cose che gli altri non notano.”
Brillino annuì. “Io non faccio fiamme,” disse piano, “ma scaldo le merende e asciugo le lacrime rapide. A volte, profumo l'aria, e tutti respirano meglio.”
“È un talento,” disse Lilla. “Un talento buono.”
Fecero un gioco inventato da Nube: “Se fossi te.” Si passavano una ghianda come fosse un microfono. “Se fossi una lumaca,” disse Maia, “porterei in giro una casa a pois.” Lilla rise. “Se fossi un riccio,” disse Brillino, “userei le spine per tenere i fiori, come una giacca elegante.” Tito fece l'inchino. “Se fossi un drago come te,” disse Nube, “scriverei poesie sul vetro appannato col respiro.”
La radura si riempì di immagini e di risate, come un libro che si apre con pagine colorate. Nessuno aveva fretta. Nessuno doveva somigliare a qualcun altro.
Il cerchio della sera
Quando il sole scivolò dietro gli alberi, gli amici fecero un cerchio. Le lucciole accesero puntini di luce qua e là, come bottoni luminosi sul vestito del bosco. Il cielo profumava di menta e di storie pronte.
“Che cosa abbiamo imparato?” chiese Brillino, con la coda che disegnava cerchi piccoli sulla terra.
“Che andare piano fa vedere di più,” disse Lilla. “E che chiedere ‘ti va bene così?' è come aprire una porta.”
“Che le mie spine non sono un muro,” disse Tito. “Con le parole gentili, diventano una cornice.”
“Che i salti hanno bisogno di pause,” aggiunse Maia. “E che qualcuno che aspetta è un invito.”
“Che anche la luce può stancare,” disse Nube. “E un pezzetto d'ombra è un abbraccio morbido.”
Brillino guardò le sue zampe, un po' lucide di farina. “Io ho imparato che il mio soffio va bene così. Non serve essere fuoco per scaldare. Serve attenzione.”
Rimasero in silenzio un po', ma non era un silenzio vuoto: era pieno di grilli, di fronde, di respiro. Poi Nube cantò piano una canzone che parlava di sedie diverse attorno alla stessa tavola, e di mani, zampe, ali che si cercano senza spingersi.
“Domani giochiamo insieme?” chiese Maia. “Ma con regole che vanno bene per tutti.”
“Facciamo un gioco a turni,” propose Tito. “Chi corre, corre; chi scivola, scivola; chi vola, fa l'arbitro del vento.”
“E chi soffia,” disse Lilla, guardando Brillino, “dà il via con un profumo.”
“Affare fatto,” disse Brillino, contento.
Tornò a casa che la luna era una fetta di mela sotto il ciliegio. Mise in ordine i piatti, sistemò la sciarpina sullo schienale e soffiò un po' sul cuscino, giusto per renderlo tiepido. Si infilò a letto con il cuore pieno come una cesta di more.
“Siamo diversi,” sussurrò al buio profumato, “e proprio per questo stiamo bene insieme.” Le lucciole, fuori, batterono la loro piccola approvazione luminosa. Il bosco chiuse gli occhi con lui, e la notte lo avvolse in un abbraccio che sapeva di cannella e di amicizia.